“Pollice da scasso” di William Friedkin

(USA, 1978)

Nel 1978, William Friedkin – reduce dai clamorosi successi internazionali de “Il braccio violento della legge” e “L’esorcista”, ma anche dal flop commerciale del suo ambizioso “Il salario della paura” (tratto dall’omonimo romanzo di Georges Arnaud da cui il maestro Henri-Georges Clouzot nel 1953 realizza il suo splendido “Vite vendute“) – si trova a dover fare i conti con gli studios e accetta quello che appare come un lavoro su commissione: “Pollice da scasso”, rievocazione ironica della celebre rapina alla Brink’s Company di Boston del 17 gennaio 1950. Il risultato è un film curioso, diseguale, che oscilla tra la farsa picaresca e la cronaca sociale, senza mai trovare però del tutto il proprio centro di gravità narrativo.

La vicenda – realmente accaduta e passata alla storia come una delle più grandi rapine mai compiute negli Stati Uniti – ruota attorno a Tony Pino, interpretato da un Peter Falk in stato di grazia e magnificamente doppiato nella nostra versione da Ferruccio Amendola. Pino è un italoamericano del North End bostoniano che alterna il mestiere di cuoco in una tavola calda con quello più lucroso di scassinatore notturno. Insieme a una sgangherata banda di ladruncoli – tra cui Joe McGinnis (Peter Boyle), il cognato Vinnie (Allen Garfield), il veterano di guerra Specs O’Keefe (Warren Oates) e Jazz Maffie (Paul Sorvino) – Pino mette a segno quello che doveva essere il colpo della vita: circa due milioni di dollari portati via dalla cassaforte della Brink’s, la nota ditta di trasporto valori.

Friedkin affronta la storia con un approccio ambivalente che rappresenta insieme il punto di forza e la debolezza del film. Da un lato, il regista costruisce una sorta di “I soliti ignoti” all’americana, privilegiando i toni farseschi e la caratterizzazione umoristica dei personaggi. Dall’altro, non rinuncia completamente alla sua vocazione per il realismo sociale, inserendo elementi di critica all’America maccartista e all’FBI di J. Edgar Hoover, qui interpretato con gusto caricaturale da Sheldon Leonard.

La prima parte del film è probabilmente la più riuscita: Friedkin si diverte a mostrare le rocambolesche imprese della banda, dai piccoli furti ai tentativi sempre più ambiziosi che precedono il grande colpo. La sequenza della rapina alla fabbrica di dolciumi, con Allen Garfield sommerso da un fiume di palline colorate dopo aver premuto, per mera curiosità, un’interruttore, è un piccolo gioiello di comicità fisica che ricorda le migliori tradizioni del cinema comico americano.

Peter Falk trova qui un personaggio che gli calza a pennello: il suo Tony Pino è un guappo italoamericano trapiantato a Boston, un furfante dall’intelligenza vivace e dalle mani fatate per le serrature, che non ricorda nemmeno se sia nato a Salerno o a Palermo ma che possiede quell’astuzia di strada che lo rende irresistibile. Falk, che in quel momento era già celebre per il suo tenente Colombo, dimostra qui una versatilità comica che avrebbe meritato maggiore considerazione dalla critica. Il suo Pino è un antieroe perfetto: simpatico, un po’ ingenuo e fondamentalmente onesto nei suoi disonesti propositi.

Particolarmente riuscite sono le scene domestiche tra Falk e Gena Rowlands, che interpreta sua moglie Mary, compagna nella vita di John Cassavetes, amico personale di Falk. Il loro è un rapporto di complicità assoluta: lei lo saluta quando esce per “andare al lavoro” come farebbe qualsiasi moglie con un marito impiegato nel turno di notte, ricordandogli di non dimenticare il cacciavite e preparandogli un panino nel caso avesse fame. È in questi momenti di quotidianità surreale che Friedkin trova la sua vena più autentica, mostrando come la criminalità sia per questi personaggi semplicemente una professione alternativa, praticata con la stessa dedizione e gli stessi rituali di qualsiasi altro mestiere.

Il cast di contorno è di primissimo livello: Warren Oates porta la sua consueta intensità nel ruolo del veterano psicologicamente instabile, Paul Sorvino è perfetto come sempre nei panni del criminale all’antica, Peter Boyle costruisce un personaggio di ricettatore che bilancia perfettamente astuzia e vigliaccheria. Ma è Allen Garfield a rubare molte scene con il suo Vinnie, cognato pasticcione di Tony, protagonista involontario dei disastri più esilaranti e oggetto di un rapporto quasi da coppia comica alla Abbott e Costello con Falk.

