“Vogliamo vivere!” di Ernst Lubitsch

(USA, 1942)

Nel cuore di una delle stagioni più buie del cinema mondiale, quando Hollywood aveva appena iniziato a confrontarsi con l’orrore nazista, Ernst Lubitsch firma quello che forse è il suo capolavoro più coraggioso e politicamente esplosivo: “Vogliamo vivere!” del 1942. Un film che rappresenta non solo uno degli apici artistici del regista berlinese – ed è giusto sottolinearlo -, ma anche uno dei più audaci atti di resistenza cinematografica mai realizzati in tempo di guerra, e paragonabile solo a “Il grande dittatore” che il maestro Charlie Chaplin realizza nel 1940.

La pellicola, con la sua premessa apparentemente semplice – la compagnia teatrale polacca di Joseph e Maria Tura (Jack Benny e Carole Lombard) che si trova coinvolta nella resistenza contro l’occupazione nazista – nasconde in realtà un’opera di straordinaria complessità narrativa e politica. Lubitsch, con la sua consueta maestria, trasforma quella che potrebbe essere una convenzionale commedia di spionaggio in una riflessione profonda sulla natura dell’arte, dell’identità legata alla recitazione e del coraggio civile.

L’aspetto più rivoluzionario di “Vogliamo vivere!” risiede nel suo audace approccio tonale. In un’epoca in cui la tragedia europea richiedeva rispetto e solennità, Lubitsch ha il coraggio di affrontare il nazismo attraverso la satira più feroce. Il regista comprende intuitivamente che il riso può essere un’arma più potente della retorica, che la ridicolizzazione può smascherare l’assurdità del male meglio di qualsiasi discorso moralista. Cosa per cui venne ottusamente criticato all’uscita del film nelle sale.

Il celebre “Lubitsch touch” raggiunge qui vertici di sofisticazione stilistica che anticipano di decenni le migliori commedie di Billy Wilder. La regia procede per ellissi brillanti, per sottintesi geniali, per quel particolare modo di dire tutto senza mai mostrare direttamente. La scena in cui Maria Tura seduce il colonnello Ehrhardt (interpretato con inquietante banalità da Sig Ruman) è un capolavoro di tensione erotica e politica, dove ogni gesto, ogni sguardo nasconde un doppio significato.

Ma è forse nell’interpretazione di Carole Lombard – doppiata nella nostra versione dalla sempre stratosferica Rina Morelli – che il film trova la sua anima più autentica. L’attrice, qui alla sua ultima interpretazione prima della tragica morte in un incidente aereo, offre una performance di rara intensità e complessità. La sua Maria Tura non è la classica eroina cinematografica: è una donna vanesia, ambiziosa, a tratti frivola, eppure capace di trasformarsi in simbolo di resistenza quando la storia lo richiede. È proprio questa umanità imperfetta che rende il personaggio così credibile e toccante.

La modernità di “Vogliamo vivere!” emerge con particolare forza nella sua capacità di anticipare temi che diventeranno centrali nel cinema del dopoguerra. Il concetto di identità fluida, di maschera sociale che diventa realtà, di confine labile tra interpretazione teatrale e vita vissuta, sono elementi che ritroveremo successivamente nelle opere di Bergman, di Fellini e dello stesso Wilder, solo per fare qualche esempio. Ma Lubitsch li affronta già nel 1942 con una lucidità e una modernità sorprendenti.

Particolarmente geniale è il modo in cui il regista utilizza il teatro nel teatro come metafora della condizione umana sotto il totalitarismo. I membri della compagnia di Tura sono costretti a recitare continuamente: sul palcoscenico come attori, nella vita reale come appartenenti alla Resistenza. Questa sovrapposizione tra finzione e realtà diventa il cuore filosofico del film, suggerendo che in tempi estremi l’arte e la vita si fondono in un’unica recita esistenziale.

Dal punto di vista tecnico, “Vogliamo vivere!” rappresenta uno dei vertici della produzione hollywoodiana degli anni Quaranta. La fotografia di Rudolph Maté crea un’atmosfera di eleganza europea che contrasta ironicamente con l’orrore dell’occupazione nazista. Le scenografie ricreano una Varsavia che è insieme realistica e teatrale, perfettamente coerente con il tema del film.

