“Vogliamo vivere!” di Ernst Lubitsch

(USA, 1942)

Nel cuore di una delle stagioni più buie del cinema mondiale, quando Hollywood aveva appena iniziato a confrontarsi con l’orrore nazista, Ernst Lubitsch firma quello che forse è il suo capolavoro più coraggioso e politicamente esplosivo: “Vogliamo vivere!” del 1942. Un film che rappresenta non solo uno degli apici artistici del regista berlinese – ed è giusto sottolinearlo -, ma anche uno dei più audaci atti di resistenza cinematografica mai realizzati in tempo di guerra, e paragonabile solo a “Il grande dittatore” che il maestro Charlie Chaplin realizza nel 1940.

La pellicola, con la sua premessa apparentemente semplice – la compagnia teatrale polacca di Joseph e Maria Tura (Jack Benny e Carole Lombard) che si trova coinvolta nella resistenza contro l’occupazione nazista – nasconde in realtà un’opera di straordinaria complessità narrativa e politica. Lubitsch, con la sua consueta maestria, trasforma quella che potrebbe essere una convenzionale commedia di spionaggio in una riflessione profonda sulla natura dell’arte, dell’identità legata alla recitazione e del coraggio civile.

L’aspetto più rivoluzionario di “Vogliamo vivere!” risiede nel suo audace approccio tonale. In un’epoca in cui la tragedia europea richiedeva rispetto e solennità, Lubitsch ha il coraggio di affrontare il nazismo attraverso la satira più feroce. Il regista comprende intuitivamente che il riso può essere un’arma più potente della retorica, che la ridicolizzazione può smascherare l’assurdità del male meglio di qualsiasi discorso moralista. Cosa per cui venne ottusamente criticato all’uscita del film nelle sale.

Il celebre “Lubitsch touch” raggiunge qui vertici di sofisticazione stilistica che anticipano di decenni le migliori commedie di Billy Wilder. La regia procede per ellissi brillanti, per sottintesi geniali, per quel particolare modo di dire tutto senza mai mostrare direttamente. La scena in cui Maria Tura seduce il colonnello Ehrhardt (interpretato con inquietante banalità da Sig Ruman) è un capolavoro di tensione erotica e politica, dove ogni gesto, ogni sguardo nasconde un doppio significato.

Ma è forse nell’interpretazione di Carole Lombard – doppiata nella nostra versione dalla sempre stratosferica Rina Morelli – che il film trova la sua anima più autentica. L’attrice, qui alla sua ultima interpretazione prima della tragica morte in un incidente aereo, offre una performance di rara intensità e complessità. La sua Maria Tura non è la classica eroina cinematografica: è una donna vanesia, ambiziosa, a tratti frivola, eppure capace di trasformarsi in simbolo di resistenza quando la storia lo richiede. È proprio questa umanità imperfetta che rende il personaggio così credibile e toccante.

La modernità di “Vogliamo vivere!” emerge con particolare forza nella sua capacità di anticipare temi che diventeranno centrali nel cinema del dopoguerra. Il concetto di identità fluida, di maschera sociale che diventa realtà, di confine labile tra interpretazione teatrale e vita vissuta, sono elementi che ritroveremo successivamente nelle opere di Bergman, di Fellini e dello stesso Wilder, solo per fare qualche esempio. Ma Lubitsch li affronta già nel 1942 con una lucidità e una modernità sorprendenti.

Particolarmente geniale è il modo in cui il regista utilizza il teatro nel teatro come metafora della condizione umana sotto il totalitarismo. I membri della compagnia di Tura sono costretti a recitare continuamente: sul palcoscenico come attori, nella vita reale come appartenenti alla Resistenza. Questa sovrapposizione tra finzione e realtà diventa il cuore filosofico del film, suggerendo che in tempi estremi l’arte e la vita si fondono in un’unica recita esistenziale.

Dal punto di vista tecnico, “Vogliamo vivere!” rappresenta uno dei vertici della produzione hollywoodiana degli anni Quaranta. La fotografia di Rudolph Maté crea un’atmosfera di eleganza europea che contrasta ironicamente con l’orrore dell’occupazione nazista. Le scenografie ricreano una Varsavia che è insieme realistica e teatrale, perfettamente coerente con il tema del film.

