“La taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.4” di Yaro Abe

(BAO Publishing, 2021)

Eccoci tornare nella Taverna più singolare di Tokyo.

Dopo: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3” finalmente è disponibile il quarto volume del manga più saporito di sempre.

Con altre trenta ricette, e altrettante notti, ripercorriamo gli episodi più salienti della vita dei clienti della Taverna – alcuni dei quali abbiamo già conosciuto nei precedenti volumi – particolarmente legati sentimentalmente, nel bene o nel male, a uno specifico piatto che lo chef della locanda, aperta ogni notte da mezzanotte alla sette del mattino, è bravo a preparare.

Ed è lo stesso chef che cita una frase, simbolo e anima del manga: “…il bello di un pasto notturno sta in quel senso di colpa che ne consegue…”.

Fra queste nuove storie/ricette, ce ne è una – quella relativa alla centotredicesima notte – legata alla tragedia del terremoto che ha devastato una parte del Giappone. E anche da questo fumetto comprendiamo la filosofia e l’anima di un Paese che nonostante le enormi devastazioni che lo hanno colpito – come lo sgancio della bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale – con umiltà, grazia e dedizione si è sempre rialzato.

Da …”gustare”.

Su Netflix è disponibile la serie giapponese “Midnight Diner: Tokyo Stories” deliziosa e saporita come il manga da cui è tratta. Abe, nel corso degli anni, ha pubblicato anche: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.5“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.6” e “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.7”.

“A cavallo della tigre” di Luigi Comencini

(Italia, 1961)

In pieno Boom italico, Luigi Comencini porta la sua macchina da presa dentro un carcere fra i detenuti, spesso derelitti, che lo popolano. Per aiutare il proprio avvocato difensore il semianalfabeta Giacinto Rossi (Nino Manfredi) che, suo malgrado, è diventato un “famigerato” fuorilegge, scrive il suo memoriale dando vita al lungo flashback su cui si basa la pellicola.

Solo poco tempo prima era un onesto autista commerciale, ma vista la scarsa paga e le tre bocche da sfamare a casa oltre la sua – la moglie Ileana (Valeria Moriconi) e due bambini – decide di tentare il colpaccio: si ferma nella campagna di Civitavecchia e finge una rapina nella quale i presunti aggressori gli rubano la borsa con dei soldi affidatagli. Ma un pescatore di molluschi assiste casualmente alla scena e lo denuncia.

Giacinto finisce così nella casa circondariale dove, grazie al suo carattere pavido e servile, sbarca le giornate di detenzione cantando o facendo il bucato in cambio si sigarette e, soprattutto, lavorando come aiuto infermiere del medico del carcere.

Proprio questo suo ruolo attira l’attenzione di tre fra i più pericolosi carcerati: gli ergastolani Tagliabue (Mario Adorf) e Papaleo (Gian Maria Volontè), e lo scassinatore con la mani d’oro detto il Sorcio (Raymond Bussières). I tre, infatti, vogliono evadere e hanno bisogno della lima che il medico del carcere (Franco Giacobini) tiene chiusa in un’armadietto dell’infermeria.

La vigliaccheria e la paura di Giacinto saranno vitali per portare a termine l’evasione, che però non finirà come nei piani dei tre…

Scritto da uno dei veri e propri dreamteam della commedia all’italiana: Age, Furio Scarpelli, Mario Monicelli e lo stesso Comencini, questo “A cavallo della tigre” ci racconta in maniera dura e al tempo stesso divertente l’eclissarsi di una parte della nostra società che già allora iniziava a passare di moda: il sottoproletariato. Quando i protagonisti, dopo alcuni anni passati dietro le sbarre, tornano nella grande città non la riconoscono più e, soprattutto, sono turbati dal numero sconcertante delle automobili che in poco tempo si sono triplicate.

Ma tutto verrà masticato e ingurgitato dalla metropoli e dal nuovo corso economico del nostro Paese che certo non ha più tempo da perdere coi …poveracci.

Il titolo si riferisce a un proverbio cinese secondo il quale una volta a cavallo di una tigre è più pericoloso scendere che rimanerci sopra, proverbio che Giacinto riporta riferendosi al suo rapporto con l’irascibile e feroce Tagliabue, ma forse anche a quello con una società che non comprende più e che ormai gli scivola via dalle mani.

