“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri

(Italia, 1969)

Immaginate un assassino che lascia le prove del proprio delitto in giro per casa come biglietti da visita. Che semina indizi. Che quasi implora di essere scoperto. Immaginate poi che nessuno lo scopra. Non perché gli investigatori siano incompetenti. Ma perché il sistema, per sopravvivere a se stesso, non può permettersi di toccarlo.

Ecco il film. Ecco l’Italia del 1969. Ecco, con una puntualità che fa venire i brividi, forse un pezzo di Italia anche di oggi.

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” non è un thriller. O meglio: lo è nella forma, non nell’anima. Nell’anima è un atto d’accusa. Elio Petri e Ugo Pirro costruiscono una sceneggiatura che ha la struttura di un paradosso e la sostanza di uno schiaffo: il protagonista — il Dirigente, mai nominato, identificato solo dalla sua funzione come si usa con le istituzioni — uccide la propria amante nel giorno della sua promozione a capo dell’Ufficio Politico della Questura. Poi si mette a depistare le indagini. Su se stesso. Con la serenità assoluta di chi sa già come va a finire.

E tu, davanti allo schermo, a un certo punto smetti di chiederti se verrà fermato. Cominci a chiederti perché sei così sicuro che non accadrà.

E poi c’è lui.

Gian Maria Volonté costruisce il Dirigente come un essere che abita simultaneamente due dimensioni opposte: la sicurezza assoluta dell’intoccabile e il terrore segreto di chi ha bisogno di essere visto, fermato, punito. È una interpretazione che lavora su piani diversi e li tiene insieme senza che nessuna costola ceda. Volonté non recita la grandiosità: la indossa come si indossa una divisa. Ogni gesto è misurato, ogni pausa è deliberata, ogni sorriso ha dentro di sé la coscienza del proprio peso specifico. Nella scena in cui perquisisce il proprio appartamento nei panni dell’investigatore che cerca se stesso, c’è più cinema che in interi filmoni costruiti a furia di budget stratosferici.

Volonté aveva già dimostrato di essere qualcosa di diverso dagli altri — chi ha visto i suoi due personaggi nei primi spaghetti western di Sergio Leone o il suo Teofilatto dei Leonzi nel grande “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli è difficile che l’abbia dimenticato — ma qui Volonté compie qualcosa di più definitivo: porta sullo schermo un personaggio che fa paura non perché sia mostruoso, ma perché è riconoscibile. Perché lo abbiamo già incontrato. Perché probabilmente continueremo a incontrarlo.

Petri regge il film con un coraggio formale che non si accontenta di stare dentro le convenzioni del genere. Le scene in flashback sono distorte, quasi oniriche, con quei colori saturi e quella luce artificiale che trasformano il ricordo in ossessione. I movimenti di macchina sono a tratti aggressivi, a tratti quasi teatrali. Non c’è neutralità visiva: ogni scelta dice qualcosa, sottolinea, punge. È cinema che ha un punto di vista e non si vergogna di averlo.

E poi — bisogna parlarne, sarebbe un torto non farlo — c’è la musica del maestro assoluto Ennio Morricone.

Definirla “coinvolgente” è onesto ma insufficiente. Quella partitura è parte costitutiva del film, non accompagnamento. Il tema principale — quel mandolino, quei fiati beffardi, quasi da commedia grottesca, che tornano e tornano con l’insistenza di qualcosa che non vuole lasciarti andare — è la voce del potere stesso: sicuro, ironico, un po’ ridicolo nelle proprie cerimonie, e proprio per questo ancora più insopportabile. Morricone capisce il film forse meglio di chiunque altro, e lo restituisce in musica con una precisione che ancora oggi lascia il segno.

Non è un caso, quindi, se questa pellicola stava per approdare nelle nostre sale nel dicembre del 1969 quando la strage di piazza Fontana sconvolse per sempre la nostra società. I produttori furono incerti per alcuni mesi, dopo l’attentato nella città meneghina, se distribuirlo, ma alla fine lo fecero e la pellicola riscosse uno straordinario successo al botteghino in tutto il nostro Paese, e non solo.

