“La doppia vita di Dan Craig” di Karel Reisz

(UK, 1964)

Tratto dall”opera teatrale di Emlyn Williams (1905-1987), attore e drammaturgo inglese, questa affascinante pellicola di Karel Resiz è il secondo adattamento cinematografico dopo “Notturno tragico” del 1936. La sceneggiatura è scritta dallo stesso Williams insieme a Clive Exton e prodotta dal regista Karel Reisz assieme allo stesso Albert Finney.

E proprio intorno alla bravura di Finney ruota la discesa agli inferi della malattia mentale del giovane Daniel – detto Dan – Craig, affascinante cameriere di un bar di una cittadina della ricca provincia inglese, che mette incinta Dora, la cameriera di Mrs Bramson, una facoltosa vedova prepotente che vive con l’avvenete figlia Olivia.

La signora Bramson esige conoscere colui che ha “approfittato” della sua cameriera e così Dan entra dalla porta di servizio della bella villa padronale.

Il suo fascino tenebroso colpisce subito sia la figlia che la madre, tanto che questa lo assume a servizio. Anche Olivia è profodamente affascinata dal ragazzo, tanto da accendere le gelosie della povera Dora. Nessuna di loro, però, è a conoscenza della vera vita di Dan, o meglio di quella che domina la sua oscura mente…

Reisz – che nel 1981 dirigerà il bellissimo “La donna del tenente francese” – riesce sapientemente a raccontare in ogni fotogramma l’angoscia e l’ossessione che culminerà nella scena finale (che ovviamente non spoilerizzo), grazie anche a una colonna sonora davvero ossessiva. Da ricordare alcune sequenze davvero d’effetto, ancora oggi imitate.

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“La Dea” di Lorenzo Mediano

(Cairo Editore, 2010)

La tradizione matriarcale nella nostra cultura ormai sembra un ricordo ancestrale, anche se in alcune zone del nostro Paese la volontà e la saggezza della donne sono ancora, fortunatamente, riconosciute e rispettate.

Ma di fatto il potere è in mano, da millenni, agli uomini. Sia quello politico che quello religioso. Alle donne è relegato il ruolo, al massimo, di “consigliere” in secondo piano. L’esiguo numero di donne, ad oggi, in ruoli chiave del nostro Belpaese lo conferma abbondantamente.

Ma non è sempre stato così.

Lo scrittore spagnolo Lorenzo Mediano ne è certo e così ha ricostruito quello che, alle soglie del Neolitico, circa 10.000 anni fa nella culla della civiltà che è stata la Mesopotamia, potrebbe essere accaduto.

Il mondo allora conosciuto era composto da villaggi che riuscivano a sopravvivere soprattutto grazie alle coltivazioni che erano gestite esclusivamente dalle donne. Le stesse avevano di fatto in mano la società e il culto della Dea dominava inconstrastato. Era infatti la Madre, in ogni villaggio, a gestire e occuparsi di tutti i suoi membri. Agli uomini era relegato il ruolo di caprai, visto che ormai la caccia era sempre meno redditizia.

Gli essere umani di sesso maschile erano considerati quindi inferiori e non avevano scelta: dovevano obbedire alla volontà della Dea che tramandava la sua preziosa conoscenza solo alle donne. Ma…

Affascinante romanzo cruento duro e crudo, come doveva essere la vita dei nostri antenati, e che non lascia un attimo di respiro. Impossibile non ripensare a quello che diceva, a proposito di differenze fra i sessi, il grande maestro François Truffaut: “Le donne sono delle professioniste, mentre gli uomini sono dei dilettanti”.

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“Mary e il fiore della strega” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2017)

E’ arrivato – purtroppo per pochissimi giorni – nelle nostre sale “Mary e il fiore della strega”, lungometraggio giapponese nella grande tradizione della cinematografia più classica del maestro Hayao Miyazaki.

Il regista quarantenne Hiromasa Yonebayashi è infatti della scuola dello Studio Ghibili, e si ispira al romanzo “La piccola scopa” dell’inglese Mary Stewart per portarci in un mondo fantastico e allo stesso tempo in grave pericolo.

La piccola Mary detesta i suoi capelli rossi “pel di carota” e mentre i suoi genitori stanno terminando il trasloco, lei si è già trasferita nella grande magione rossa dove vive la sua anziana prozia Charlotte. Un pomeriggio, vagando per la foresta che circonda la grande casa della prozia…

102 minuti nel segno della fantasia più pura e incontenibile, proprio nel solco dello Studio Ghibli e del suo autore più famoso. Numerose, infatti, sono le citazioni e gli omaggi che Yonebayashi fa al suo maestro: da “Kiki consegne a domcilio” a “La città incantata”.

Davvero un piccolo gioiello d’animazione.