Da ricordare, oltre la superba interpretazione di Volontè nei panni di un dotto laureato che per folle gelosia ha ucciso l’amate della sua fidanzata, anche quelle della Moriconi e di Ferruccio De Ceresa nei panni di Coppola, il suo nuovo compagno.

Per la chicca: nei titoli di testa o di coda del film non è accredita, così come nessun articolo relativo al film lo riporta, ma la bambina che Giacinto e Tagliabue fanno scendere da una macchina tentando vanamente di tenere come ostaggio assomiglia tanto a una giovanissima Cristina Comencini.

“Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel García Márquez

(Mondadori, 1982)

Fra le cose che bisogna necessariamente fare per mantenere la propria esistenza emotivamente il più equilibrata possibile e godere a pieno dei grandi, così come dei piccoli, piaceri della vita c’è senza dubbio quella di leggere, a intervalli regolari, uno scritto del maestro Gabriel García Márquez.

Mi sono ributtato così nel romanzo che il grande scrittore colombiano pubblicò esattamente quarant’anni fa, l’anno prima di essere insignito del premio Nobel per la Letteratura.

La ricostruzione dell’ultima giornata della vita di Santiago Nasar rimane ancora oggi un capo saldo della letteratura mondiale, con la sua carnalità, la sua disperazione e soprattutto la sua ironia, e ci racconta un vero fatto di sangue accaduto trent’anni prima di cui lo stesso García Márquez fu testimone indiretto.

A Manaure, il “villaggio bruciato dal sale dei Caraibi”, tutti sanno che i fratelli Vicario vogliono ammazzare “come un maiale” Santiago. Tutti, tranne lo stesso Santiago che lo realizza solo quando è ormai troppo tardi.

Così riviviamo le ultime ore del Nasar secondo i vari racconti degli abitanti di Manaure incalzati dal narratore/Márquez. Chi per un motivo e chi per un altro non è riuscito a intervenire e impedire la tragedia. Tragedia dettata da ottuse e medievali regole sociali che segneranno in maniera indelebile la vita di tutti, non solo quella dei protagonisti primari.

Ma tutti, anche a distanza di tre decenni, si assolvono per la loro inerzia o vigliaccheria, proprio come fa la società più gretta e perbenista con se stessa.

Un capolavoro immortale da leggere e rileggere, e non solo per lo splendido stile di Marquez, maestro indiscusso della letteratura latinoamericano e planetaria, ma anche perché la sorpresa e lo sconcerto di Santiago sono quelli che ci piombano addosso sovente nella vita, dove spesso siamo gli ultimi a sapere le cose che ci riguardano. Ma, infondo, la storia delle nostre esistenze non è la… cronaca di una morte annunciata?

Da leggere.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Il tempo dei gitani” di Emir Kusturica

(Yugoslavia/Italia/UK, 1988)

Siamo alla fine degli edonistici anni Ottanta e mentre il nostro Paese è convinto di vivere un secondo e clamoroso Boom economico, proprio a due passi dai nostri confini esiste una realtà radicalmente diversa.

Nella periferia di Skopje, nella Macedonia del Nord, vive una comunità di rom che guarda all’Italia come il nuovo e splendente Eldorado. Si raccontano leggende e miti su chi arriva nel nostro Paese senza una lira e torna così ricco da potersi costruire una vera e propria casa in muratura “all’italiana”, e smettere così per sempre di vivere in una baracca.

Fra i giovani della comunità c’è Perhan (Davor Dujmovic) che vive con sua nonna Khaditza, suo zio alcolista e perdente giocatore d’azzardo Merdzan, e Danira sua sorella minore che è afflitta da una malformazione alla gamba. Il giovane è innamorato della sua coetanea Azra la cui madre però, vista l’indigenza in cui vive Perhan, lo caccia via senza pietà.

Quando il piccolo figlio di Ahmed, il facoltoso mercante che ha la sua “attività” in Italia, non sembra più riuscire a respirare, Khaditza con ancestrali – e poco ortodossi – metodi lo riesce a salvare. Per questo si fa promettere da Ahmed di portare presso l’ospedale di Lubiana Danira per curarle la gamba, accompagnata da Perhan.

