“La Figlia di Ryan” di David Lean

(USA, 1970)

Nel 1970, David Lean torna dietro la macchina da presa dopo cinque anni di silenzio – l’ultima sua opera era stata il monumentale “Il dottor Živago” – per firmare quello che sarà il suo penultimo film: “La figlia di Ryan”, che sarà seguito quattordici anni dopo dall’altrettanto indimenticabile “Passaggio in India“. Un’opera che rappresenta uno dei vertici più puri e visionari del cinema epico-intimista, un ossimoro che solo il maestro britannico sapeva trasformare in realtà cinematografica.

La vicenda si dipana nell’Irlanda del 1916, durante i moti della Pasqua che avrebbero portato alla nascita della repubblica irlandese. Ma Lean, con la sua consueta maestria nel trasformare la Storia in teatro dell’animo umano, non è interessato alla cronaca politica: il suo sguardo si concentra sulla piccola comunità costiera di Kirrary, dove Rosy Ryan (Sarah Miles), figlia del locandiere interpretato da un monumentale Leo McKern, sposa il maestro di scuola Charles Shaughnessy (Robert Mitchum), uomo più anziano di lei, rispettabile ma incapace di accendere in lei quella passione che l’anima giovane della donna reclama. L’arrivo del maggiore Randolph Doryan (Christopher Jones), ufficiale britannico dalla bellezza quasi byroniana e dall’animo tormentato, innesca una relazione adulterina che diventerà scandalo pubblico e tragedia privata.

Il primo elemento che colpisce di “La figlia di Ryan” è la sua straordinaria bellezza visiva. Lean, che aveva già dimostrato con “Lawrence d’Arabia” e “Il dottor Živago” la sua capacità di trasformare i paesaggi in personaggi narrativi a pieno titolo, qui raggiunge forse l’apice della sua maestria pittorica. La fotografia di Freddie Young – alla sua terza e ultima collaborazione con il regista dopo i due capolavori precedenti e che vincerà l’Oscar proprio per la sua direzione in questa pellicola – è di una perfezione quasi dolorosa: ogni inquadratura potrebbe essere estratta dal film e appesa in un museo. Le scogliere irlandesi battute dal vento, le tempeste oceaniche che si abbattono sulla costa con furia primordiale, i cieli plumbei che si alternano a improvvise aperture di luce celestiale: tutto concorre a creare un’atmosfera di grandezza epica che contrasta magnificamente con l’intimità struggente della storia d’amore.

La sequenza della tempesta sulla spiaggia – girata in condizioni atmosferiche realmente estreme che misero a dura prova cast e troupe – è probabilmente uno dei momenti più memorabili della storia del cinema. Non si tratta di semplice virtuosismo tecnico: Lean utilizza la furia degli elementi come correlativo oggettivo della passione che travolge Rosy e Randolph, trasformando un fenomeno meteorologico in metafora dell’amore che distrugge e rigenera.

Sarah Miles offre qui una delle interpretazioni più intense e coraggiose della sua carriera. La sua Rosy non è la classica eroina romantica: è una donna complessa, a tratti egoista, capace di infliggere dolore a chi le sta intorno pur di inseguire la propria realizzazione emotiva. E’ una figura femminile indimenticabile che anticipa, per esempio, Ada McGrath interpretata magistralmente da Holly Hunter nello struggente “Lezioni di piano” che Jane Campion realizza nel 1993. Robert Mitchum, in uno dei suoi ruoli più sottili e meno celebrati, compone un ritratto di mascolinità ferita che anticipa di decenni certe riflessioni contemporanee sulla fragilità dell’identità maschile. Il suo Charles Shaughnessy è un uomo intrappolato tra la dignità sociale e l’inadeguatezza emotiva, incapace di comprendere i bisogni della moglie ma allo stesso tempo straziato dalla consapevolezza della propria insufficienza.

Trevor Howard, nel ruolo del Padre Collins – che lo stesso Lean aveva già diretto nello splendido e indimenticabile “Breve incontro” – , offre forse la sua interpretazione più stratificata e potente. Il prete di campagna diventa il custode di una moralità rigida che nasconde debolezze troppo umane, un uomo che predica il perdono ma pratica il giudizio. Howard, con la sua faccia scavata e lo sguardo che brucia di un fanatismo che è insieme religioso e personale, crea uno dei personaggi più inquietanti del cinema di Lean. John Mills – che Lean aveva diretto nel delizioso “Hobson il tiranno” – nel breve ma memorabile ruolo del disabile Michael, si aggiudicherà l’Oscar come miglior attore non protagonista per una performance che è puro espressionismo fisico, diventando simbolo di una purezza d’animo che la società rifiuta e marginalizza.

La colonna sonora di Maurice Jarre – alla sua ultima collaborazione con Lean dopo i trionfi di “Lawrence d’Arabia” e “Il dottor Živago” – è un capolavoro di delicatezza e potenza emotiva. Il tema principale, malinconico e ossessivo, accompagna la narrazione come un lamento funebre che preannuncia la tragedia.

All’uscita nelle sale, “La figlia di Ryan” venne accolto con freddezza da una parte significativa della critica americana. La celebre stroncatura sul New Yorker rappresenta uno dei più clamorosi errori di giudizio della storia della critica cinematografica. Il film venne accusato di essere lento, pretenzioso, eccessivamente teatrale. In realtà, Lean aveva semplicemente commesso il “crimine” di realizzare un’opera che richiedeva tempo, contemplazione, la capacità di immergersi in un ritmo narrativo che rifiutava le accelerazioni imposte dal nascente cinema della New Hollywood.

A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, “La figlia di Ryan” si impone come uno dei capolavori più ingiustamente sottovalutati della storia del cinema. È un film che richiede allo spettatore un atto di fede, la disponibilità ad abbandonarsi a un ritmo contemplativo che oggi appare quasi impossibile. Ma per chi accetta questa sfida, il premio è immenso: la possibilità di assistere a un cinema che è pura poesia visiva, dove ogni inquadratura è un quadro e ogni sequenza un movimento sinfonico.

“La figlia di Ryan” è il film di un maestro al culmine della propria maturità artistica, capace di trasformare una semplice storia di adulterio in una riflessione universale sulla natura del desiderio, della colpa e della redenzione impossibile. Un’opera che merita di essere riscoperta, studiata, amata. Perché il grande cinema, quello vero, non invecchia mai: semplicemente attende che ogni generazione sia pronta a comprenderlo.

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