Il cast di supporto, da Felix Bressart a Lionel Atwill, da Robert Stack a Stanley Ridges, costruisce un ensemble di straordinaria efficacia, dove ogni personaggio secondario contribuisce alla ricchezza del tessuto narrativo. Particolare menzione merita Tom Dugan nel doppio ruolo del Führer e del suo sosia, interpretazione che scatenò non poche controversie all’epoca per la sua sfrontata parodia: è giusto ricordare che siamo nel 1942.

Lubitsch ha il coraggio di prendere una posizione netta contro il nazismo, trasformando il cinema in strumento di resistenza intellettuale. Il film, come anticipato, subì attacchi feroci da parte della critica conservatrice, accusato di frivolezza di fronte alla tragedia europea, ma il tempo ha dimostrato la lungimiranza della visione del regista tedesco.

A distanza di oltre ottant’anni, “Vogliamo vivere!” conserva intatta la sua forza provocatoria e la sua rilevanza politica. In un’epoca in cui assistiamo al riemergere di tentazioni autoritarie, il film ci ricorda che l’arte può essere forma di resistenza, che il riso può smascherare la retorica del potere, che il coraggio a volte si nasconde dietro una maschera teatrale.

Ernst Lubitsch ci ha regalato con questa pellicola non solo uno dei suoi capolavori, ma anche una lezione di cinema e di civiltà che risuona ancora oggi con straordinaria attualità. “Vogliamo vivere!” è più di un film: è un manifesto di libertà creativa e umana che ogni generazione deve riscoprire e fare proprio.

Per la chicca: nel 1983 Alan Johnson firma lo sfizioso remake “Essere o non essere” con Mel Brooks e Anne Bancroft nei panni dei protagonisti.

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“Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks

(USA, 1974)

Agli inizi degli anni Settanta Andrew Bergman (newyorkese classe 1945) scrive la sua prima sceneggiatura “Blazing Saddles” (“Selle fiammeggianti”) che inaspettatamente la Warner Bros acquista. Lo stesso Bergman (che qualche anno dopo scriverà lo script dell’esilarante “Una strana coppia di suoceri” diretto da Arthur Hiller nel 1979) ne rimane stupito visto che la sua storia parla in maniera assai ironica e tagliente del “mitico” Far West e ha come protagonista uno sceriffo nientepopodimeno che …afroamericano.

La casa di produzione vorrebbe affidare la regia a Orson Welles e il ruolo da protagonista a James Earl Jones (che poi, fra le altre cose, presterà la voce a Dart Fener nei primi mitici episodi della saga di Guerre Stellari, nonché a Mufasa nel lungometraggio animato “Il re leone” della Disney) ma il progetto non riesce a decollare.

La Warner propone così la sceneggiatura al regista e autore di due commedie cinematografiche non convenzionali che hanno riscosso un certo successo: Mel Brooks, che chiama ad ampliare lo script, oltre che lo stesso Bergman, anche Norman Steinberg e Alan Uger. Inoltre, chiede alla produzione di inserire nel team un giovane e irriverente comico che sta riscuotendo un discreto successo in molti locali off: Richard Pryor.

La miscela è davvero esplosiva e il risultato è tanto divertente quanto fuori gli schemi. Brooks inizia così a selezionare il cast e, visto che la Warner reputa Pryor inaffidabile, assegna il ruolo del protagonista Bart a Cleavon Little, noto interprete di Broadway e vincitore del Tony Award come miglior attore protagonista di un musical nel 1970, primo attore afroamericano a vincerlo nella storia.

I problemi più seri arrivano per il ruolo di Waco Kid per il quale nessun attore interpellato è disponibile visti soprattutto i toni, gli argomenti affrontati e le battute volutamente razziste. Così Brooks si rivolge all’autore e interprete – col quale ha iniziato a scrivere quello che sarà il suo film successivo ovvero “Frankenstein Junior” – Gene Wilder, nonostante la sua giovane età rispetto al personaggio descritto originariamente nella sceneggiatura.