Inizia così il viaggio verso un nuovo avvenire per i due fratelli, quando però Danira viene ricoverata a Lubiana, Perhan è costretto a seguire Ahmed a Milano. Ma la realtà cozzerà tragicamente con i sogni di cui Perhan si è sempre ingenuamente nutrito…

Così come la splendida “Princesa” dell’immortale Fabrizio De Andrè ci racconta la storia di Fernandinho che da Bahia approda sui marciapiedi di Milano, così Kusturica ci narra il tragico viaggio di Perhan verso quella Milano che in quegli anni era davvero una “Milano da bere”.

Amarissima scena finale che ricorda molto quella del film cecoslovacco “Treni strettamente sorvegliati” diretto da Jiří Menzel e vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1968. L’idea per questo lungometraggio viene a Kusturica leggendo la notizia di un neonato venduto in una comunità rom in Italia, e la sceneggiatura la scrive insieme al suo storico collaboratore Gordan Mihic. Il film vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle nostre sale di questa pellicola, il Muro di Berlino è crollato e il Balcani sono stati dilaniati, all’inizio del decennio successivo, da una sanguinosa guerra etnico/civile. Ma il miraggio che rappresenta il nostro Paese – così come quelli più ricchi d’Europa – attrae ancora milioni di profughi che non provengono più dai Balcani, ma da terre più lontane devastate da guerre, fame e terrorismo.

Lascia perplessi, ma ahimè non sorpresi, che proprio in questi tempi alcuni Paesi dell’Unione Europea vogliano alzare veri e proprio muri contro gli immigrati. Nazioni che più o meno trent’anni fa erano in una situazione simile ai protagonisti di questa bellissima pellicola. D’altronde anche noi italiani siamo spesso “vittime” di rigurgiti razzisti e sovranisti, dimenticando troppo facilmente che, oltre a ospitare nei nostri confini il Santo Padre – del quale, almeno una volta su dieci, qualche italiano dovrebbe pur seguire gli insegnamenti… – sopratutto siamo stati uno dei popoli più emigranti del nostro continente.

Da far vedere a scuola.

Purtroppo questo film è inedito in dvd nel nostro Paese, quindi per vederlo – o rivederlo – si è costretti a rivolgersi al mondo dell’usato del VHS (!) o sperare che qualche sito di streaming lo riproponga.

“Alfredo Alfredo” di Pietro Germi

(Italia/Francia, 1972)

All’indomani dell’entrata in vigore nel nostro Paese del divorzio, il maestro Pietro Germi punta la sua tagliente macchina da presa nella camera da letto degli italiani.

E’ indubbio che la legge sul divorzio, nel Paese che confina con lo Stato che ospita il Santo Padre, sia una enorme ed epocale conquista, soprattutto per le donne. Ma gli italiani, sopratutto gli uomini, sono davvero pronti?

Così entriamo nella vita del ligio impiegato di banca Alfredo Sbisà (interpretato da Dustin Hoffman e doppiato in maniera straordinaria da Ferruccio Amendola) che nonostante la sua laurea in Architettura preferisce la morigerata vita impiegatizia che culmina la sera con la visione di uno sceneggiato televisivo assieme al padre.

L’unico elemento fuori le righe della sua esistenza è Oreste (Duilio Del Prete) impenitente donnaiolo, che riesce ogni tanto a strapparlo dalla sua routine. Ma un giorno Alfredo incrocia per le strade della sua Ascoli un’affascinantissima farmacista che poi scopre chiamarsi Maria Rosa (Stefania Sandrelli) e della quale subito si innamora.

Se il carattere di Alfredo è timoroso e profondamente riflessivo, quello di Maria Rosa, invece, è impulsivo e volitivo, così la loro relazione esplode quasi subito e velocemente arriva al matrimonio. Quando poi la neo signora Sbrisà rimane incinta, in casa si stabiliscono anche i suoceri (con un grande Saro Urzì nel ruolo del padre) e Alfredo viene relegato nella cantina, visto poi che suo padre da tempo ormai era stato “invitato” a trasferirsi nella casa di campagna.

In breve tempo di lui nessuno si cura più e così Alfredo, preso dalla solitudine la sera inizia segretamente a uscire di casa per guardare gli altri “vivere”. Una sera, sempre con lo zampino di Oreste, incontra Carolina (Carla Gravina) donna dal carattere e dalla idee diametralmente opposte a quelle di Maria Rosa, ma…

Scritto dallo stesso Germi assieme a Tullio Pinelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, questo “Alfredo Alfredo” – che sembra a tutti gli effetti un antesignano dello struggente “L’amore fugge” del grande Truffaut – ci sussurra all’orecchio una frase che, parafrasando Massimo D’Azeglio, potrebbe essere: “Fatto il divorzio …ora bisogna fare i coniugi”.

