“Gatto nero gatto bianco” di Emir Kusturica

(Rep. di Jugoslavia/Francia/Germania/Austria/Grecia, 1998)

Ci sono film che non si guardano: si ascoltano, si annusano, si mangiano con gli occhi. “Gatto nero gatto bianco” di Emir Kusturica è uno di questi. È un’opera che ti prende per il bavero fin dai primissimi fotogrammi e non ti lascia più andare …e tu, dopo un po’, sei contento di non andare da nessuna parte.

Siamo sulle rive del Danubio, in un villaggio rom che sembra uscito da un sogno fatto dopo una cena troppo piccante e abbondante. Matko Destanov è un piccolo contrabbandiere che insegue il grande colpo della vita con la stessa grazia con cui un gatto insegue la propria coda. Suo figlio Zare, giovane e romantico, vorrebbe solo vivere la propria storia d’amore in santa pace. Ma tra padri scriteriati, boss corrotti, nonne indistruttibili e un matrimonio combinato che nessuno dei diretti interessati vuole davvero, la pace è un lusso che in questo film nessuno può permettersi.

Kusturica aveva già riscosso il successo planetario con “Papà è in viaggio d’affari” del 1985, “Il tempo dei gitani” del 1988 e lo straordinario “Underground” del 1995, film monumentale e controverso che lo aveva lasciato esausto e in rotta con il mondo del cinema. “Gatto nero gatto bianco” nasce da quella stanchezza come una festa nasce dal bisogno di dimenticare i guai: fragorosa, caotica, autentica. Lo stesso Kusturica ha raccontato di aver voluto fare qualcosa di completamente libero, senza messaggi politici, senza il peso della storia. E ci riesce. E forse è proprio per questo che il film ha quella leggerezza rara: non quella dell’improvvisazione, ma quella di chi sa esattamente quello che sta facendo e sceglie il sorriso invece del cipiglio.

Il cast è un affresco di facce meravigliose e scomparse che sembrano nate per stare davanti a una macchina da presa. Bajram Severdžan porta sullo schermo un Matko così disperatamente inetto e così sinceramente ottimista che è impossibile non volergli bene, nemmeno quando combina guai enormi con la serenità di chi non ha ancora capito la gravità della situazione. Florijan Ajdini interpreta Zare con una dolcezza maschile priva di sentimentalismo: è un ragazzo che vuole cose semplici — amare, essere amato, vivere — e la semplicità di questo desiderio, in mezzo al caos generale, diventa quasi rivoluzionaria.

Ma è attorno ai personaggi secondari che “Gatto nero gatto bianco” rivela tutta la sua grandezza bizzarra. La nonna Sujka è un personaggio di quelli che non dimentichi, anche se ci provi. Il boss Grga Pitić è una maschera comica che ha la profondità di un personaggio da commedia classica: dietro la risata c’è sempre qualcos’altro, qualcosa di vero sulla natura umana e sulle sue splendide debolezze.

La regia di Kusturica è musica visiva. Il regista bosniaco usa la macchina da presa come uno strumento in più dell’orchestra, e non è una metafora: la colonna sonora del film è il quinto elemento dopo terra, acqua, fuoco e aria. I ritmi balcanici, le trombe che sembrano ebbre quanto i personaggi, le percussioni che ti arrivano addosso come un temporale improvviso: tutto questo non è un sottofondo ma un protagonista. Si esce dalla sala — o si chiude lo streaming, per chi è cresciuto in un’altra epoca — con quelle melodie ancora in testa, senza liberarcene nemmeno volendo.

I maiali che sguazzano nel fango, il Danubio come personaggio muto e inesorabile, le case sbilenche che sembrano costruite da qualcuno che non aveva né un righello né la voglia di usarlo: Kusturica costruisce un mondo che non è il nostro ma dentro cui ci si riconosce comunque. Perché il caos che rappresenta non è geografico ma umano. Riguarda la famiglia, il denaro, l’amore, l’orgoglio – soprattutto maschile – e la resilienza – soprattutto femminile -. Riguarda tutti quei meccanismi ancestrali che non cambiano né con le frontiere né con i secoli.