Per il ruolo del perfido e cattivo Hedley Lamarr, Brooks vorrebbe il regista e attore Carl Reiner (padre di Rob Reiner) che però è indisponibile, così “ripiega” su Harvey Korman, allora noto caratterista soprattutto della televisione. Per il personaggio di Lili von Shtupp, dichiaratamente ispirato a Marlene Dietrich, il regista deve trovare un’attrice avvenente, che sappia imitare la diva tedesca e al tempo stesso sappia far ridere. Così fa un provino a una giovane artista di Broadway reduce da una candidatura all’Oscar come migliore attrice non protagonista per il film “Paper Moon – Luna di carta”: Madeline Kahn, che riceverà una seconda candidatura all’Oscar proprio per questa nuova interpretazione.

Il resto del cast verrà composto da grandi caratteristi che poi lavoreranno molto spesso con Brooks come Dom DeLuise e Liam Dunn, nonché da Slim Pickens – nel ruolo di Taggart – unico vero, navigato e storico attore di film Western con un passato di clown da rodeo. Da ricordare anche due altri ottimi caratteristi: John Hillerman che poi diverrà famoso nel ruolo di Higgins nella serie “Magnum P.I.” e David Huddleston che, fra le numerose piccole parti, impersonerà anche il capitano McBride nell’inarrivabile “I 2 superpiedi quasi piatti” di Enzo Barboni.

Il resto è …storia del cinema. La pellicola sbanca al botteghino è diventa una pietra miliare non solo della comicità. Le numerose e strepitose gag segnano l’immaginario collettivo a partire da quella della cena nel vecchio e leggendario West a base di caffè, fagioli e …peti, passando per il discorso di insediamento di Bart o per il caotico e sui generis finale. Ma soprattutto “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” punta il dito senza false ipocrisie e senza pietà sulla tragica piaga del razzismo negli Stati Uniti, prendendo ferocemente in giro uno dei “sacri” – e troppo spesso reazionari – elementi fondanti il Paese: il leggendario Western.

Intramontabile, da rivedere a intervalli regolari.

Per la chicca: Hedy Lamarr, nata in Austria e naturalizzata negli Stati Uniti nonché prima attrice nella storia del cinema ad apparire completamente nuda davanti alla macchina da presa nel film “Estasi” del 1933 (ma anche studentessa di Ingegneria a Vienna e inventrice assieme al compositore George Antheil di un sistema di guida a distanza per siluri, realizzato per contrastare l’espansione di Hitler e dell’Asse di Ferro, che è oggi alla base della tecnologia delle reti wireless) fece causa alla Warner per la gag surreale di cui era protagonista il cattivo Hedley Lamarr che tutti chiamavano erroneamente “Hedy” scambiandolo con l’attrice. Su richiesta dello stesso Brooks la casa di produzione pagò quanto richiesto senza ricorrere all’ufficio legale.

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“L’ultima follia di Mel Brooks” di Mel Brooks

(USA, 1976)

La quinta pellicola diretta da Mel Brooks, dal titolo originale “Silent Movie”, non doveva avere neanche una colonna sonora. Solo la parola “No!” detta dal grande mimo francese Marcel Marceau avrebbe dovuto toccare le orecchie degli spettatori in sala durante la proiezione. Questo proprio per omaggiare i film muti dei primi decenni del Novecento dei quali erano maestri indiscussi Buster Keaton, Mack Sennett (il primo produttore e regista del maestro Charlie Chaplin e di molti altri pionieri della macchina da presa dell’epoca) e Hal Roach, scopritore e storico produttore, tanto per fare due nomi, di Stan Laurel e Oliver Hardy. 

Ma alla fine la 20th Century Fox, che già aveva forti perplessità sul realizzare in pieni anni Settanta un film muto per la grande distribuzione, si impose e Brooks dovette accettare la colonna sonora. Nonostante lo scetticismo il film fu un successo al botteghino ricordando – come fece “The Artist” di Hazanavicius quasi quarant’anni dopo – quanto il sonoro sia “solo” una parte del film, e che a volte può anche mancare ma non per questo la pellicola non esprima forti emozioni o faccia ridere a crepapelle nella grande tradizione della farsa che alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento dominava i teatri di tutto il mondo per poi approdare sul grande schermo, regalandoci dei veri e propri capolavori immortali che, anche a distanza di oltre un secolo, brillano e possiedono intatto tutto il loro fascino.