“Estasi di un delitto” di Luis Buñuel

(Messico, 1955)

Molti sono gli aggettivi con cui da decenni si cerca di definire il geniale e visionario (più di ogni altro!) regista spagnolo-messicano Luis Buñuel. E forse quello che, guardando questo film, si avvicina di più è: sanguigno.

Ma non nel senso splatter o horror, sanguigno nell’accezione viscerale, carnale e irrefrenabile. Questo, unito al suo grande passato di cineasta surrealista, fanno di Buñuel uno dei grandi maghi della macchina da presa.

Ispirandosi al romanzo di Rodolfo Usigli, assieme a Eduardo Ugarte, Buñuel scrive uno dei capolavori del cinema noir, che tocca vertici di ansia e angoscia morbosa che solo il grande Hitchcock riesce a raggiungere. Sia per il racconto – colmo di destrutturazioni cronologiche – che per il potente linguaggio visivo.

Non è un caso quindi che il grande François Truffaut – autore fra l’altro di una delle più grandi interviste ad Hicthcock – citi quasi di sana pianta una scena di questo film nel suo “La camera verde”.

La storia dei grandi delitti pensati e bramati, ma nella realtà non commessi da Alessandro (Archibald in originale) De La Cruz è ancora oggi un capolavoro. Per Moravia il film rappresentava, come pochi altri, una grande allegoria dell’impotenza sessuale.

E poi il grande cineasta, come in ogni sua pellicola, non disdegna feroci frecciate al perbenismo cattolico, così ingerente nella sua Spagna (allora lontana) come in Messico, soprattutto quando parliamo di desideri e relativi sensi di colpa.

Da vedere, anche se poi carillon e manichini non saranno più gli stessi…

“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini

(Italia, 1956)

Ci sono poche cose che raccontato il nostro Paese, o meglio la nostra società e il nostro stile di vita, come la grande commedia all’italiana.

Siamo entrati nel Terzo Millennio e nel nostro quotidiano le cose non sono poi così cambiate rispetto a quello che ci racconta Mauro Bolognini nel 1956 in questa deliziosa pellicola in bianco e nero.

Le vite di quattro Vigili Urbani romani si incrociano sul palco dell’orchestra del Corpo, per poi scontrarsi con la vita di tutti giorni.

L’integerrima inflessibilità costerà cara alla guardia Randolfi (un grande Alberto Sordi), così come la troppa passione per la musica classica e le bugie sulla propria famiglia penalizzeranno la guardia scelta Manganiello (un altrettanto grande Peppino De Filippo), mentre meglio andrà al brigadiere Spaziani (Aldo Fabrizi sempre in grande forma) che riuscirà a coronare il sogno della figlia, tutti comandati dal maresciallo Mazzetti (un sornione Gino Cervi).

Fra sketch e scene memorabili, ancora oggi ne rimangono irresistibili e inarrivabili due su tutte: la partita a scopone fra De Filippo-Cervi e Fabrizi-Sordi, con quest’ultimo che non teme di schiaffeggiare neanche la mano del suo superiore mentre questo prende la carta sbagliata. E l’esame dello stesso Randolfi/Sordi che cerca vanamente una traduzione e un’improbabile pronuncia francese della parola “zia”…

Da rivedere a intervalli regolari.

“The Clapper” di Dito Montiel

(USA, 2017)

“Clapper” letteralmente sarebbe l'”applauditore”, ma viene compreso nei termini italiani comparsa o figurante. E’ facendo questo lavoro in numerose promozioni televisive che Eddie Krumble (Ed Helms, già protagonista dei film della serie “Una notte da leoni”) sbarca il lunario.

La sua è stata un’esistenza sfortunata, oppresso da una madre ingombrante – ma dal cuore grande – è stato sposato, ma il matrimonio è finito nel modo più triste. Così per trovare sollievo al dolore ha iniziato a frequentare gli studi televisivi come figurante.

Il suo aspetto grigio e comune lo aiutano nel lavoro dove usa anche baffi posticci e cappelli. Facendo benzina in un distributore aperto 24 ore su 24, Eddie incontra Judy (Amanda Seyfried) la ragazza della cassa, che apprezza e ricambia il suo interesse.

Le cose per Eddie sembrano finalmente tornare ad avere un equilibrio positivo, ma una sera, in un famoso Late Show, il conduttore presenta un servizio dedicato proprio a lui con numerose scene tratte dalle promozioni televisive in cui sorride, applaude e pone domande palesemente guidate sul prodotto presentato. Parte così una caccia mediatica al figurante sconosciuto, caccia che ovviamente travolgerà la vita privata e lavorativa di Eddie…

Scritta e diretta da Dito Montiel (già regista di “Guida per riconoscere i tuoi santi”) – autore anche del romanzo a cui è ispirato – “The Clapper”, oltre ad essere una divertente e originale commedia, è anche una graffiante critica alla televisione che nonostante la fama che porta, fagocita tutto.

