“Les Parapluies de Cherbourg” di Jacques Demi

(Francia/Germania Ovest, 1964)

“Les Parapluies de Cherbourg” – parapluies è il termine francese per indicare gli ombrelli – è un’opera cinematografica unica nel suo genere, diretta nel 1964 dal regista Jacques Demy. Questo film rappresenta uno dei più alti esempi di cinema musicale europeo, distinguendosi per la sua innovativa struttura interamente cantata.

La pellicola racconta la storia d’amore, che si consuma fra le strade e i vicoli di Cherburg, tra Geneviève (Catherine Deneuve), una giovane che lavora nel negozio di ombrelli della madre (impersonata da una bravissima Anne Vernon), e Guy (Nino Castelnuovo), un meccanico che viene chiamato a prestare servizio militare in Algeria. Il loro amore, apparentemente destinato a durare per sempre, si scontra con la separazione forzata e le circostanze della vita che li porteranno a prendere strade diverse.

Ciò che rende straordinario questo film è il modo in cui Demy sceglie di raccontare questa storia semplice: ogni dialogo è cantato, trasformando l’intera narrazione in un’opera musicale continua. La sublime colonna sonora composta da Michel Legrand eleva la narrazione a livelli emotivi straordinari, con melodie che sono diventate iconiche nel panorama musicale cinematografico internazionle.

La fotografia del film è un trionfo di colori vivaci e saturi che creano un contrasto poetico con la malinconia della storia. Ogni inquadratura è composita come un quadro, con una cura meticolosa per i dettagli cromatici che enfatizzano gli stati d’animo dei protagonisti attraverso le scenografie ed i costumi di scena.

La giovane Catherine Deneuve offre una interpretazione indimenticabile, conferendole un’aura di fragilità e determinazione, che l’ha consacrata come una delle più grandi attrici del cinema francese e non solo.

“Les Parapluies de Cherbourg” è un’esperienza cinematografica che sfida le convenzioni, mescolando realismo e stilizzazione, gioia e dolore, in un racconto che parla di amore, separazione e scelte di vita. La potenza emotiva del film risiede proprio nella sua capacità di trasformare una storia semplice in un’opera d’arte visiva e musicale che continua a emozionare anche dopo oltre mezzo secolo dalla sua realizzazione. La pellicola vince, non a caso, la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Un capolavoro che merita di essere riscoperto da ogni nuova generazione di cinefili, e non solo.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“L’ultimo metrò” di François Truffaut

(Francia, 1980)

Il maestro François Truffaut fatica non poco per trovare i finanziamenti necessari a produrre questo suo capolavoro. Alla fine degli anni Settanta, infatti, sembra poco interessante realizzare un film dedicato all’occupazione nazista della Francia del 1942, non concentrandolo sul tema politico.

Perché Truffaut e Suzanne Schiffmann (stretta e fidata collaboratrice e co-sceneggiatrice del regista) vogliono raccontare una storia di donne e uomini che mettono su uno spettacolo teatrale, che ha “solo” per sfondo l’occupazione nazista.

E’ la seconda opera del cineasta parigino, dopo lo splendido “Effetto notte” (incentrata sul cinema) dedicata al mondo dello spettacolo che, nei suoi progetti, avrebbe dovuto far parte di una trilogia. L’ultima pellicola, che però il regista non avrà mai il tempo di realizzare, avrebbe dovuto essere dedicata al musical.

Truffaut e Schiffmann basano il loro script sui diari personali di molti noti artisti dell’epoca e soprattutto sui loro ricordi personali. Il regista, durante l’occupazione, aveva dieci anni, mentre la Schiffmann quasi quattordici, ed essendo di religione ebraica, sul cappotto aveva cucita la stella di David che, per andare la sera al teatro, nascondeva sotto una sciarpa. Non è un caso quindi che nella pellicola, anche se in parti marginali, ci siano un bambino di dieci anni e una ragazza ebrea che usa lo stesso stratagemma della Schiffmann per andare al teatro.

L’occupazione delle truppe tedesche ha costretto molti artisti e intellettuali di origine ebraica a lasciare Parigi, fra questi c’è anche Lucas Steiner (Heinz Bennent) che in fretta e furia ha venduto il suo teatro, il “Montmartre”, alla moglie l’attrice Marion Steiner (una splendida Catherine Deneuve) ed è scappato in America Latina. Marion, assieme all’amico fidato l’attore Jean-Loup Cottin (Jean Poiret) decide di mettere in scena il dramma norvegese “La scomparsa”, opera che lo stesso Steiner aveva scelto e preparato per la rappresentazione.

Per il ruolo del protagonista maschile Cottin sceglie Bernard Granger (un bravissimo Gerard Depardieu) dopo averlo visto al lavoro al Teatro del Grand Guignol. Iniziano così i preparativi per lo spettacolo, durante i quali scopriamo l’anima più nascosta e profonda dei suoi protagonisti. Marion, nella cantina del teatro, nasconde il marito Lucas che non ha mai lasciato Parigi; Bernard ha stretti contatti con la Resistenza per la quale prepara ordigni esplosivi; Cottin, grazie alle sue conoscenze, riesce sempre a “sistemare le cose” rimediando visti o bolli; e così tutti gli altri, fino all’attrezzista. Ogni personaggio ha una vita nascosta e recita “pirandellianamente” anche fuori dal palcoscenico.

Al centro però rimane sempre l’amore, l’amore per un altro essere umano, l’amore per il teatro, l’amore per il potere ed il successo o l’amore per la propria nazione. E Truffaut, che di amore se ne intende, omaggia con rispetto e delicatezza anche quello omosessuale. Non è un caso, quindi, che per interpretare Cottin, la cui omosessualità è subito dichiarata, vuole Jean Poiret, noto attore teatrale nonché autore e interprete (insieme a Michel Serrault) della pièce “La Cage aux folles” che sbanca nei teatri francesi a partire dal 1973 e che poi Edouard Molinaro porterà sul grande schermo con titolo (in italiano) “Il vizietto” con il grande Ugo Tognazzi nel ruolo che sul palcoscenico era dello stesso Poiret.

Se è vero che l’opera di Poiret canzona gli omosessuali, è vero anche che lo fa con rispetto e affetto, diventando impietosa invece con quelli che hanno problemi o diventano moralmente ingerenti con chi ha gusti sessuali diversi dai propri.

Girato quasi tutto in interni, con luci deboli che ampliano il senso di pesantezza, metafora mentale dell’occupazione voluta dal regista, “L’ultimo metrò” è uno dei capolavori indiscussi della cinematografia mondiale che, come pochi altri, sbanca al botteghino esaltando al tempo stesso la critica. Merita di essere ricordata, infine, la struggente scena finale in cui Truffaut omaggia in maniera sublime il maestro (e suo amico personale) Alfred Hitchcock citando “Omicidio!”.

Da vedere ad intervalli regolari.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.