A distanza ormai di cinquant’anni, infatti, e con due generazioni di italiani nati con il divorzio in vigore, siamo poi così sicuri che sappiamo davvero bene il significato di matrimonio? Purtroppo per secoli l’unione di una coppia, nella nostra Terra, è stata rigidamente considerata come un vincolo sacro e un dogma della società. Come se dopo aver pronunciato il fatidico “sì”, tutto si svolga in maniera “naturale” e senza “particolari” problemi.

Questo, naturalmente, secondo una medievale concezione patriarcale per la quale tutto ruotava intorno all’uomo a cui la donna doveva adattarsi in maniera supina. Ho usato il termine medievale, ma in realtà non dobbiamo andare così lontano nel tempo visto che, per fare un esempio, anche i miei genitori si sono sposati senza che esistesse la legge sul divorzio.

E così, una volta scardinato il secolare sacro vincolo le donne, ma soprattuto gli uomini, sono capaci di avere una relazione equilibrata?

Naturalmente generalizzare è sbagliato, ma Germi ha sempre amato farci ridere facendoci pensare. Se invece non abbiamo voglia di ridere col maestro Germi, basta leggere quel bollettino di guerra che sono i femminicidi ancora oggi nel nostro Paese.

“Mimikaki – Un piacere per le orecchie” di Yaro Abe

(Bau Publishing, 2021)

Il servizio personale – e assai intimo – di pulizia delle orecchie è un’antica tradizione giapponese. Per farlo si usano i mimikaki, piccoli bastoncini di bambù fatti a mano. Spesso, a un’estremità, è legata una piccola campanella che a ogni movimento tintinna accompagnando le piacevoli sensazioni che si provano nell’orecchio.

Naturalmente qualsiasi otorinolaringoiatra sobbalzerebbe sulla sedia al solo sentire parlare di stecche di bambù nell’apparato uditivo, ma il piacere profondo che alcune persone provano nel sottoporsi, sdraiati a terra con la testa appoggiata sulle cosce della pulitrice, a tale servizio sembra davvero irresistibile e paragonabile a tutti gli effetti a una vera e propria esperienza sessuale.

Così Yaro Abe, prima di pubblicare la sua splendida saga de “La taverna di mezzanotte – Tokyo Stories”, nel 2003 realizza questo primo tomo che raccoglie nove episodi tutti incentrati su Mimikaki da Yamamoto, una realizzatrice di mimikaki ed esperta pulitrice di orecchie, che nel suo studio a Nakamachi riceve nove clienti, tutti molti dissimili fra loro, ai quali la pulizia alle orecchie segna l’esistenza.

Questo delizioso e sensuale “Mimikaki – Un piacere per le orecchie”, oltre a vincere il Gran Premio Shōgakukan per i fumettisti esordenti nel 2003, ha il merito di aver portato il suo autore a lasciare la carriera di pubblicitario per intraprendere definitivamente quella da fumettista.  

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Questa volta è la mia storia” di Neil Simon

(Excelsior 1881, 2007)

Questa bellissima autobiografia è stata pubblicata per la prima volta da Neil Simon (1927-2018) nel 1996 ed è approdata nelle nostre librerie, incredibilmente, solo nel 2007. Sul motivo di questo inspiegabile ritardo si scervelleranno i posteri, anche se al momento sembra alquanto difficile che le future generazioni italiche la potranno leggere visto che ormai è fuori catalogo e per reperirla bisogna rivolgersi al mondo dell’usato.

Io sono uno scrittore “self-made”, che si autopubblica, e quindi non so proprio spiegarmi perché questo libro sia stato ignorato dalla nostra editoria tradizionale con la quale, …ahimè, non ho contatti. Magari fra cinquant’anni, con l’eventuale pubblicazione dei segreti più oscuri della nostra Repubblica la mia discendenza lo scoprirà. Ma al momento rimane davvero un mistero insondabile il motivo della scomparsa italiana dell’autobiografia di uno dei più famosi drammaturghi del Novecento, ancora oggi tanto messo in scena quanto imitato citato e copiato.