Il film vinse il Leone d’argento per la regia alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998. Un premio giusto, per quanto spesso i premi giusti arrivino per ragioni sbagliate. “Gatto nero gatto bianco” meritava quel riconoscimento non per la sua geometria registica — che pure esiste, nascosta sotto le apparenze del caos — ma per quella cosa più difficile da misurare e impossibile da insegnare: la gioia. Non la gioia come messaggio, non la gioia come scelta ideologica. La gioia come cifra stilistica, come modo di stare al mondo e di raccontarlo.

Ci sono registi che fanno film su come è il mondo. Kusturica, in questo straordinario esercizio di anarchia creativa, fa un film su come il mondo potrebbe essere se ci mettessimo un po’ più di tromba, un po’ meno di senno, e un gatto — magari due: uno nero o uno bianco… — a decidere il finale.

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“Il tempo dei gitani” di Emir Kusturica

(Yugoslavia/Italia/UK, 1988)

Siamo alla fine degli edonistici anni Ottanta e mentre il nostro Paese è convinto di vivere un secondo e clamoroso Boom economico, proprio a due passi dai nostri confini esiste una realtà radicalmente diversa.

Nella periferia di Skopje, nella Macedonia del Nord, vive una comunità di rom che guarda all’Italia come il nuovo e splendente Eldorado. Si raccontano leggende e miti su chi arriva nel nostro Paese senza una lira e torna così ricco da potersi costruire una vera e propria casa in muratura “all’italiana”, e smettere così per sempre di vivere in una baracca.

Fra i giovani della comunità c’è Perhan (Davor Dujmovic) che vive con sua nonna Khaditza, suo zio alcolista e perdente giocatore d’azzardo Merdzan, e Danira sua sorella minore che è afflitta da una malformazione alla gamba. Il giovane è innamorato della sua coetanea Azra la cui madre però, vista l’indigenza in cui vive Perhan, lo caccia via senza pietà.

Quando il piccolo figlio di Ahmed, il facoltoso mercante che ha la sua “attività” in Italia, non sembra più riuscire a respirare, Khaditza con ancestrali – e poco ortodossi – metodi lo riesce a salvare. Per questo si fa promettere da Ahmed di portare presso l’ospedale di Lubiana Danira per curarle la gamba, accompagnata da Perhan.

Inizia così il viaggio verso un nuovo avvenire per i due fratelli, quando però Danira viene ricoverata a Lubiana, Perhan è costretto a seguire Ahmed a Milano. Ma la realtà cozzerà tragicamente con i sogni di cui Perhan si è sempre ingenuamente nutrito…

Così come la splendida “Princesa” dell’immortale Fabrizio De Andrè ci racconta la storia di Fernandinho che da Bahia approda sui marciapiedi di Milano, così Kusturica ci narra il tragico viaggio di Perhan verso quella Milano che in quegli anni era davvero una “Milano da bere”.

Amarissima scena finale che ricorda molto quella del film cecoslovacco “Treni strettamente sorvegliati” diretto da Jiří Menzel e vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1968. L’idea per questo lungometraggio viene a Kusturica leggendo la notizia di un neonato venduto in una comunità rom in Italia, e la sceneggiatura la scrive insieme al suo storico collaboratore Gordan Mihic. Il film vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle nostre sale di questa pellicola, il Muro di Berlino è crollato e il Balcani sono stati dilaniati, all’inizio del decennio successivo, da una sanguinosa guerra etnico/civile. Ma il miraggio che rappresenta il nostro Paese – così come quelli più ricchi d’Europa – attrae ancora milioni di profughi che non provengono più dai Balcani, ma da terre più lontane devastate da guerre, fame e terrorismo.

Lascia perplessi, ma ahimè non sorpresi, che proprio in questi tempi alcuni Paesi dell’Unione Europea vogliano alzare veri e proprio muri contro gli immigrati. Nazioni che più o meno trent’anni fa erano in una situazione simile ai protagonisti di questa bellissima pellicola. D’altronde anche noi italiani siamo spesso “vittime” di rigurgiti razzisti e sovranisti, dimenticando troppo facilmente che, oltre a ospitare nei nostri confini il Santo Padre – del quale, almeno una volta su dieci, qualche italiano dovrebbe pur seguire gli insegnamenti… – sopratutto siamo stati uno dei popoli più emigranti del nostro continente.

Da far vedere a scuola.

Purtroppo questo film è inedito in dvd nel nostro Paese, quindi per vederlo – o rivederlo – si è costretti a rivolgersi al mondo dell’usato del VHS (!) o sperare che qualche sito di streaming lo riproponga.