“Magnolia” di Paul Thomas Anderson

(USA, 1999)

Piovono rane su Los Angeles, e nessuno nel film batte ciglio più di tanto: è forse la sintesi più onesta di cosa sia Magnolia, oltre ore di cinema che ti afferra per il bavero e non ti lascia andare fino all’ultimo fotogramma. Paul Thomas Anderson, che all’epoca aveva poco meno di trent’anni ma già la sfrontatezza di un veterano, firma qui non solo la regia ma anche una sceneggiatura fiume, un affresco corale che si muove nella San Fernando Valley inseguendo una decina di vite apparentemente slegate tra loro, ma cucite insieme da fili invisibili fatti di colpa, abbandono, e la disperata ricerca di un perdono che sembra sempre un passo più in là.

Non è un film facile da riassumere, e forse è proprio questo il suo pregio più grande: rifiuta la scorciatoia della trama lineare per abbracciare la struttura del mosaico. C’è un ex ragazzo prodigio televisivo ormai adulto e distrutto dall’alcol e dal fallimento personale, c’è un ricco moribondo che cerca disperatamente di riallacciare i rapporti con il figlio che ha abbandonato nel momento più terribile, quel figlio che nel frattempo si è reinventato guru della seduzione maschile con lezioni tossiche di conquista, tragicamente attuali. C’è un poliziotto solitario che si innamora nel modo più goffo e sincero possibile, c’è un infermiere che porta il peso più pesante di tutti sulle spalle, e c’è un bambino prodigio che sta vivendo, sotto una luce diversa, esattamente lo stesso incubo vissuto anni prima dall’ex ragazzo prodigio ormai adulto, c’è un noto presentatore televisivo che vuole assolversi, per le sue gravi colpe personali, a tutti i costi. Il cerchio, insomma, si chiude, o forse non si chiude mai davvero: è uno dei tanti paradossi meravigliosi di questo film.

E poi c’è lui, Tom Cruise, in quella che considero ancora oggi una delle sue interpretazioni più coraggiose e sorprendenti. Anderson prende l’immagine patinata e rassicurante della star hollywoodiana e la fa a pezzi davanti ai nostri occhi, restituendocela in una versione grottesca, aggressiva, spaventosamente fragile sotto la superficie. Frank T.J. Mackey non è un personaggio simpatico, ma è un personaggio vero, e Cruise ha il coraggio di lasciarlo essere ripugnante fino a quando la crepa non si allarga abbastanza da lasciarci intravedere il dolore che lo ha generato. È un lavoro attoriale che ancora oggi, a distanza di oltre venticinque anni, si guarda con un misto di ammirazione e disagio, il segno di un’interpretazione riuscita di una parte che Anderson ha scritto appositamente per lui.

Nello splendido cast corale, fatto di nomi di grandi artisti come Philip Seymour Hoffman, Julianne Moore, John C. Reilly e William H. Macy, spicca senza dubbio anche Jason Robards, nei panni del padre di Tom Cruise, in una delle sue – ultime, purtroppo – grandi interpretazioni.

Ma Magnolia non sarebbe lo stesso film senza le canzoni di Aimee Mann – fra cui spicca la struggente Save Me – che qui non fanno da semplice tappezzeria sonora, ma diventano voce narrante, coro greco, sussurro collettivo che tiene insieme le solitudini di tutti i protagonisti. Anderson, che pare abbia costruito parte del film attorno alle canzoni stesse più che il contrario, arriva a un momento che è ormai leggenda del cinema americano: quello in cui, per qualche istante sospeso e improvviso, tutti i personaggi, ognuno chiuso nella propria disperazione, cantano insieme le stesse parole. È un momento che sulla carta dovrebbe risultare improbabile, quasi imbarazzante, e che invece funziona in un modo che ancora fatico a spiegarmi razionalmente: forse perché in quel momento capiamo che nessuno di loro è davvero solo nella propria sofferenza, anche se ognuno crede di esserlo.

Il film è attraversato da un senso quasi biblico del destino e della coincidenza, culminando in una sequenza che trovo corretto meglio non svelare a chi non l’ha ancora visto, ma che riesce a essere insieme scioccante, esilarante e stranamente coerente con tutto ciò che l’ha preceduta. È il gesto di un regista che a quell’età aveva già capito che il cinema può permettersi di essere eccessivo, quando l’eccesso serve a raccontare qualcosa di vero.