Ispirandosi alla reale scalata della Paramount Pictures da parte di una grande industria di estrazione, Brooks ci racconta la “redenzione” del regista Mel Spass (interpretato dallo stesso Brooks) caduto in disgrazia a causa del suo alcolismo che, assieme i suoi fedeli amici Bellocchio (Marty Feldman) e Trippa (Dom DeLuise) propone al capo della Big Picture Studios (Sid Caesar, noto comico e autore televisivo degli anni Cinquanta e Sessanta per il quale lo stesso Brooks, per un periodo anche assieme a Woody Allen, scrisse numerosi sketch televisivi) il suo nuovo progetto per un film muto.

Intanto, la famelica multinazionale “Trangugia & Di Vora” vuole rilevare la Big Pictures Studios e i suoi titolari Trangugia (Harold Gould) e Di Vora (Ron Carey) sono disposti a tutto pur di avere quello che vogliono. Così, quando vengono a sapere del progetto di Spass e del fatto che lui vuole scritturare divi del calibro di Paul Newman, Burt Reynolds, Anne Bancroft, Liza Minnelli e James Caan decidono di usare le maniere forti…

Spassosa pellicola scritta da Brooks assieme ai suoi collaboratori preferiti del periodo quali Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson, colma di gag e scene tipiche dei film basati sulla farsa e la comicità tipica del vaudeville. Spass, Trippa e Bellocchio nelle loro dinamiche richiamano, infatti, ai Tre Marmittoni, trio comico creato da Hal Roach e protagonista di numerosi film dell’epoca.  

Gioiellino delizioso dell’epoca d’oro di Brooks da tenere nella propria videoteca accanto a “Frankenstein Junior“, “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Alta tensione“.

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“Alta tensione” di Mel Brooks

(USA, 1977)

Già nei titoli di testa Mel Brooks dedica questo film a: “The Master of Suspense” Alfred Hitchcock che ha spaventato e continua a spaventare intere generazioni di spettatori.

Così Brooks realizza una parodia omaggio al maestro del brivido impersonando lui stesso il dottor Richard H. Thorndyke (dove la H sta per Harpo, citazione dei mitici fratelli Marx, a loro volta maestri di intere generazioni di comici) che viene nominato direttore sanitario dell'”Istituto Psico-Neurotico per Individui Molto Molto Nervosi”.

Il precedente reggente è morto in circostanze misteriose e Throndyke trova un’atmosfera inquieta e tesa. A dirigere la clinica sono Fratella Diesel (Cloris Leachman in ruolo molto simile a quello interpretato nel mitico “Frankenstein Junior“) e il dottor Montague (un sempre bravo Harvey Korman, fra i migliori caratteristi del periodo) legati da una “torbida” relazione amorosa.

Thorndyke vorrebbe prendere in mano la clinica, ma un importante convegno di neuropsichiatria lo chiama a San Francisco, dove incontra casualmente l’avvenente Victoria Brisbane (una irresistibile Madeline Kahn) figlia di un noto industriale che per un esaurimento nervoso è ospite dell'”Istituto “Psico-Neurotico per Individui Molto Molto Nervosi”. Thorndyke capisce così che Fratella Diesel e Montague gli hanno mentito e molto probabilmente sono loro i responsabili della morte del suo precedessore così come di altre considerate strani incidenti. Ma i due (…malvagi!) hanno inviato uno spietato killer per ucciderlo…

Deliziosa commedia diretta e interpretata del Re della parodie nella sua epoca d’oro, che segue pellicole immortali come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco“, “Frankenstein Junior” e “L’ultima follia di Mel Brooks“, pellicole che hanno segnato la comicità in maniera profonda e che ancora oggi fanno scuola alle nuove generazioni di comici.

Il successo di questi film è dovuto, oltre alla grande verve comica dello steso Brooks, anche a un’ottima sceneggiatura e a un cast di prim’ordine. Lo script di questo film, infatti, è firmato dallo stesso regista assieme a Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson. Clark e De Luca sono due ottimi comici come Brooks, tanto che nel film rivestono ruoli secondari ma irresistibili, come quello del paziente timoroso/Clark che viene spaventato apposta da Montague, o quello dello spietato serial killer che impersona De Luca. Barry Levinson, tanto per la cronaca, che nel film interpreta il cameriere bizzoso che porta il giornale in camera a Thorndyke creando la strepitosa scena della parodia della doccia di “Psyco”, diventerà poco dopo un apprezzato regista dirigendo pellicole come “Piramide di paura“, “Good Morning, Vietnam”, “Rain Man – L’uomo della pioggia” per la quale vince l’Oscar come migliore regia e lo strepitoso “Sesso & potere” con la coppia De Niro/Hoffman.