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, e la cosa più notevole è che il premio non lo rende innocuo, non lo addomestica, non lo trasforma in un oggetto da premiazione da riporre in bacheca. Resta tagliente. Resta scomodo. Resta, ben oltre cinquant’anni dopo la sua uscita, un film che ha la capacità di farti alzare dalla sedia con la sensazione spiacevole di aver appena guardato non il passato, ma qualcosa di permanente.

Perché il Dirigente non è un personaggio storico. È un meccanismo. E i meccanismi, si sa, non invecchiano mai davvero, come gli scritti di Franz Kafka la cui frase chiude il film: “Qualunque impressione faccia su noi, egli è servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”.

Da vedere. Poi da rivedere. Poi da tenere a mente quando leggi le notizie del giorno.

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“A cavallo della tigre” di Luigi Comencini

(Italia, 1961)

In pieno Boom italico, Luigi Comencini porta la sua macchina da presa dentro un carcere fra i detenuti, spesso derelitti, che lo popolano. Per aiutare il proprio avvocato difensore il semianalfabeta Giacinto Rossi (Nino Manfredi) che, suo malgrado, è diventato un “famigerato” fuorilegge, scrive il suo memoriale dando vita al lungo flashback su cui si basa la pellicola.

Solo poco tempo prima era un onesto autista commerciale, ma vista la scarsa paga e le tre bocche da sfamare a casa oltre la sua – la moglie Ileana (Valeria Moriconi) e due bambini – decide di tentare il colpaccio: si ferma nella campagna di Civitavecchia e finge una rapina nella quale i presunti aggressori gli rubano la borsa con dei soldi affidatagli. Ma un pescatore di molluschi assiste casualmente alla scena e lo denuncia.

Giacinto finisce così nella casa circondariale dove, grazie al suo carattere pavido e servile, sbarca le giornate di detenzione cantando o facendo il bucato in cambio si sigarette e, soprattutto, lavorando come aiuto infermiere del medico del carcere.

Proprio questo suo ruolo attira l’attenzione di tre fra i più pericolosi carcerati: gli ergastolani Tagliabue (Mario Adorf) e Papaleo (Gian Maria Volontè), e lo scassinatore con la mani d’oro detto il Sorcio (Raymond Bussières). I tre, infatti, vogliono evadere e hanno bisogno della lima che il medico del carcere (Franco Giacobini) tiene chiusa in un’armadietto dell’infermeria.

La vigliaccheria e la paura di Giacinto saranno vitali per portare a termine l’evasione, che però non finirà come nei piani dei tre…

Scritto da uno dei veri e propri dreamteam della commedia all’italiana: Age, Furio Scarpelli, Mario Monicelli e lo stesso Comencini, questo “A cavallo della tigre” ci racconta in maniera dura e al tempo stesso divertente l’eclissarsi di una parte della nostra società che già allora iniziava a passare di moda: il sottoproletariato. Quando i protagonisti, dopo alcuni anni passati dietro le sbarre, tornano nella grande città non la riconoscono più e, soprattutto, sono turbati dal numero sconcertante delle automobili che in poco tempo si sono triplicate.

Ma tutto verrà masticato e ingurgitato dalla metropoli e dal nuovo corso economico del nostro Paese che certo non ha più tempo da perdere coi …poveracci.

Il titolo si riferisce a un proverbio cinese secondo il quale una volta a cavallo di una tigre è più pericoloso scendere che rimanerci sopra, proverbio che Giacinto riporta riferendosi al suo rapporto con l’irascibile e feroce Tagliabue, ma forse anche a quello con una società che non comprende più e che ormai gli scivola via dalle mani.

Da ricordare, oltre la superba interpretazione di Volontè nei panni di un dotto laureato che per folle gelosia ha ucciso l’amate della sua fidanzata, anche quelle della Moriconi e di Ferruccio De Ceresa nei panni di Coppola, il suo nuovo compagno.

Per la chicca: nei titoli di testa o di coda del film non è accredita, così come nessun articolo relativo al film lo riporta, ma la bambina che Giacinto e Tagliabue fanno scendere da una macchina tentando vanamente di tenere come ostaggio assomiglia tanto a una giovanissima Cristina Comencini.