Dove il film perde colpi è forse nella seconda parte, quando la rapina è stata compiuta e Friedkin deve gestire le conseguenze. Il ritmo rallenta, la narrazione si fa più dispersiva, e l’elemento satirico – la convinzione di Hoover che dietro il colpo ci sia un complotto comunista – viene sviluppato in modo troppo superficiale per risultare davvero efficace. Friedkin sembra diviso tra il desiderio di fare una farsa leggera e l’ambizione di costruire una critica sociale più profonda, finendo per non soddisfare completamente né l’una né l’altra direzione.

Ciò che rende “Pollice da scasso” comunque degno di nota è la sua capacità di catturare un momento storico specifico dell’America: quella terra di mezzo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni Cinquanta, quando il paese oscillava tra l’ottimismo del dopoguerra e le paranoie del maccartismo. I criminali di Friedkin sono figli di immigrati italiani e irlandesi che cercano il loro sogno americano attraverso l’unico mezzo che conoscono: il furto. Il film suggerisce, senza mai dirlo esplicitamente, che la loro impresa non è poi così diversa dal capitalismo predatorio dei rispettabili banchieri e imprenditori.

“Pollice da scasso” non è certamente tra i capolavori di William Friedkin. Non ha la tensione de “Il braccio violento della legge”, non possiede l’ambizione de “L’esorcista”, e manca della cupezza di “Cruising” con Al Pacino. È piuttosto una parentesi leggera, un film di mestiere realizzato da un grande regista costretto dalle circostanze a lavorare su materiale non particolarmente congeniale. Eppure, proprio in questa apparente limitazione, il film trova una sua dignità.

È un’opera che funziona meglio se vista come commedia piuttosto che come thriller sulla rapina. Peter Falk, comunque, regala un’interpretazione che merita di essere ricordata, costruendo un personaggio che rimane impresso nella memoria dello spettatore per il suo mix di furbizia e ingenuità, di arroganza e di vulnerabilità.

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“Prima pagina” di Billy Wilder

(USA, 1974)

Siamo agli inizi degli anni Settanta, e la carta stampata ma soprattutto la televisione plasmano, spesso senza remore, l’opinione pubblica. Così il grande Billy Wilder decide di riportare sul grande schermo la commedia teatrale “The Front Page” scritta da Ben Hecht (fra i più importanti e prolifici sceneggiatori della prima epoca d’oro di Hollywood, autore di script come “Scarface – Lo sfregiato”, “Pericolo pubblico n.1”, “Ombre rosse”, “Notorius – L’amante perduta” o “Nulla di serio“) e Charles MacArthur nel 1928, che già vanta numerosi adattamenti cinematografici a partire dall’omonimo “The Front Page” di Lewis Milestone del 1931, passando per il divertente “La signora del venerdì” diretto da Howard Hawks nel 1940 con Cary Grant e Rosalind Russell.

Quest’ultimo cambia il protagonista da Hildebrand ‘Hildy’ Johnson in Hildegard “Hildy” Johnson, facendone vestire i panni alla Russell, scelta narrativa importante e ispirata a Nellie Bly (1864-1922) la grande giornalista americana, collaboratrice di fiducia di Joseph Pultizer. Con lo stesso cambio narrativo, e ambientandolo direttamente negli studi di un network televisivo, Ted Kotcheff dirige nel 1988 “Cambio marito” con Burt Reynolds, nel ruolo del direttore, Kathleen Turner in quello della sua giornalista di punta – nonché sua ex moglie – e Christopher Reeve in quello del suo nuovo e ingenuo aspirante marito.

Billy Wilder, invece, assieme al suo fidato coscenaggiatore I.A.L. Diamond decide di rimanere fedele all’opera originale di Hecht e MacArthur, ambientandola l’anno dopo in cui venne per la prima volta rappresentata, il 1929. Chicago, per le 7.00 della mattina del 6 giugno è stata fissata l’esecuzione di Earl Williams (Austin Pendleton) condannato all’impiccagione per l’uccisione di un poliziotto, avvenuta mentre questi lo stava arrestando perché distribuiva volantini a favore dell’organizzazione anarchica e sinistrorsa “Friends of American Liberty”.

Anche se il colpo è partito involontariamente durante la colluttazione, Williams è stato condannato molto rapidamente, così da programmare la sua esecuzione proprio a ridosso delle elezioni. Il sindaco (Harold Gould) e lo sceriffo (Vincent Gardenia) hanno fatto di tutto per accelerare il processo proprio per poter sfruttare al meglio la situazione e, visto poi che il poliziotto deceduto era di colore, si sono trovati fra le mani l’occasione per prendere anche i voti della comunità afroamericana della città.