Per quanto riguarda il cast, fra i numerosi artisti citati, deve essere ricordata senza dubbio Madeline Kahn grande interprete brillante non solo al cinema ma anche in teatro, visto che nella sua purtroppo non troppa lunga carriera (venne stroncata da un tumore nel 1999 a soli 57 anni) vinse un Tony Award e un Emmy Award come migliore attrice, collezionando numerose candidature fra Oscar e Golden Globe.

Le cronache del tempo riportano che lo stesso Hitchcock lesse la sceneggiatura prima delle riprese, ma è ufficiale che dopo aver visto il film completato inviò una cassa di champagne a Mel Brooks come ringraziamento.

Immortale, come i film del grande Hitch.

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“Fatso – Pastasciutta …amore mio!” di Anne Bancroft

(USA, 1980)

Che Anne Bancroft fosse una donna con un grande senso ironico non è certo un mistero, visto che è stata la compagna di vita di Mel Brooks, ma che fosse in grado di scrivere, dirigere e interpretare una deliziosa commedia come “Fatso – Pastasciutta …amore mio!” era forse meno evidente.

La Bancroft, il cui vero nome era Anna Maria Louise Italiano, non ha mai nascosto le sue origini italiane, e in questo film le rivendica tutte, con pro e contro annessi.

Dominick Di Napoli (un grande Dom DeLuise) gestisce placidamente una cartoleria a Brooklyn insieme alla sorella Antonietta (la Bancroft). La vita di Dominick ruota intorno a tre pilastri: la famiglia (vive infatti col fratello minore Frankie, anche lui scapolo, nell’appartamento sopra a quello dove abita la sorella con marito e figli), il lavoro e – da italoamericano DOC – il cibo.

La vita dei Di Napoli viene però sconvolta dalla morte improvvisa del loro cugino Salvatore, che a soli 39 anni viene stroncato da un malore causato dalla sua grave obesità. Visto che anche Dom ha svariati chili di troppo, Antonietta lo costringe a rivolgersi a un implacabile dietologo.

Per qualche tempo l’uomo riesce a seguire la dieta ferrea ma poi, una notte, cede vanificando tutti i suoi sacrifici. Casualmente una cliente del negozio gli suggerisce i “Chubby Checkers”, una sorta di Anonima Obesi grazie alla quale lei è riuscita a dimagrire alcune decine di chili.

Dom partecipa agli incontri sentendosi subito rincuorato, ma una notte un incontenibile attacco di voracità lo porta a minacciare il fratello con un coltello pur di avere le chiavi del lucchetto che blocca il frigorifero e i pensili della cucina. Frankie, preoccupatissimo, chiama in soccorso Oscar e Sonny, i tutor del fratello, che si precipitano a casa Di Napoli. Ma l’obesità è una brutta bestia – sigh! – e a forza di parlare di cibo Dom, Oscar e Sonny rompono i lucchetti e svuotano la dispensa.

Disperata, la mattina seguente, Antonietta tenta l’ultima carta: l’amore. E così corre a chiamare Lydia (Candice Azzara), la giovane proprietaria di un negozio di antiquariato vicino al loro, della quale Dom è platonicamente innamorato.

La cosa sembra funzionare fino a quando, una terribile sera, Lydia misteriosamente scompare facendo precipitare Dom in un abisso di cibo (cinese)…

Una dichiarazione d’amore verso gli obesi e i diversi in generale, fatta con molto garbo e tanta ironia. E pensare che la Bancroft non ha mai avuto problemi di peso, lei che è stata – e nell’immaginario collettivo lo è ancora – un sex-symbol e una delle dark lady più famose di Hollywood dando viso e corpo – e che corpo! – alla famigerata Mrs. Robinson de “Il laureato”.

In tutta la sua carriera, e in questo film in particolare, Anne Bancroft ci ricorda che non bisogna essere per forza obesi o diversi per essere sensibili. Una grande!