Non è un film per tutti, questo va detto con onestà: la sua lunghezza, la sua ambizione, il suo tono a tratti melodrammatico possono respingere chi cerca un intrattenimento più immediato. Ma per chi è disposto a lasciarsi trascinare nella corrente, Magnolia offre qualcosa che pochissimi film hanno il coraggio di offrire: uno sguardo onesto, quasi spietato, sulle ferite che i padri lasciano ai figli, e sulla possibilità, mai garantita ma sempre desiderata, di spezzare quel ciclo prima che sia troppo tardi.

Alla fine, Magnolia – ben oltre due decenni prima di Una battaglia dopo l’altra – resta uno di quei film che si portano dietro per molto tempo, riaffiorando ogni tanto senza preavviso, magari ascoltando per caso una canzone di Aimee Mann alla radio. E forse è proprio questo il segno dei film importanti: non smettono mai davvero di parlarci.

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“Una volta ho incontrato un miliardario” di Jonathan Demme

(USA, 1980)

C’è qualcosa di profondamente americano in “Melvin and Howard” – questo il titolo originale di questa pellicola firmata da Jonathan Demme nel 1980 – e non sto parlando dell’America dei grattacieli o delle grandi narrazioni epiche. Parlo dell’America dei diner aperti tutta la notte, delle autostrade che attraversano il deserto senza confini, dei sogni che si inseguono con la stessa ostinazione con cui si cambiano lavori precari e spesso malpagati. L’America degli invisibili che continuano a credere che la fortuna possa girare l’angolo da un momento all’altro e bussare alla loro porta.

La storia è nota, almeno nelle sue linee essenziali: Melvin Dummar, autista di camion del Nevada, raccoglie alla prime luci dell’alba un vecchio ferito e trasandato nel deserto non troppo lontano da Las Vegas. Il vecchio sostiene di essere Howard Hughes. Anni dopo, quando il miliardario muore, Melvin scopre di essere stato inserito nel testamento per una cifra che cambierebbe la sua vita. Il problema, però, è che nessuno gli crede.

Demme prende questa vicenda – realmente accaduta, con tutti i suoi interrogativi allora ancora non del tutto risolti – e la trasforma in qualcosa di più profondo di un semplice aneddoto bizzarro. Ne fa un ritratto delicato e malinconico dell’uomo comune americano, quello che fa fatica ad arrivare a fine mese ma continua a partecipare ai concorsi a premi convinto che prima o poi la dea bendata si ricorderà di lui.

Jason Robards è un Howard Hughes ridotto a fantasma, un ammasso di stracci e paranoia che emerge dal buio del deserto come un’apparizione. Ma è Mary Steenburgen – che per questa interpretazione vince l’Oscar come migliore attrice non protagonista – a rubare il film. La sua Lynda è un concentrato di vitalità disperata, una donna che balla in televisione per vincere qualche dollaro, che sposa Melvin con leggerezza e lo lascia con la stessa facilità, ma sempre con una sorta di grazia malinconica che ti spezza il cuore.

Il genio di Demme sta nel non giudicare mai i suoi personaggi. Melvin, interpretato da Paul Le Mat con una dolcezza quasi commovente, non è né un eroe né un imbroglione. È semplicemente un uomo qualunque, con i suoi sogni piccoli e le sue aspirazioni modeste, che si ritrova catapultato in una situazione più grande di lui. Potrebbe mentire? Certo. Ma potrebbe anche dire la verità. E in fondo, cosa cambia?

Il film scorre con una naturalezza disarmante, saltando da un periodo all’altro della vita di Melvin senza mai dare l’impressione di forzare la narrazione. Ci sono momenti di commedia pura – la sequenza del gioco a premi in televisione è semplicemente perfetta – e momenti di genuina tristezza, come quando Melvin realizza che nessuno crederà mai alla sua storia, che rimarrà per sempre l’uomo che “dice di” aver conosciuto Howard Hughes.

La fotografia di Tak Fujimoto cattura perfettamente quella luce particolare dell’America dei margini, dove tutto sembra perpetuamente coperto da una sottile patina di polvere e stanchezza. I diner, le roulotte, i motel economici: sono questi gli spazi in cui si muovono i personaggi, spazi di transito dove nessuno sembra davvero a casa ma tutti finiscono inevitabilmente per passarci.