Gian Maria Volonté

Il 9 aprile del 1933 nasceva a Milano Gian Maria Volonté uno dei grandi attori, fra i più carismatici, che hanno segnato il nostro cinema, e non solo.

Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma nel 1957, Volonté inizia la sua carriera in teatro riscuotendo un discreto successo, e passa – cosa poco usuale per quei tempi – alla televisione partecipando a sceneggiati famosi come “L’idiota” di Dostoevsky.

Nel 1960 approda al cinema, ma il grande successo arriva nel 1964 con “Per un pugno di dollari” del compianto quanto tutt’ora imitato Sergio Leone.

Volonté – che nei titoli di testa usa lo pseudonimo John Wels, così come Leone usa quello di Bob Robertson, visto che il pubblico nostrano credeva che a fare western fossero capaci solo gli americani… – veste i panni del bastardo, cattivo dei cattivi, Ramon. Un personaggio che, come il film che lo immortala, segna il cinema. Anche se torna a vestire i panni dell’infame in “Per qualche dollaro in più” (1965), la sua carriera è ormai decollata e nel 1966 Volonté partecipa a un altro grande film: “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli, nel ruolo di Teofilatto dei Leonzi.

Nello stesso anno torna allo Spaghetti Western con il classico “Quien Sabe?” di Damiano Damiani, nel ’67 lascia il cinema in costume per quello drammatico e di attualità con “A ciascuno il suo” di Elio Petri e nel ’68 è Piero Cavallero – della famigerata banda criminale – nello spettacolare “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani. La collaborazione con Petri trova poi il suo apice nel 1970 con il capolavoro “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, dove interpreta magistralmente il “Dottore”, un commissario di Pubblica Sicurezza meridionale dall’animo irrisolto e perverso.

Il successo internazionale dei suoi film lo porta all’estero, soprattutto in Francia dove sempre nel 1970 gira “I senza nome”, un grande poliziesco con Alain Delon, Yves Montand e Buorvil diretto da Jean-Pierre Melville, dal quale nel 1995 Michael Mann prende spunto per il suo “Heat – La sfida”, con Robert De Niro e Al Pacino. Seguono poi film come “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo  e “La classe operaia va in paradiso” sempre di Petri. Nel 1972 torna a lavorare – dopo “Uomini contro” del ’70 – con Francesco Rosi ne “Il caso Mattei”, fra i più bei docudramma realizzati sulla vita e soprattutto sulla morte di Enrico Mattei.

Dopo aver vestito i panni di Giordano Bruno nell’omonimo film di Montaldo del ’75 e quelli ufficiosi di Aldo Moro in “Todo Modo” di Petri nel ’76 – l’attore milanese tornerà ad indossarli ne “Il caso Moro” diretto da Giuseppe Ferrara che racconta il sequestro, la prigionia e l’assassinio del Presidente della DC – Volonté torna nel 1979 in televisione nello sceneggiato “Cristo si è fermato ad Eboli” diretto da Rosi: una delle pietre miliari del piccolo schermo.

Con Rosi, nel 1986, partecipa anche alla produzione internazionale “Cronaca di una morte annunciata” tratto dal romanzo di Gabriel Garcia Marquez.  L’anno dopo viene diretto da Luigi Comencini in “Un ragazzo di Calabria”. Nel 1990 gira, fra gli altri, due film italiani di rilievo: il primo è “Porte aperte” di Gianni Amelio che ripercorre il processo che portò nel Ventennio all’ultima condanna a morte eseguita nel nostro Paese.

Il secondo è “Tre colonne in cronaca” diretto da Carlo Vanzina (si, si, proprio Carlo Vanzina!), un avvincente thriller tutto made in Italy tratto da un romanzo di Corrado Augias, che però riscuote pochissimo successo. Nel 1991 Gian Maria Volonté torna a parlare di mafia ne “Una storia semplice” tratto da un romanzo breve di Leonardo Sciascia e diretto da Emidio Greco.

Il 6 dicembre 1994, durante le riprese de “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos, Gian Maria Volonté viene colpito da un letale attacco cardiaco. In pochi anni poi, un attore di tale bravura e con una caratura internazionale paragonabile solo a quella di Marcello Mastroianni, viene vergognosamente dimenticato.