Purtroppo oggi è praticamente impossibile rivedere questo gioiellino di film. Non esiste un’edizione in DVD in italiano e sono anni – se non decenni… – che non viene trasmesso in televisione.

Io possiedo un rarissimo VHS che ormai si sta letteralmente sbriciolando, sob!

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“Frankenstein Junior” di Mel Brooks

(USA, 1974)

Nel 1974, Mel Brooks realizza quello che rimane indiscutibilmente il suo capolavoro assoluto: “Frankenstein Junior”, una parodia che trascende la semplice dimensione del tributo affettuoso all’horror gotico per diventare un’opera autonoma, capace di reggere il confronto con i grandi classici del cinema comico di ogni epoca.

Brooks, insieme a Gene Wilder – che firma la sceneggiatura con lui e interpreta magistralmente il protagonista – compie un’operazione di straordinaria intelligenza cinematografica: non si limita a prendere in giro i film della Universal – e non solo – degli anni Trenta, ma li ricrea con una fedeltà maniacale per poi sovvertirli dall’interno attraverso una comicità che nasce proprio dal contrasto tra la solennità della messa in scena e l’assurdità delle situazioni rappresentate. La scelta di girare in bianco e nero, utilizzando addirittura alcune scenografie e attrezzature originali dei vecchi film, dimostra quanto Brooks prendesse sul serio questo progetto.

Ogni battuta di questa straordinaria pellicola è impressa nella memoria collettiva, e non solo per una sceneggiatura irresistibile, ma perché – anche a distanza di cinquant’anni – si intuisce che su quel set, come in pochi altri nella storia del cinema, si creò un’atmosfera e un feeling così speciali che permisero di dare vita a uno dei capolavori comici di tutti i tempi. È quella rara alchimia che si verifica quando un gruppo di artisti al culmine delle proprie capacità si trova a lavorare insieme in perfetta sintonia, consapevoli di star creando qualcosa di speciale.

Un esempio perfetto di questa magia spontanea è la gobba “mobile” di Ygor, interpretato da un grande e indimenticabile Marty Feldman. Quella trovata geniale – la gobba che cambia inspiegabilmente posizione da una scena all’altra – non era nella sceneggiatura originale, ma una trovata dello stesso Feldman per prendere in giro i colleghi sul set. Brooks, con l’intuito del grande regista, capì immediatamente che quella gag improvvisata funzionava alla perfezione e la mantenne nel montaggio finale, creando una delle gag più memorabili del film. Gli occhi di Feldman, già di per sé elementi di straordinaria espressività comica, diventano nelle sue mani strumenti di una comicità fisica che ricorda i grandi del muto.

Altro esempio – e purtroppo parliamo ancora di un’altra grande artista scomparsa prematuramente – è quello di Madeline Kahn, che era stata inizialmente scelta per il ruolo di Inga, la procace assistente di laboratorio. La Kahn però chiese espressamente a Brooks di interpretare invece Elizabeth, la fidanzata nevrotica del dottor Frankenstein, nei cui panni si sarebbe divertita di più. E come darle torto! La sua Elizabeth è un concentrato di nevrosi e repressione sessuale che esplode in momenti di pura follia comica, come nella celeberrima scena dell’incontro con il Mostro. La Kahn, con la sua capacità di passare dall’eleganza sofisticata all’isteria più sfrenata nel giro di pochi secondi, crea un personaggio indimenticabile che anticipa molte delle eroine nevrotiche del cinema americano successivo.

Gene Wilder, al centro di questa girandola di talenti, offre forse la sua interpretazione più riuscita e complessa. Il suo Frederick von Frankenstein – che insiste ossessivamente sulla pronuncia “Fronkonstin” per prendere le distanze dal nonno Victor scienziato pazzo – è un personaggio stratificato, capace di passare dall’arroganza accademica alla follia visionaria, dalla razionalità scientifica all’isteria più incontrollata. Peter Boyle, nel ruolo del Mostro, compie un’impresa ancora più difficile: rendere credibile e toccante una creatura che è insieme grottesca e commovente. La sua interpretazione deve molto al lavoro di Boris Karloff nei film originali della Universal, ma aggiunge una dimensione di innocenza infantile che rende il personaggio profondamente umano.