Il libro si apre nella primavera del 1957 quando il neanche trentenne Neil Simon, già affermato autore televisivo, decide di scrivere la sua prima commedia teatrale. Il motivo, oltre a quello di sentire il sacro fuoco del palcoscenico, è di tornare a vivere e lavorare a New York, la sua città natale, visto che la ricca televisione paga bene sì, ma in quegli anni ha il suo cuore pulsante a Los Angeles.

Con l’appoggio incondizionato di sua moglie Joan Baim, Neil inizia quel percorso – che lo renderà uno degli autori teatrali più famosi del suo tempo – digitando sulla sua macchina da scrivere il titolo: “S E N Z A U N A S C A R P A”.

Seguiamo così l’evolversi della sua prima commedia – che subisce non meno di una settantina di riscritture – e andrà in scena col titolo definitivo “Alle donne ci penso io”. Come le successive, molte di clamoroso e planetario successo, anche la prima è ispirata da persone o eventi che l’autore conosce o vive direttamente. Così “Alle donne ci penso io” nasce dall’approccio con l’altro sesso di suo fratello maggiore Danny, insieme al quale egli stesso farà i primi passi come autore comico dilettante.

Non a caso Danny Simon, oltre che per il fratello Neil, è stato un mentore per molti grandi comici e autori di quella generazione come per esempio Woody Allen che lo ricorda nella sua altrettanto splendida autobiografia “A proposito di niente“.

Così se “A piedi nudi nel parco” nasce dai veri primi tempi del matrimonio fra lui e Joan, “La strana coppia” è ispirata ancora una volta a suo fratello Danny che, dopo essersi separato, per motivi economici era andato a vivere assieme a un amico anche lui divorziato. Per questo, ci racconta Neil, una parte delle royalty che fruttava la commedia andavano anche a Danny.

Ma soprattutto Neil Simon ci racconta come era facile per lui scrivere, ma terribilmente complicato arrivare poi a mettere in scena il suo testo. Per questo ha avuto la fortuna di incontrare artisti di primissimo livello come Mike Nichols, che ha diretto le prime edizioni delle sue commedie più famose (come “A piedi nudi nel parco”, “La strana coppia” o “Prigioniero della Seconda Strada”) o Bob Fosse (per il quale Simon scrisse il testo del musical “Sweet Charity”) che alla festa dopo la prima a Broadway di “A piedi nudi nel parco”, visto il clamoroso successo, fece il brindisi sibillino: “…a Neil e all’ultima serata in cui avrà amici sinceri”.

E naturalmente tutti i grandi attori che per primi hanno portato i suoi personaggi, le sue storie e le sue immortali battutte sulle assi di un palcoscenico come Robert Redford, Walther Matthau, Art Carney, George C. Scott, Marsha Mason o Peter Falk.

Un viaggio nei primi venticinque anni della carriera splendente di Simon, che non a caso si conclude con la fine del matrimonio con la Baim. Un’autobiografia irresistibile e al tempo stesso dura e cruda, molto simile nella forma e nella sostanza a quel “A proposito di niente” già citato. Come il libro di Allen, reputo anche questa autobiografia di Simon un “manuale” indispensabile per chi ama scrivere, oltre che leggere, magari da sistemare accanto a “On Writing – Autobiografia di un mestiere” del maestro Stephen King.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Anatomia di un rapimento” di Akira Kurosawa

(Giappone, 1963)

Il maestro Akira Kurosawa esplora superbamente il classico noir crime americano, tanto da realizzare un’opera storica e di riferimento per tutto il genere cinematografico, e non solo.

Sceglie il romanzo “Due colpi in uno” pubblicato da Ed McBain nel 1959 e lo ambienta a Tokyo. Così entriamo nella lussuosa villa, che domina un quartiere povero, dell’imprenditore Kingo Gondo (Toshiro Mifune) proprio durante una riunione con gli altri membri del consiglio di amministrazione della National Shoes.

Mentre i suoi colleghi gli propongono di formare una cordata e defenestrare il presidente e fondatore della società, suo figlio Jun gioca nel giardino della villa a cowboy e indiani con Shinichi, il figlio di Aoki, il suo autista. Gondo si rifiuta e caccia i suoi colleghi di casa per poi confidarsi con la moglie Reiko e il suo segretario Kawanishi: ha ipotecato tutte le sue proprietà per comprare segretamente le azioni della National Shoes e diventare lui il nuovo presidente. Ma le parole dell’uomo vengono interrotte dallo squillo del telefono: è uno sconosciuto che dichiara di aver rapito Jun e per liberarlo senza ucciderlo vuole 30 milioni di yen, poco meno della cifra che lo stesso Gondo ha raccolto per la sua scalata.