Quello che colpisce è quanto Demme riesca a essere compassionevole senza mai scivolare nel paternalismo. I suoi personaggi sono perdenti, sì, ma perdenti dignitosi. Continuano a lottare, a sperare, a credere nella possibilità di un cambiamento. E quando il cambiamento sembra arrivare – sotto forma di una eredità milionaria – la vita si incarica di ricordare loro che i miracoli, se esistono, difficilmente riguardano gente come loro.

Scritto da Bo Goldman, “Una volta ho incontrato un miliardario” è un film che parla di sogni e di come questi si infrangono contro il muro della realtà, ma lo fa con una dolcezza disarmante. Non c’è cinismo, non c’è quella distanza ironica che spesso caratterizza i film sui perdenti. C’è invece una genuina empatia, un affetto vero per questi personaggi che continuano a sperare anche quando sarebbe più ragionevole smettere.

In un certo senso, il film è anche una riflessione su cosa significhi credere a una storia. La verità di Melvin conta meno della sua necessità di crederci, e forse questo è l’unico miracolo che il film concede ai suoi personaggi: la possibilità di continuare a sognare, anche di fronte all’evidenza contraria.

Un piccolo gioiello del cinema americano degli anni Ottanta, capace di raccontare la vita degli ultimi con la stessa attenzione che altri riservano ai potenti. E di farlo con grazia. Purtroppo, però, questa ottima pellicola – firmata dallo stesso regista de “Il silenzio degli innocenti” – è di fatto introvabile nella nostra versione.

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“Giulia” di Fred Zinnemann

(USA, 1977)

La scrittrice e drammaturga americana Lilian Hellman (1905-1984) è stata una delle figure più rilevanti della cultura americana del Novecento. Sin dalla sua prima opera – “La calunnia” del 1934 che William Wyler porterà superbamente sullo schermo nel 1961 col titolo “Quelle due” con Audrey Hepburn e Shirley MacLaine – la Hellman usa i suoi testi come denuncia sociale e morale.

Le sue dichiarate idee sinistrorse, soprattutto nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, le creeranno non pochi problemi con la censura di allora, cosa che accadde anche al suo compagno di vita Dashiell Hammett, che morì in solitudine e povertà, assistito solo dalla stessa Hellman.

Nel 1973 pubblica il romanzo autobiografico “Pentimento” in cui ripercorre i fatti più rilevanti della sua esistenza, come la tormentata relazione con Hammett che durò circa trent’anni e, soprattutto, la sua amicizia profonda con Giulia.

Quattro anni dopo il maestro Fred Zinnemann decide di realizzare l’adattamento cinematografico del libro.

Lilian (una bravissima Jane Fonda) e Giulia (Vanessa Redgrave) dopo aver passato nella ricca proprietà dei nonni di quest’ultima, non lontano da New York, indimenticabili estati insieme durante l’adolescenza, vengono separate dalla vita. Quando la passione di Lilian per la scrittura diventa centrale, quella per la medicina di Giulia la porta in Europa, e nello specifico a Vienna per conoscere e seguire gli studi di Sigmund Freud.

Ma l’ombra della Seconda Guerra Mondiale cala sull’Europa e Lilian, che ormai convive stabilmente con Hammett (Jason Robards) viene a sapere che la sua amica è stata gravemente ferita quando le truppe naziste hanno occupato l’Austria.

Giunta a Vienna, Lilian trova Giulia irriconoscibile e piena di ferite in un letto di ospedale, tanto sconvolta che forse nemmeno la riconosce. La città è sotto l’occupazione tedesca e quando il giorno dopo si sveglia Lilian trova il letto di Giulia vuoto, e nessun sa dirle dove è stata trasferita. Senza notizie dell’amica a Lilian non resta che tornare negli Stati Uniti.