Anche in ruoli apparentemente secondari, il cast brilla di luce propria. Cloris Leachman, nei panni dell’inquietante Frau Blücher – e qui è doveroso fermarsi un istante: prova tu stesso a leggere ad alta voce “FRAU BLÜCHER” e dimmi se non senti mentalmente il nitrito terrorizzato dei cavalli – crea un personaggio di ambigua sensualità repressa che oscilla tra il grottesco e l’inquietante. Kenneth Mars, nel ruolo dell’ispettore Kemp con il braccio di legno incontrollabile, e Liam Dunn, nei panni del sindaco con la barba posticcia che casca nei momenti più inopportuni, aggiungono ulteriori livelli di assurdità visiva a un film già straripante di invenzioni comiche. Per non parlare poi del grande Gene Hackman nel suo cameo da eremita non vedente.

Anche se Mel Brooks ha firmato altre divertenti commedie e parodie – da “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” a “Balle spaziali“, da “Alta tensione” a “L’ultima follia di Mel Brooks” – “Frankenstein Junior” rimane per me indiscutibilmente la migliore. È l’unico suo film dove la parodia raggiunge una tale perfezione formale da poter essere apprezzato anche indipendentemente dalla conoscenza dei film che sta parodiando. È un’opera autonoma che funziona su più livelli: come omaggio cinefilo per gli appassionati del genere horror, come commedia sofisticata per chi apprezza l’intelligenza della scrittura, come slapstick puro per chi cerca semplicemente di ridere.

A cinquant’anni dalla sua uscita, “Frankenstein Junior” conserva intatta la sua capacità di far ridere generazioni di spettatori che non hanno mai visto i film originali della Universal. Ogni battuta funziona ancora perfettamente, ogni gag visiva mantiene la sua efficacia, ogni interpretazione continua a stupire per la sua precisione e la sua generosità comica. È un film che si può rivedere infinite volte scoprendo sempre nuovi dettagli, nuove sfumature, nuovi livelli di lettura.

Il capolavoro di Brooks rappresenta così non solo il vertice della parodia cinematografica, ma anche la dimostrazione di come il cinema popolare possa raggiungere vette di perfezione formale e di intelligenza narrativa senza mai tradire la sua vocazione primaria: far divertire il pubblico. È un’opera che celebra il cinema e al tempo stesso ne svela i meccanismi, che rispetta i classici demolendoli, che fa ridere facendo pensare. Un monumento della commedia cinematografica che continua a proiettare la sua ombra lunga su tutto il cinema comico successivo, ricordandoci che la vera parodia non nasce dal disprezzo per ciò che si prende in giro, ma dall’amore profondo per il cinema e per le sue infinite possibilità espressive.

Perché in fondo, come insegna questo film immortale, la vita vera non è quella che si subisce con serietà, ma quella che si crea con la fantasia: e se il mostro di Frankenstein può ballare il tip tap, allora qualsiasi cosa diventa possibile.

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“Da mezzogiorno alle tre” di Frank D. Gilroy

(USA, 1976)

Sono pochi i registi e i film che riescono a scherzare efficacemente con il Western senza scivolare nella parodia da baraccone: il grande Mel Brooks e il suo “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” confermano la regola, dimostrando che per prendere in giro la Frontiera serve rispetto, non solo gag facili. Ma anche questo film di Frank D. Gilroy del 1976 entra di diritto nel piccolo club degli irriverenti con stile, e lo fa con un’arma segreta che nemmeno Brooks poteva permettersi: Charles Bronson che fa lo spiritoso.

Sì, avete letto bene: l’uomo con la faccia scolpita nel granito, il vendicatore silenzioso di mille pellicole action, qui si concede il lusso di essere simpatico, bugiardo patentato e persino un filo romantico, pur restando quel duro che il pubblico si aspetta di trovare sotto il cappello. Graham Finger (Bronson, appunto) fa parte di una scalcagnata banda di fuorilegge, di quelle che sembrano assemblate all’ultimo minuto in qualche saloon di passaggio. Mentre si apprestano a rapinare la banca di una piccola cittadina, il cavallo di Finger decide di azzopparsi proprio nel momento meno opportuno – perché nei western i cavalli hanno sempre un tempismo tragicomico impeccabile – e i quattro sono costretti a fermarsi nella prima abitazione che incontrano.