Walter Burns (un arcigno e perfido Walter Matthau) direttore del “Chicago Examiner” ha messo sull’esecuzione il suo uomo migliore Hildebrand “Hildy” Johnson (Jack Lemmon) che però si è reso incredibilmente introvabile. Quando finalmente Hildy torna al giornale lo fa per presentare le sue dimissioni: la sera stessa partirà per Philadelphia per poi sposarsi nei giorni successivi con la candida Peggy (Susan Sarandon).

Burns sarà disposto a tutto, anche a mentire e truffare, pur di non perdere il suo miglior cronista, ma a mettere davvero nei guai Hildy sarà proprio il suo viscerale amore per il giornalismo…

Wilder dirige una commedia divertente e graffiante, atto d’accusa contro un certo tipo di giornalismo aggressivo e spietato, soprattutto con coloro che usa e poi getta via, come: ” …la prima pagina di un quotidiano che quando esce può fare molto scalpore, ma il giorno dopo è usata tranquillamente per incartare il pesce al mercato”, frase che lo stesso Burns pronuncia a Hildy.

A cinquant’anni di distanza dalla sua uscita nelle sale americane, “Prima pagina” rimane sempre un’ottima commedia, vittima però di mode e superficialità che oggi sarebbero, giustamente, inaccettabili. Come la bassa stereotipizzazione dell’omosessualità del giornalista Bensiger (interpretato da David Wayne) che risulta ancora più evidente dalla grande dignità che Wilder e Diamond donano a Molly Malloy (interpretata da Carol Burnett) la prostituta dei bassi fondi innamorata di Williams.

Se Molly, che rappresenta gli ultimi della società, è il personaggio più puro e sincero del film – che ricorda molto quelli cantanti magistralmente dal grande Fabrizio De Andrè – Bensinger è “solo” un personaggio secondario bizzoso e antipatico, dai modi “strani” dei quali tutti possono ridere. D’altronde in Gran Bretagna solo sette anni prima la realizzazione di questo film l’omosessualità smise di essere reato.

I duetti fra Lemmon e Matthau sono comunque sempre irresistibili e indimenticabili, grazie anche agli attori di supporto, tutti grandi artisti, come i già citati Gardenia e Gould, a cui si aggiungono Charles Durning e Herb Edelman nei ruoli di alcuni giornalisti colleghi di Hildy.

Nella nostra versione a doppiare Matthau non è il grande Renato Turi, ma un altrettanto bravissimo Ferruccio Amendola, mentre Giuseppe Rinaldi dona come sempre magistralmente la voce a Lemmon.

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“Alfredo Alfredo” di Pietro Germi

(Italia/Francia, 1972)

All’indomani dell’entrata in vigore nel nostro Paese del divorzio, il maestro Pietro Germi punta la sua tagliente macchina da presa nella camera da letto degli italiani.

E’ indubbio che la legge sul divorzio, nel Paese che confina con lo Stato che ospita il Santo Padre, sia una enorme ed epocale conquista, soprattutto per le donne. Ma gli italiani, sopratutto gli uomini, sono davvero pronti?

Così entriamo nella vita del ligio impiegato di banca Alfredo Sbisà (interpretato da Dustin Hoffman e doppiato in maniera straordinaria da Ferruccio Amendola) che nonostante la sua laurea in Architettura preferisce la morigerata vita impiegatizia che culmina la sera con la visione di uno sceneggiato televisivo assieme al padre.

L’unico elemento fuori le righe della sua esistenza è Oreste (Duilio Del Prete) impenitente donnaiolo, che riesce ogni tanto a strapparlo dalla sua routine. Ma un giorno Alfredo incrocia per le strade della sua Ascoli un’affascinantissima farmacista che poi scopre chiamarsi Maria Rosa (Stefania Sandrelli) e della quale subito si innamora.

Se il carattere di Alfredo è timoroso e profondamente riflessivo, quello di Maria Rosa, invece, è impulsivo e volitivo, così la loro relazione esplode quasi subito e velocemente arriva al matrimonio. Quando poi la neo signora Sbrisà rimane incinta, in casa si stabiliscono anche i suoceri (con un grande Saro Urzì nel ruolo del padre) e Alfredo viene relegato nella cantina, visto poi che suo padre da tempo ormai era stato “invitato” a trasferirsi nella casa di campagna.