La prima commedia della Hellman è un successo clamoroso di critica e pubblico tanto da renderla molto famosa ed essere invitata a Mosca per uno spettacolo teatrale. Mentre è a Parigi, da dove prenderà il treno per la capitale sovietica, Lilian viene avvicinata dal signor Joahnn (Maximilian Schell) che dice di essere un amico di Giulia. L’uomo sostiene che a mandarlo sia stata proprio la donna, che ha un grande favore da chiederle…

Struggente pellicola firmata da un maestro di Hollywood che ci racconta splendidamente l’ansia e l’angoscia precedenti a quella che è considerata una delle più grandi catastrofi dell’umanità come la Seconda Guerra Mondiale. E le osserviamo attraverso gli occhi di una donna americana privilegiata, che rimane incredula sconvolta e impotente da quello che vede accadere in Europa, nonostante l’opulenza e la mondanità in cui lei stessa vive.

Indimenticabile l’interpretazione di Jane Fonda, che viene candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista, così come quelle della Redgrave e di Robards che invece la statuetta dorata la vincono. Oscar per la miglior sceneggiatura non originale anche a Alvin Sargent per lo script del film, dove le atmosfere sono più importanti degli scatti narrativi e i silenzi a volte più dei dialoghi.

Nonostante le polemiche che seguirono l’uscita del romanzo prima e quella del film poi, a causa dei forti dubbi sulla reale esistenza di Giulia – esistenza mai indiscutibilmente comprovata – e sulla vera partecipazione della Hellman ad azioni anti-naziste, questo film rimane comunque molto bello ed emozionante, raccontandoci la storia universale di due donne indimenticabili.

Per la chicca: il film segna anche l’esordio cinematografico di Meryl Streep nel ruolo secondario dell’antipatica Anne Marie, simbolo della ricca e viziata alta borghesia newyorkese. Inoltre, la persona che si intravede pescare su una barca nella penombra di un tramonto, all’inizio e alla fine della film, è la vera Lilian Hellman.

“Tutti i mercoledì” di Robert Ellis Miller

(USA, 1966)

Nel 1964 debutta a Broadway la commedia “Tutti i mercoledì” firmata dalla scrittrice e drammaturga americana Muriel Resnik. Sia l’autrice che il cast, fra cui c’è un giovane Gene Hackman, in quel momento sono semi sconosciuti, ma il riscontro di pubblico e critica è clamoroso, cogliendo tutti di sorpresa.

Come accade spesso accade, Hollywood osserva attentamente la strada dei teatri più famosa d’America, e così due anni dopo esce l’adattamento cinematografico. A scrivere la sceneggiatura è Julius J. Epstein (storico sceneggiatore della Mecca del Cinema, e premio Oscar per quella non originale di “Casablanca”, solo per ricordare una delle sue numerose opere) che produce anche la pellicola.

John Cleves (Jason Robards) è un caparbio dirigente d’azienda di mezza età, rispettato e temuto da tutti. E’ felicemente sposato con Dorothy Cleves (Rosemary Murphy, unica superstite del cast originale di Broadway) e conduce una vita inappuntabile e laboriosa …almeno per sei giorni a settimana, visto che il mercoledì lo passa in un piccolo appartamento a New York, intestato a una delle ditte che dirige, che invece lui personalmente assegna alle sue giovani amanti con cui passa il giorno feriale. Quando l’ultima lo lascia, Cleves parte alla ricerca di quella nuova e fra le sue facoltose e volitive braccia cade la giovane e fragile Ellen Gordon (una bravissima Jane Fonda, fresca reduce del successo in “Cat Ballou“) che, dopo non poche resistenze, cede alla sua corte.

Le cose per Cleves sembrano procedere alla grande fino a quando la sua distratta segretaria non dà le chiavi dell’appartamento a Cass Henderson (Dean Jones, che il mondo ricorda per le sue interpretazioni nei film dedicati ad Herbie il maggiolino tutto matto o per il delizioso “Quattro bassotti per un danese”, sempre firmati dalla Disney) giovane dirigente di una delle ditte sparse per il Paese. Se all’inizio Cass è convinto che Ellen faccia parte dei “benefit” dell’appartamento, non ci mette molto a capire la vera dinamica sentimentale fra l’ospite e il suo capo. A complicare le cose arriva anche la signora Cleves che, sempre per colpa della segretaria di suo marito, piomba nell’appartamento con l’intento di arredarlo…

Classica commedia degli equivoci che però, e forse è questo il motivo del suo duraturo successo, ci presenta le protagoniste femminili Ellen Gordon e Dorothy Cleves in una luce nuova e particolare. Le due donne, infatti, da posizioni succubi materialmente o moralmente degli uomini, si emancipano prendendo ognuna la propria consapevole strada.