Lì trovano l’austera e giovane vedova Amanda (Jill Ireland, moglie di Bronson nella vita reale, il che aggiunge un tocco di verità domestica a tutte le loro schermaglie sullo schermo) che li prega educatamente di togliersi dai piedi, visto che non possiede un cavallo di ricambio da offrire loro. Finger, però, va a controllare personalmente nella stalla e ne trova uno bello e pronto, ma mente spudoratamente ai suoi compagni pur di rimanere solo con la donna fino a colpo terminato: la prima, ma non ultima, delle sue bugie a fin di bene (…per lui).

Dopo i primi comprensibili momenti di terrore, Amanda si lascia sedurre dalla cavalleria di Graham – finta come tutte le storie che le racconta sul proprio passato, ma efficace quanto basta – e se ne innamora perdutamente, con quella foga tipica di chi ha passato troppo tempo da sola in una fattoria isolata a leggere romanzi rosa. Proprio quando Graham, forse sincero per la prima volta nella sua vita da criminale, le dichiara di voler abbandonare l’infausto mestiere, arriva la doccia fredda: un giovane della fattoria vicina corre a comunicare alla padrona di casa che in città è successo il finimondo. Tre balordi hanno tentato una rapina, lo sceriffo ne ha ucciso uno sul posto e catturato gli altri due, che a breve penzoleranno da una forca.

Amanda, romantica fino al midollo e completamente all’oscuro del piccolo dettaglio che il suo innamorato è appunto uno dei fuorilegge in questione, costringe Graham ad andare a salvare i suoi “colleghi” ignara, o forse no, di mandarlo dritto verso la propria condanna. Il bandito, incastrato dalle circostanze e dal proprio charme, non può far altro che fingere di obbedire: si appresta così a una lunga passeggiata studiata a tavolino per far passare il tempo, sperando che il problema si risolva da solo. Non ha però fatto i conti con lo sceriffo, che lo intercetta puntualmente, perché in questi film gli sceriffi arrivano sempre nel momento peggiore possibile, mai prima.

Miracolosamente Graham riesce a sfuggirgli e, per salvarsi la pelle, rapisce un dentista di passaggio: lo stordisce e si scambia con lui i vestiti, in una delle trovate più assurde e geniali di tutto il film. Il malcapitato dentista non ha nemmeno il tempo di riprendere conoscenza che viene freddato dallo sceriffo al posto suo, vittima innocente di un’identità sbagliata, ironia della sorte suprema per un uomo che di mestiere rubava denti d’oro ai pazienti. Graham, sereno e placido come chi si crede ormai fuori pericolo, arriva finalmente in città, ma lì viene arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere: l’uomo a cui ha rubato i vestiti (e provvisoriamente l’identità) era infatti un truffatore ricercato da tempo.

Intanto lo sceriffo si presenta a casa di Amanda con il corpo sfigurato del presunto Finger, e la donna, nel vedere il cadavere del suo innamorato, sviene di schianto. Tutta la comunità le si scaglia contro con quel moralismo tipico dei paesini di provincia, ma Amanda, con orgoglio da eroina tragica, dichiara di essere pronta a subire ogni conseguenza pur di ribadire che il sentimento tra lei e il bandito è stata la cosa più bella e romantica della sua vita — dichiarazione che, neanche a dirlo, colpisce tutti i presenti, compreso uno scrittore di New York casualmente di passaggio, che fiuta subito l’affare letterario e le chiede un’intervista. Il romanzo che ne nasce diventa in breve un best seller internazionale, trasformando Amanda in una celebrità suo malgrado.

Quando finalmente Graham finisce di scontare la pena, torna sotto mentite spoglie da Amanda, la cui casa — così come ormai l’intera cittadina — è diventata un museo a cielo aperto meta di pellegrinaggio per i fan del libro sparsi per il mondo. Ma Amanda…

Tratto dal romanzo dello stesso Gilroy, che ne ha curato anche la sceneggiatura, “Da mezzogiorno alle tre” è una commedia divertente e ironica, capace di prendere in giro con eleganza due dei grandi miti del vecchio West — l’amore e i fuorilegge — e, di riflesso, anche la nostra insaziabile fame di romanzare pure le peggiori canaglie, purché sappiano raccontare una bella bugia.

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