Appena chiusa la telefonata incredibilmente Jun torna in casa cercando Shinichi. Appare chiaro quindi che il rapitore ha sbagliato bambino e fra le sue mani c’è il figlio di Aoki. Il padrone di casa chiama subito la Polizia che discreta giunge nella villa. Il rapitore richiama ammettendo l’errore, ma se non vuole che il piccolo muoia, anche se non è suo figlio, Gondo deve pagare lo stesso.

L’uomo così si trova davanti a un bivio: o salvare il figlio del suo fidato autista e perdere tutto quello per cui ha lavorato per oltre trent’anni, o diventare presidente della National Shoes ma lasciare morire il piccolo Shinichi. Intanto la Polizia inizia le sue indagini…

Splendida pellicola d’antologia, con un ritmo e una regia indimenticabili. Scritto dallo stesso Kurosawa assieme a Hideo Oguni, Ryuzo Kikushima, Eijiro Hisaita questo film, che ci inchioda alla poltrona ad ogni fotogramma, è di fatto diviso in due: la prima claustrofobica parte si consuma all’interno di villa Gondo, mentre la seconda alla centrale della Polizia e fra i quartieri di Tokyo, anche i più degradati dove il grande cineasta giapponese non ha paura di portare la cinepresa.

Così Kurosawa ci parla anche di una piaga sociale che da noi, in quegli anni, era quasi sconosciuta o peggio tabù: l’eroina e la sua terrificante dipendenza. Arriviamo così alla scena finale, con l’incontro/scontro fra Gondo e il rapitore, davvero memorabile e tragicamente attuale, dove ognuno dei due incarna una parte della società, con le proprie ombre e le proprie luci.

Basta guardarlo anche una sola volta per accorgersi quanto è ancora oggi citato o imitato.

Da vedere.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Giulia” di Fred Zinnemann

(USA, 1977)

La scrittrice e drammaturga americana Lilian Hellman (1905-1984) è stata una delle figure più rilevanti della cultura americana del Novecento. Sin dalla sua prima opera – “La calunnia” del 1934 che William Wyler porterà superbamente sullo schermo nel 1961 col titolo “Quelle due” con Audrey Hepburn e Shirley MacLaine – la Hellman usa i suoi testi come denuncia sociale e morale.

Le sue dichiarate idee sinistrorse, soprattutto nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, le creeranno non pochi problemi con la censura di allora, cosa che accadde anche al suo compagno di vita Dashiell Hammett, che morì in solitudine e povertà, assistito solo dalla stessa Hellman.

Nel 1973 pubblica il romanzo autobiografico “Pentimento” in cui ripercorre i fatti più rilevanti della sua esistenza, come la tormentata relazione con Hammett che durò circa trent’anni e, soprattutto, la sua amicizia profonda con Giulia.

Quattro anni dopo il maestro Fred Zinnemann decide di realizzare l’adattamento cinematografico del libro.

Lilian (una bravissima Jane Fonda) e Giulia (Vanessa Redgrave) dopo aver passato nella ricca proprietà dei nonni di quest’ultima, non lontano da New York, indimenticabili estati insieme durante l’adolescenza, vengono separate dalla vita. Quando la passione di Lilian per la scrittura diventa centrale, quella per la medicina di Giulia la porta in Europa, e nello specifico a Vienna per conoscere e seguire gli studi di Sigmund Freud.

Ma l’ombra della Seconda Guerra Mondiale cala sull’Europa e Lilian, che ormai convive stabilmente con Hammett (Jason Robards) viene a sapere che la sua amica è stata gravemente ferita quando le truppe naziste hanno occupato l’Austria.

Giunta a Vienna, Lilian trova Giulia irriconoscibile e piena di ferite in un letto di ospedale, tanto sconvolta che forse nemmeno la riconosce. La città è sotto l’occupazione tedesca e quando il giorno dopo si sveglia Lilian trova il letto di Giulia vuoto, e nessun sa dirle dove è stata trasferita. Senza notizie dell’amica a Lilian non resta che tornare negli Stati Uniti.