Non è un cambiamento da poco, visto i profondi stereotipi con cui le donne vengono rappresentante in quegli anni nelle commedie “‘d’amore” sul grande schermo, anche di successo internazionale. Ellen e Dorothy, invece, respirano già quell’aria di cambiamento che di lì a pochi anni infiammerà la contestazione e soprattutto la lotta per l’emancipazione delle donne.

Insomma, un piccolo gioiellino precursore dei tempi, e non a caso Jane Fonda viene giustamente candidata al Golden Globe per la sua interpretazione.

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“Il lungo viaggio verso la notte” di Sidney Lumet

(USA, 1962)

Nel 1956, tre anni dopo la morte del suo autore Eugene O’Neill – che lo avrebbe voluto pubblicato non prima di venticinque anni dalla sua dipartita – va in scena il dramma teatrale “Lungo viaggio verso la notte”.

Il successo è immediato in tutto il mondo e l’opera viene subito e giustamente considerata una delle pietre miliari della drammaturgia americana del Novecento al pari di “Un tram che si chiama desiderio” di Tenneesse Williams e “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller.

Nel 1962 Sidney Lumet realizza un indimenticabile adattamento cinematografico con un cast davvero memorabile.

Siamo nell’estate del 1912 in Connecticut, nella magione estiva dei Tyrone. Il capofamiglia, James Tyrone (Ralph Richardson) ha fatto una piccola fortuna in gioventù recitando in una lunga serie di commedie teatrali romantiche dove interpretava il protagonista, ruolo che però ha finito per bloccarlo segnando anche il declino della sua carriera. Le sue umili origini lo hanno portato poi ad essere assai parsimonioso col denaro.

Sua moglie Mary (una grande Katharine Hepburn) che lo ha conosciuto proprio al culmine del suo successo ancora studentessa di un austero convento cattolico, alla morte in culla del loro secondo genito è caduta in depressione tanto da portare il medico curante a somministrale dei medicinali a base di morfina. Alla nascita del loro terzo genito Edmund, Mary è caduta nuovamente in depressione ed è ricorsa alla morfina diventandone sempre più dipendente. Poco prima dell’inizio dell’estate è stata dimessa per l’ennesima volta da una clinica disintossicante.

Il primogenito Jamie Tyrone (Jason Robards, che interpretò lo stesso ruolo al primo allestimento del dramma a Broadway nel ’56) ha seguito le orme del padre senza mai avere successo però, cosa che ha contribuito a renderlo un alcolista.

Edmund (Dean Stockwell) che ormai ha vent’anni, è da poco tornato da un lungo viaggio intorno al mondo in nave come marinaio, e ora vorrebbe diventare uno scrittore. Ma la violenta tosse che spesso lo assale insinua in lui, e nei suoi familiari, il sospetto di essere malato di tubercolosi.

Un’uggiosa giornata di pioggia costringe i quattro Tyrone a passare insieme un’intera giornata in casa, cosa che metterà a nudo i rancori, le debolezze, le invidie e i tradimenti di ognuno dei componenti della famiglia.

Molto fedele all’opera di O’Neill, questo adattamento cinematografico ci regala il ritratto drammatico e amaro di una famiglia disfunzionale, dove non si consumano omicidi materiali, ma atroci massacri emozionali e personali. Così come Miller in “Morte di un commesso viaggiatore”, O’Neill ci parla di come la famiglia possa diventare l’inferno e la causa di angosce e gravi nevrosi.

Il motivo principale per cui O’Neill voleva la pubblicazione così tanto dopo la sua morte sono certamente i profondi riferimenti che l’opera ha in relazione alla vera famiglia di origine del suo autore. A partire dalla casa nel Connecticut dove si svolge il dramma (che è molto simile al Monte Cristo Cottage, la casa posseduta dagli O’Neill a New London), per passare alla carriera teatrale del patriarca James Tyrone (James O’Neill, padre di Eugene, fu un vero attore teatrale di successo in gioventù, che poi rimase “impantanato” nell’interpretazione del protagonista di una lunga serie di spettacoli teatrali dedicati al Conte di Montecristo) o come i nomi di battesimo dei protagonisti che ricalcano quelli veri di madre, padre e fratello di Eugene. Edmund, il figlio minore dei Tyrone, è malato di tubercolosi e alla fine del dramma si appresta ad entrare in sanatorio, cosa che accadde davvero allo stesso Eugene O’Neill nel 1912 e 1913, e che ne fa quindi un suo vero e proprio alter ego.