In breve tempo di lui nessuno si cura più e così Alfredo, preso dalla solitudine la sera inizia segretamente a uscire di casa per guardare gli altri “vivere”. Una sera, sempre con lo zampino di Oreste, incontra Carolina (Carla Gravina) donna dal carattere e dalla idee diametralmente opposte a quelle di Maria Rosa, ma…

Scritto dallo stesso Germi assieme a Tullio Pinelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, questo “Alfredo Alfredo” – che sembra a tutti gli effetti un antesignano dello struggente “L’amore fugge” del grande Truffaut – ci sussurra all’orecchio una frase che, parafrasando Massimo D’Azeglio, potrebbe essere: “Fatto il divorzio …ora bisogna fare i coniugi”.

A distanza ormai di cinquant’anni, infatti, e con due generazioni di italiani nati con il divorzio in vigore, siamo poi così sicuri che sappiamo davvero bene il significato di matrimonio? Purtroppo per secoli l’unione di una coppia, nella nostra Terra, è stata rigidamente considerata come un vincolo sacro e un dogma della società. Come se dopo aver pronunciato il fatidico “sì”, tutto si svolga in maniera “naturale” e senza “particolari” problemi.

Questo, naturalmente, secondo una medievale concezione patriarcale per la quale tutto ruotava intorno all’uomo a cui la donna doveva adattarsi in maniera supina. Ho usato il termine medievale, ma in realtà non dobbiamo andare così lontano nel tempo visto che, per fare un esempio, anche i miei genitori si sono sposati senza che esistesse la legge sul divorzio.

E così, una volta scardinato il secolare sacro vincolo le donne, ma soprattuto gli uomini, sono capaci di avere una relazione equilibrata?

Naturalmente generalizzare è sbagliato, ma Germi ha sempre amato farci ridere facendoci pensare. Se invece non abbiamo voglia di ridere col maestro Germi, basta leggere quel bollettino di guerra che sono i femminicidi ancora oggi nel nostro Paese.

“Re per una notte” di Martin Scorsese

(USA, 1982)

Questo film del maestro Martin Scorsese è, a torto, poco considerato.

Agli inizi degli anni Ottanta il cineasta di New York, ispirandosi allo script di Paul D. Zimmerman, realizza un vero e proprio capolavoro che anticipa incredibilmente i lati oscuri della società contemporanea, e come questa venga implacabilmente influenzata dalla televisione, regno indiscusso di chi desidera prima di tutto apparire. Concetto che oggi ha acquistato ancora più peso grazie, o meglio a causa, dei social.

Uno dei re indiscussi della New York del 1982 è Jerry Langford (un bravissimo Jerry Lewis che dimostra come chi sa far ridere è molto bravo anche a saper far piangere) conduttore storico del Late Show che spopola in tutti gli Stati Uniti.

Fra i suoi fan più sfegatati e ossessivi – che oggi chiameremo stalker – c’è Rupert Pupkin (un monumentale Robert De Niro) un trentacinquenne che vive ancora con la madre, e che ha solo una certezza nella vita: essere un comico, ed ottenere una possibilità per dimostrarlo. Grazie ad uno stratagemma Rupert riesce a parlare con Jerry dal quale estorcere la promessa di ascoltare un nastro con le sue migliori battute.

Quando il solerte, sempre sorridente e cortese Rupert il giorno dopo si reca negli uffici della produzione del programma, viene accolto con cortesia e congedato con la promessa di essere ricontattato. Passano i giorni, ma Rupert non riceve alcuna chiamata e così decide di reagire…

Anche se è un film di quasi quarant’anni fa non desidero rivelare il finale, che comunque illumina senza pietà su come diventerà la nostra società, e sul potere del piccolo schermo capace di creare imperi e successi smodati, così come potere politico e morale.

Non è un caso quindi che Todd Philips si sia dichiaratamente ispirato a questo capolavoro per realizzare il suo “Joker” con Joaquin Phoenix. Basta pensare al titolo originale del film “King of Comedy” (“Re per una notte” è il titolo dell’autobiografia scritta dallo stesso Rupert che riempirà tutte le biblioteca americane) che è l’appellativo con cui si auto fregia alla fine Arthur Fleck/Joker.

Rupert, come Arthur, vive solo con la madre e praticamente non ha una vera vita sociale. Il cambiamento della loro esistenza e della percezione che di loro ha il mondo avviene per entrambi in uno studio televisivo.

E poi, ovviamente, c’è l’infinito Robert De Niro come collegamento viscerale fra le due pellicole. In questa ospite dello show, in “Joker” storico conduttore del talk show che guarda come un oracolo Arthur tutti i giorni.

Nella nostra versione di “Re per una notte”, presente nel dvd, c’è l’indimenticabile Ferruccio Amendola che doppia De Niro. Senza nulla togliere al bravissimo Stefano De Sando che doppia l’attore in “Joker”, il connubio Amendola/De Niro fa ancora oggi venire la pelle d’oca…