“Regression” di Alejandro Amenábar

(Canada/Spagna, 2015)

La domanda sorge spontanea (cit.!) come mai questa bella pellicola del regista premio Oscar (con “Mare dentro”) Alejandro Amenábar (autore fra gli altri di “Apri gli occhi”, “The Others” e “Agorà“) non ha trovato una bella distribuzione nel nostro Paese?

La risposta non può essere una sola, ma la prima che viene in mente è certamente legata al tema alquanto spinoso che affronta: il senso di colpa che può essere sfruttato per rendere succubi gli altri.

Amenàbar ci racconta i fatti – realmente accaduti nel 1990 in una cittadina agricola degli Stati Uniti – provocati dalla confessione di Angela (una sempre brava Emma Watson) una ragazza devota e assidua frequentatrice della locale chiesa cristiana, che afferma di essere vittima da anni di abusi legati a riti satanici ad opera della sua famiglia.

L’ombra di una setta satanica ramificata in ogni ambito sconvolge la comunità e al deciso e volenteroso detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) viene affidato il compito di smantellarla. Ad assistere Kenner c’è il Professor Kenneth Raines, esperto di ipnosi regressiva che attraverso i suoi metodi avalla i racconti della ragazza…

Amenàbar, nato in Cile ma cresciuto in Spagna (patria della Santa Inquisizione), come noi italiani “confinanti” da sempre col Cuppolone, conosce bene i modi con cui una parte distorta e integralista di religiosi possa usare il senso di colpa per ghermire i fedeli.

Da vedere.

“Odio gli sbirri – L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

(Einaudi, 1956/2017)

Nel 1956 esce nelle librerie americane “Cop Hater” che viene tradotto in italiano  “L’assassino ha lasciato la firma”. Il libro riscuote subito un buon successo e il suo autore comincia ad attirare l’attenzione dei patiti del genere e non solo. Con i libri successivi, Evan Hunter diventerà un vero e proprio maestro del giallo-noir.

Nato a New York nel 1926 come Salvatore Albert Lombino (il cui nome palesa le sue chiare origini italiane) che poi cambierà in Evan Hunter – adottando principalmente lo pseudonimo di Ed McBain – il giovane scrittore fonda un genere nel genere.

Crea i poliziotti dell’87° Distretto di NY, che già dalla prima storia si devono confrontare con un mondo tosto in cui loro, troppo spesso, devono fare un lavoro duro e pericoloso.

Il ritmo e gli ambienti saranno da ispirazione a molte generazioni di giallisti – fra cui spiccano Per Wahlöö e Maj Sjöwall – così come i dialoghi senza troppi fronzoli e i cattivi, cattivi per davvero.

Nel 2017 Einaudi raccoglie i romanzi dedicati al 87° Distretto in una raccolta dal titolo “Odio gli sbirri”, efficace traduzione letteraria del titolo del primo libro.

“Electric Dreams” di Ronald D. Moore, Michael Dinner e Philip K. Dick

(USA/UK, 2017)

Che Philip K. Dick sia uno dei maggiori scrittori del Novecento ormai non è una novità. Così come non stupisce che le sue opere siano ancora attuali e affascinanti.

Ideata e prodotta da Ronald D. Moore e Michael Dinner, questa nuova trasposizione televisiva dei racconti di Dick coglie a pieno il suo spirito filosofico ed esistenzialista.

Attraverso la fantascienza lo scrittore di Chicago si pone e ci pone i quesiti più viscerali dell’essere umano …e come la pasta all’amatriciana, Philip Kindred Dick non passa mai di moda!

E pensare che lo scrittore fece in tempo solo a visitare il set di “Blade Runner” prima di morire e di poter assistere al suo trionfo al botteghino e alla sua definitiva consacrazione assoluta.

Con un cast davvero eccezionale che vede, tra gli altri, Bryan Craston (nel ruolo anche di produttore esecutivo) Geraldine Chaplin, Timothy Spall, Steve Buscemi, Anna Paquin e Vera Farmiga, “Electric Dreams” è sicuramente una delle serie più belle degli ultimi anni.

Fra i dieci episodi della prima serie – tutti davvero molto belli -, se proprio devo scegliere “Real Life” e “The Commuter”: davvero splendidi.

Da vedere e non solo per gli amanti della fantascienza.

Per la chicca: nei titoli di testa c’è un piccolo omaggio al grande Dick.

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck, che però canta il brano “The Rhythm of Life” la cui coreografia rimane ancora oggi nella storia del cinema.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

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