E’ curioso pensare che a partire dal secondo dopoguerra, la cultura italiana ha smesso quasi completamente di parlare dei lati oscuri della famiglia, che rimane ovviamente la base fondamentale della società, ma allo stesso tempo è anche il luogo di tragici eventi, come per esempio i femminicidi, che straziano il nostro Paese quasi quotidianamente. L’unico grande autore italiano che affronta le disfunzionalità della famiglia rimane l’immortale Eduardo De Filippo a partire dalla sua commedia “Natale in casa Cupiello”, che risale al 1931.

La Hepburn (che viene anche nominata agli Oscar come migliore attrice protagonista), Richardson, Robards e Stockwell ottengono al Festival di Cannes il premio come migliori interpreti.

“Oggi sposi: sentite condoglianze” di Melville Shavelson

(USA, 1972)

James Thurber (1894-1961) è stato uno dei collaboratori più rilevanti de “The New Yorker”. Ha iniziato come giornalista per poi scrivere racconti e vignette satiriche. Dalle sue opere sono state tratte molte commedie brillanti come “L’uomo questo dominatore” di Elliot Nugent del 1942, “Sogni proibiti ” con Danny Kaye e diretto da Norman Z. McLeod del 1947,”La battaglia dei sessi” di Charles Crichton nel 1960, o “I sogni segreti di Walter Mitty” diretto da Ben Stiller nel 2013.

L’argomento preferito da Thruber era quindi il rapporto, sempre assai complicato e burrascoso, fra donne e uomini. Dai suoi scritti, e soprattutto dalle sue vignette, è ispirato questo film.

Peter Wilson (un bravissimo, come sempre, Jack Lemmon) è un vignettista misantropo e solitario che vive orgogliosamente da scapolo impenitente. Ha raggiunto la mezza età senza mai scivolare nella “trappola” di un matrimonio, cosa che lo rende orgogliosamente fiero.

Da bambino, però, Peter ha avuto un incidente che gli ha causato la perdita dell’occhio sinistro. Col passare degli anni e, soprattutto a causa della sua totale noncuranza, anche l’occhio destro ha cominciato a dargli problemi. E quando decide di rivolgersi ad uno specialista scopre che forse è troppo tardi. Il medico, infatti, gli rivela che l’unica possibilità che ha di mantenere la vista, o almeno una parte di essa, è una complicata e rischiosa operazione.

Proprio uscendo dallo studio dell’oculista Peter si imbatte in Terry Kozlenko (Barbara Harris) agente editoriale di una nota casa editrice newyorkese. Anche se Terry è divorziata con tre figli poco meno che adolescenti a carico ed un cane piccolo ma molto rumoroso, Peter non può evitare di innamorarsi di lei. Ma il giorno delle loro nozze piomba alla cerimonia Stephen Kozlenko (Jason Robards) diametralmente opposto nel bene e nel male a Peter, ex marito di Terry e padre dei suoi figli, nonché fotografo di guerra stimato e premiato in tutto il mondo che…

Per comprendere al meglio quanto questo film riprenda la vita vera di Thurber basta pensare che nella realtà lui stesso, da piccolo e giocando coi suoi fratelli, perse l’occhio sinistro e che col passare degli anni i suoi problemi di vista si fecero sempre più gravi. Ma questo non gli impedì minimamente di osservare il mondo e commentarlo con i suoi scritti e le sue indimenticabili e caustiche vignette.

La sceneggiatura è scritta dallo stesso Melville Shavelson assieme a Danny Arnold che insieme, solo qualche anno prima, collaborarono alla storica serie televisiva “Il fantastico mondo di Mr. Monroe”, anch’essa ispirata alle opere di Thurber, creata da Shavelson, e il cui protagonista è un vignettista che quotidianamente è vittima della sua numerosa famiglia alla quale riesce a sopravvivere grazie solo ai suoi disegni.