Il cast di supporto, da Felix Bressart a Lionel Atwill, da Robert Stack a Stanley Ridges, costruisce un ensemble di straordinaria efficacia, dove ogni personaggio secondario contribuisce alla ricchezza del tessuto narrativo. Particolare menzione merita Tom Dugan nel doppio ruolo del Führer e del suo sosia, interpretazione che scatenò non poche controversie all’epoca per la sua sfrontata parodia: è giusto ricordare che siamo nel 1942.

Lubitsch ha il coraggio di prendere una posizione netta contro il nazismo, trasformando il cinema in strumento di resistenza intellettuale. Il film, come anticipato, subì attacchi feroci da parte della critica conservatrice, accusato di frivolezza di fronte alla tragedia europea, ma il tempo ha dimostrato la lungimiranza della visione del regista tedesco.

A distanza di oltre ottant’anni, “Vogliamo vivere!” conserva intatta la sua forza provocatoria e la sua rilevanza politica. In un’epoca in cui assistiamo al riemergere di tentazioni autoritarie, il film ci ricorda che l’arte può essere forma di resistenza, che il riso può smascherare la retorica del potere, che il coraggio a volte si nasconde dietro una maschera teatrale.

Ernst Lubitsch ci ha regalato con questa pellicola non solo uno dei suoi capolavori, ma anche una lezione di cinema e di civiltà che risuona ancora oggi con straordinaria attualità. “Vogliamo vivere!” è più di un film: è un manifesto di libertà creativa e umana che ogni generazione deve riscoprire e fare proprio.

Per la chicca: nel 1983 Alan Johnson firma lo sfizioso remake “Essere o non essere” con Mel Brooks e Anne Bancroft nei panni dei protagonisti.

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“Nulla sul serio” di William A. Wellman

(USA, 1937)

L’americano Ben Hecht (1894-1964) è stato fra i più quotati e operosi sceneggiatori dell’epoca d’oro di Hollywood.

Ha scritto film per Alfred Hitchcock (“Notorius – L’amante perduta”, “Il caso Paradine” e “Nodo alla gola”) ed è stato chiamato ad “aggiustare” molti script che realizzati sarebbero diventati campioni d’incassi o veri e propri capolavori immortali di celluloide come: “Pericolo pubblico n.1”, “E’ nata una stella”, “Il prigioniero di Zenda”, “Gli angeli dalla faccia sporca”, “Ombre rosse”, “Via col vento, “Scrivimi fermo posta”, “Il cigno nero”, “Il mio corpo ti scalderà”, “Gilda”, “Sui marciapiedi“, “Duello al sole”, “L’ispettore generale”, “La cosa dell’altro mondo”, “La giostra umana”, “Seduzione mortale“, “Bulli e pupe”, “L’uomo dal braccio d’oro”, “Gli ammutinati del Bounty” e “Cleopatra”.

Fra i suoi lavori ufficiali ci sono altre sceneggiature che hanno fatto la storia del cinema come quelle de “Il magnifico scherzo” di Howard Hawks (1952) o di “Addio alle armi” diretto da Charles Vidor e John Huston nel 1957.

Fra i suoi lavori spiccano anche quelli dedicati al giornalismo, o meglio, ai lati più cinici e scorretti dei giornalisti, come in “Prima pagina” diretto da Lewis Milestone nel 1931 (che il maestro Billy Wilder rigirerà nel 1974 con la mitica coppia Lemmon-Matthau), “La signora del venerdì” diretto da Hawks nel 1940 e questo delizioso “Nulla sul serio” diretto da un altro pilastro della Hollywood d’oro come William A. Wellman, tre anni prima.

Nella città che non dorme mai vive lo scaltro Wally Cook (Fredric March) il segugio più implacabile del “Morning Star” uno dei maggiori quotidiani della città. Ma Cook, come il giornale, è vittima di un’eclatante truffa e così la sua reputazione, come quella del quotidiano, viene messa seriamente in pericolo.

Il suo direttore è disperato, ma Wally ha letto una breve notizia di cronaca che può essere sfruttata al massimo da “Morining Star” per poter tornare ad avere l’attenzione e la fiducia dei suoi lettori. A Warsaw, una piccola cittadina del Vermont che ospita un impianto chimico di una famosa società internazionale, la ventenne Hazel Flagg (Carole Lombard) è rimasta vittima di una grave intossicazione di radio che al massimo le concederà qualche mese di vita.