La prima commedia della Hellman è un successo clamoroso di critica e pubblico tanto da renderla molto famosa ed essere invitata a Mosca per uno spettacolo teatrale. Mentre è a Parigi, da dove prenderà il treno per la capitale sovietica, Lilian viene avvicinata dal signor Joahnn (Maximilian Schell) che dice di essere un amico di Giulia. L’uomo sostiene che a mandarlo sia stata proprio la donna, che ha un grande favore da chiederle…

Struggente pellicola firmata da un maestro di Hollywood che ci racconta splendidamente l’ansia e l’angoscia precedenti a quella che è considerata una delle più grandi catastrofi dell’umanità come la Seconda Guerra Mondiale. E le osserviamo attraverso gli occhi di una donna americana privilegiata, che rimane incredula sconvolta e impotente da quello che vede accadere in Europa, nonostante l’opulenza e la mondanità in cui lei stessa vive.

Indimenticabile l’interpretazione di Jane Fonda, che viene candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista, così come quelle della Redgrave e di Robards che invece la statuetta dorata la vincono. Oscar per la miglior sceneggiatura non originale anche a Alvin Sargent per lo script del film, dove le atmosfere sono più importanti degli scatti narrativi e i silenzi a volte più dei dialoghi.

Nonostante le polemiche che seguirono l’uscita del romanzo prima e quella del film poi, a causa dei forti dubbi sulla reale esistenza di Giulia – esistenza mai indiscutibilmente comprovata – e sulla vera partecipazione della Hellman ad azioni anti-naziste, questo film rimane comunque molto bello ed emozionante, raccontandoci la storia universale di due donne indimenticabili.

Per la chicca: il film segna anche l’esordio cinematografico di Meryl Streep nel ruolo secondario dell’antipatica Anne Marie, simbolo della ricca e viziata alta borghesia newyorkese. Inoltre, la persona che si intravede pescare su una barca nella penombra di un tramonto, all’inizio e alla fine della film, è la vera Lilian Hellman.

“I Origins” di Mike Cahill

(USA, 2014)

Fra le domande che l’essere umano, una volta presa coscienza di se stesso, si è posto c’è senza dubbio quella che concerne la propria anima. Esiste un’anima? …E se esiste, sopravvive al nostro corpo?

Dalla notte dei tempi questo enigma ci accompagna segnando spesso la nostra esistenza. Se la prima risposta, e al tempo stesso il primo conforto, è stata la religione, quella successiva, per molti individui, è stata la scienza che col suo progredire ha fatto luce su domande che sembravano irrisolvibili.

Così, come ci dicono i protagonisti di questo film, la religione è rimasta fondata su ciò che venne detto e scritto millenni fa, mentre la scienza ha continuamente nuovi paradigmi e leggi fondanti.

Per chi possiede una fede pura e sincera la vita non cela nulla di inspiegabile e ingiusto, così come per chi si affida completamente alla scienza la propria esistenza ha una chiara e limpida ragione d’essere. Proprio come per Ian Gray (Michael Pitt), un dottorando in biologia molecolare con la passione per gli occhi. Infatti, fin da bambino e dopo aver saputo che non esistono due persone con gli occhi esattamente uguali, ha fotografato le pupille di tutti quelli che glielo hanno permesso.

Una sera, a una festa, Ian incontrata una misteriosa ragazza col volto coperto da un passamontagna che lascia intravedere solo i suoi splendidi occhi. Ian ne rimane profondamente colpito e dopo aver ottenuto il permesso le fotografa le pupille. La ragazza sembra ricambiare l’interesse di Ian ma, proprio mentre stanno per fare l’amore, scappa via.

Ian perde le sue tracce, ma qualche giorno dopo “casualmente” incappa in un grande manifesto pubblicitario dedicato a un prodotto per truccare gli occhi, e le pupille che lo fissano dal cartellone sono senza dubbio quelle che lui ha fotografato alla festa.

Grazie a internet riesce a rintracciare la modella, che si chiama Sofi (Astrid Bergès-Frisbey), e con la quale inizia una relazione a tutti gli effetti. Intanto, nel suo laboratorio arriva Karen (Brit Marling) la nuova praticante che si rivela persona assai capace e scienziata di primo livello. Ma…

Scritta e diretta da Cahill, questa originale pellicola è per quelli che guardando il mondo, fra il bianco e il nero, preferiscono perdersi nelle milioni di tonalità di grigio.