“Da mezzogiorno alle tre” di Frank D. Gilroy

(USA, 1976)

Sono pochi i registi e i film che riescono a scherzare efficacemente con il Western senza scivolare nella parodia da baraccone: il grande Mel Brooks e il suo “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” confermano la regola, dimostrando che per prendere in giro la Frontiera serve rispetto, non solo gag facili. Ma anche questo film di Frank D. Gilroy del 1976 entra di diritto nel piccolo club degli irriverenti con stile, e lo fa con un’arma segreta che nemmeno Brooks poteva permettersi: Charles Bronson che fa lo spiritoso.

Sì, avete letto bene: l’uomo con la faccia scolpita nel granito, il vendicatore silenzioso di mille pellicole action, qui si concede il lusso di essere simpatico, bugiardo patentato e persino un filo romantico, pur restando quel duro che il pubblico si aspetta di trovare sotto il cappello. Graham Finger (Bronson, appunto) fa parte di una scalcagnata banda di fuorilegge, di quelle che sembrano assemblate all’ultimo minuto in qualche saloon di passaggio. Mentre si apprestano a rapinare la banca di una piccola cittadina, il cavallo di Finger decide di azzopparsi proprio nel momento meno opportuno – perché nei western i cavalli hanno sempre un tempismo tragicomico impeccabile – e i quattro sono costretti a fermarsi nella prima abitazione che incontrano.

Lì trovano l’austera e giovane vedova Amanda (Jill Ireland, moglie di Bronson nella vita reale, il che aggiunge un tocco di verità domestica a tutte le loro schermaglie sullo schermo) che li prega educatamente di togliersi dai piedi, visto che non possiede un cavallo di ricambio da offrire loro. Finger, però, va a controllare personalmente nella stalla e ne trova uno bello e pronto, ma mente spudoratamente ai suoi compagni pur di rimanere solo con la donna fino a colpo terminato: la prima, ma non ultima, delle sue bugie a fin di bene (…per lui).

Dopo i primi comprensibili momenti di terrore, Amanda si lascia sedurre dalla cavalleria di Graham – finta come tutte le storie che le racconta sul proprio passato, ma efficace quanto basta – e se ne innamora perdutamente, con quella foga tipica di chi ha passato troppo tempo da sola in una fattoria isolata a leggere romanzi rosa. Proprio quando Graham, forse sincero per la prima volta nella sua vita da criminale, le dichiara di voler abbandonare l’infausto mestiere, arriva la doccia fredda: un giovane della fattoria vicina corre a comunicare alla padrona di casa che in città è successo il finimondo. Tre balordi hanno tentato una rapina, lo sceriffo ne ha ucciso uno sul posto e catturato gli altri due, che a breve penzoleranno da una forca.

Amanda, romantica fino al midollo e completamente all’oscuro del piccolo dettaglio che il suo innamorato è appunto uno dei fuorilegge in questione, costringe Graham ad andare a salvare i suoi “colleghi” ignara, o forse no, di mandarlo dritto verso la propria condanna. Il bandito, incastrato dalle circostanze e dal proprio charme, non può far altro che fingere di obbedire: si appresta così a una lunga passeggiata studiata a tavolino per far passare il tempo, sperando che il problema si risolva da solo. Non ha però fatto i conti con lo sceriffo, che lo intercetta puntualmente, perché in questi film gli sceriffi arrivano sempre nel momento peggiore possibile, mai prima.

Miracolosamente Graham riesce a sfuggirgli e, per salvarsi la pelle, rapisce un dentista di passaggio: lo stordisce e si scambia con lui i vestiti, in una delle trovate più assurde e geniali di tutto il film. Il malcapitato dentista non ha nemmeno il tempo di riprendere conoscenza che viene freddato dallo sceriffo al posto suo, vittima innocente di un’identità sbagliata, ironia della sorte suprema per un uomo che di mestiere rubava denti d’oro ai pazienti. Graham, sereno e placido come chi si crede ormai fuori pericolo, arriva finalmente in città, ma lì viene arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere: l’uomo a cui ha rubato i vestiti (e provvisoriamente l’identità) era infatti un truffatore ricercato da tempo.

Intanto lo sceriffo si presenta a casa di Amanda con il corpo sfigurato del presunto Finger, e la donna, nel vedere il cadavere del suo innamorato, sviene di schianto. Tutta la comunità le si scaglia contro con quel moralismo tipico dei paesini di provincia, ma Amanda, con orgoglio da eroina tragica, dichiara di essere pronta a subire ogni conseguenza pur di ribadire che il sentimento tra lei e il bandito è stata la cosa più bella e romantica della sua vita — dichiarazione che, neanche a dirlo, colpisce tutti i presenti, compreso uno scrittore di New York casualmente di passaggio, che fiuta subito l’affare letterario e le chiede un’intervista. Il romanzo che ne nasce diventa in breve un best seller internazionale, trasformando Amanda in una celebrità suo malgrado.

Quando finalmente Graham finisce di scontare la pena, torna sotto mentite spoglie da Amanda, la cui casa — così come ormai l’intera cittadina — è diventata un museo a cielo aperto meta di pellegrinaggio per i fan del libro sparsi per il mondo. Ma Amanda…

Tratto dal romanzo dello stesso Gilroy, che ne ha curato anche la sceneggiatura, “Da mezzogiorno alle tre” è una commedia divertente e ironica, capace di prendere in giro con eleganza due dei grandi miti del vecchio West — l’amore e i fuorilegge — e, di riflesso, anche la nostra insaziabile fame di romanzare pure le peggiori canaglie, purché sappiano raccontare una bella bugia.

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