Cook non solo vuole intervistare la giovane, ma vuole portarla a New York ospite del giornale per farle godere le ultime settimane di vita. E ovviamente lui avrà l’esclusiva per gli articoli e le foto. L’idea è buona e così il giornale dedica le sue intere energie alla Flagg. Ma quello che Cook ignora è che Hazel, proprio pochi minuti prima di venire raggiunta da lui, scopre che le analisi erano sbagliate e che lei non ha nessuna intossicazione. Così, all’idea di venire lussuosamente ospitata nella Grande Mela, l’onestà di Hazel vacilla…

Strepitosa “screwball comedy” (che letteralmente sarebbe commedia svitata, o degli equivoci di cui la Lombard era in quegli anni la regina indiscussa) con accenti anche da black comedy, “Nulla sul serio” – il cui titolo originale è il più tagliente “Nothing Sacred”: nulla di sacro, ed è tratta da un racconto di James A. Street che Hecht sviluppò assieme a Ring Lardner e George Oppenheimer (collaboratore dei Fratelli Marx) – ci regala un ritratto satirico, crudo e spietato del giornalismo d’assalto, ipocrita e moralista.

Sono passati 83 anni da quando questo film è stato girato e proiettato nelle sale americane, ma rimane davvero incredibilmente attuale. Guardandolo si ride certo, ma pensando a molte – certo non tutte! – delle nostri attuali testate giornalistiche, la bocca non può evitare di trasformasi in una smorfia amara.

Da far vedere in tutte le scuole, soprattutto in alcune di giornalismo…

La versione reperibile in italiano è quella restaurata, ridoppiata e colorata. La mania di colorare i grandi vecchi film in bianco e nero è nata alla fine degli anni Ottanta – e fortunatamente morta nella prima metà degli anni Novanta – con l’idea di creare un nuovo mercato per le “vecchie” pellicole. Ma capolavori come questo non hanno certo bisogno di nessun upgrade o miglioramento.

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“L’impareggiabile Godfrey” di Gregory La Cava

(USA, 1936)

Questo è uno degli esempi più riusciti di sophisticated comedy della storia del cinema. E’ una pellicola che, nonostante i lunghi e segnanti decenni che la seguirono, graffia ancora oggi.

C’è una New York splendida, fatta di lusso e grattacieli, e c’è una New York fatta di rifiuti e senzatetto, che però cercano di arrivare al giorno dopo mantenendo la propria dignità. Fra questi c’è il distinto Godfrey (William Powell nella sua interpretazione più famosa), uno straccione con modi particolarmente eleganti.

E proprio lui viene scelto una sera da Cornelia Bullock (una fascinosa Gail Patrick) ricca rampolla di una opulenta famiglia cittadina, che gli offre – con disprezzo e alterigia – cinque dollari per seguirlo e impersonare un “rifiuto” davanti alla giuria della caccia al tesoro alla quale sta partecipando. Godfrey declina seccamente e per allontanare la ragazza, che diventa sempre più arrogante e insistente, la fa involontariamente cadere su un mucchio di cenere. Cornelia furente si allontana, mentre sua sorella Irene (Carole Lombard) che ha assistito alla scena si avvicina per scusarsi con lui.

La cortesia di Irene colpisce il senza tetto che si offre di seguirla gratis per farle vincere la caccia al tesoro. Irene così, per la prima volta, batte sua sorella e per ricompensa offre allo “straccione” il posto di cameriere in casa Bullock.

Nonostante la famiglia per la quale inizia a lavorare sia una delle più eccentriche, folli e viziate della città, Godfrey se la cava benissimo, anzi sembra essere nato in un ambiente così lussuoso…

Cattivissima commedia di costume che punta il dito sulla ricchezza sfrenata, i suoi vizi più bassi e ottusi, e sull’umanità e la dignità che troppo spesso solo coloro che sono ai margini sembrano avere. Tratta dal romanzo di Eric Hatch, la sceneggiatura di questo gioiellino è scritta da La Cava assieme a Morry Ryskind e allo stesso Hatch.

Nel 1957 è stato realizzato un remake omonimo con David Niven nella parte di Godfrey, ma nulla a che vedere con l’originale.

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