“La nave dei folli” di Stanley Kramer

(USA, 1965)

Nel 1965, Stanley Kramer porta sul grande schermo “La nave dei folli”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Katherine Anne Porter. Ambientato alle soglie del 1933, il film ci conduce a bordo di “Vera”, una nave passeggeri tedesca che salpa dal Messico verso la Germania, portando con sé un microcosmo umano di straordinaria complessità. A quasi sessant’anni dalla sua uscita, questa pellicola mantiene intatta la sua potenza simbolica e narrativa, offrendoci inquietanti parallelismi con la nostra società contemporanea.

“Vera” è un universo galleggiante, popolato da personaggi che rappresentano la società dell’epoca: aristocratici tedeschi, artisti disillusi, commercianti e piccoli borghesi, oltre a un equipaggio rigidamente gerarchico. Il tutto si svolge all’alba dell’ascesa del nazismo, in un momento storico carico di presagi, dove l’intolleranza e l’antisemitismo iniziano a manifestarsi apertamente e le divisioni sociali si acuiscono.

Kramer, maestro nel tradurre temi sociali complessi in immagini potenti, crea un’opera corale dove ogni personaggio porta con sé una storia e un significato preciso. La pellicola vanta un cast stellare, con Vivien Leigh (nella sua ultima interpretazione), Simone Signoret, José Ferrer, Lee Marvin e Oskar Werner, le cui interpretazioni restano memorabili.

“La nave dei folli” non è solo un film: è un’allegoria. Il bastimento diventa metafora di una società moralmente alla deriva, incapace di vedere l’abisso verso cui sta navigando. I passeggeri, immersi nelle loro preoccupazioni personali e nei loro pregiudizi, ignorano deliberatamente i segnali di pericolo rappresentati dall’ascesa del nazifascismo.

L’antisemitismo crescente, simboleggiato dal personaggio magnificamente interpretato da Josè Ferrer è uno dei temi centrali. La pellicola mostra come l’odio si insinui lentamente ma inesorabilmente nella società, prima tollerato, poi accettato, infine celebrato da alcuni personaggi che rappresentano l’avanguardia del pensiero nazista.

È qui che il film di Kramer rivela la sua terrificante attualità. Oggi, come allora, assistiamo alla normalizzazione di discorsi d’odio, alla crescita di movimenti estremisti e all’erosione di valori democratici che sembravano acquisiti.

La nave è divisa in classi rigide, con pochi punti di contatto tra di esse. Questa stratificazione riflette la nostra società contemporanea, sempre più polarizzata economicamente e culturalmente. Le bolle sociali in cui viviamo oggi assomigliano ai vari ponti della nave: raramente comunichiamo con chi è “sopra” o “sotto” di noi.

I personaggi del film, come molti di noi oggi, minimizzano o ignorano i segnali preoccupanti del loro tempo. “Passerà”, “è solo una fase”, sono frasi che riecheggiano tanto nel film quanto nelle nostre conversazioni quotidiane di fronte a derive autoritarie.

Nel film, gli ebrei e altri gruppi marginalizzati vengono progressivamente privati della loro umanità. Questo processo è tristemente familiare nel mondo contemporaneo, dove rifugiati, migranti e minoranze vengono spesso rappresentati come masse indistinte piuttosto che come individui con storie personali.

I personaggi più privilegiati del film vivono in un mondo di illusioni, incapaci di comprendere la gravità della situazione. Oggi assistiamo a una simile disconnessione tra élite politiche, economiche e culturali e il resto della società, con conseguenti fratture sociali sempre più profonde.

A livello tecnico, “La nave dei folli” è un capolavoro di regia e fotografia. Kramer usa magistralmente gli spazi claustrofobici della nave per creare tensione drammatica. I movimenti di macchina seguono i passeggeri attraverso corridoi e sale, creando un senso di disperata claustrofobia che riflette l’impossibilità di sfuggire al destino collettivo.

La fotografia in bianco e nero di Ernest Laszlo, che non a caso vince l’Oscar, crea un’estetica quasi espressionista, con ombre profonde che simboleggiano le oscurità morali dei personaggi e dell’epoca. Le sequenze dei pasti nella sala da pranzo, con conversazioni apparentemente mondane che nascondono tensioni profonde, sono esempi di straordinaria costruzione cinematografica.

“La nave dei folli” è più di un film storico: è uno specchio in cui la nostra società contemporanea può riflettersi. Le dinamiche di gruppo, i pregiudizi, l’incapacità di reagire collettivamente di fronte a pericoli evidenti sono elementi che rendono questa pellicola straordinariamente attuale.

In un’epoca in cui vediamo risorgere estremismi, teorie cospirazioniste e inaudite intolleranze, il film di Kramer ci ricorda che la storia può ripetersi se non impariamo dai suoi errori. Come i passeggeri della “Vera”, anche noi rischiamo di essere troppo occupati dalle nostre preoccupazioni individuali per vedere la direzione pericolosa che la nostra “nave sociale” sta prendendo.

Rivedere oggi “La nave dei folli” non è solo un’esperienza cinematografica: è un esercizio di consapevolezza civica. È un invito a riflettere su come scelte individuali apparentemente insignificanti possano contribuire, nel loro insieme, a catastrofi collettive. E soprattutto, è un richiamo alla responsabilità di ciascuno di noi di fronte alla storia.

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“I diabolici” di Henri-Georges Clouzot

(Francia, 1955)

Nel 1952 esce il romanzo noir “I diabolici” firmato dai francesi Pierre Boileau e Thomas Narcejac. E’ un romanzo cupo e duro, incentrato sull’omicidio di Marielle da parte del marito Fernand e della sua amante Lucienne, commesso per riscuotere l’assicurazione sulla vita della donna e fuggire insieme.

E’ Vera Clouzot a leggere per prima il romanzo e a consigliarlo al marito Henri-Georges, che lo termina in una sola notte e la mattina si presenta presso la casa editrice per acquistare i diritti cinematografici dell’opera. Alcuni fonti affermano che anticipò solo di poche ore il maestro Alfred Hitchcock, che comunque qualche anno dopo acquistò i diritti cinematografici del racconto “D’Entre Les Morts”, sempre firmato dai due scrittori transalpini, e da cui creerà la sceneggiatura di uno dei suoi capolavori assoluti come “La donna che visse due volte”.

Ma torniamo a Clouzot, insieme al fratello – che usa lo pseudonimo di Jerome Geronimi – impiega 18 mesi per scrivere la sceneggiatura, cambiando molte cose rispetto al romanzo. Raccontando sempre l’epilogo tragico di un triangolo amoroso, cambia però la vittima ed i carnefici; e poi ambienta l’azione in un collegio privato (cosa che ispirerà negli anni successi molti noir e film horror come “Suspiria” di Dario Argento, solo per dirne uno).

Le cronache dell’epoca motivano questi cambiamenti voluti dal regista soprattutto per creare un ruolo ad hoc per sua moglie Vera, che molti giudicano senz’altro affascinante e fotogenica, ma con corde recitative abbastanza limitate. E per questo, riportano sempre le cronache, il regista le vuole accanto una grande attrice come Simone Signoret, che grazie a questa interpretazione in cui indossa spesso degli spigolosi occhiali da sole neri, diventa una delle più riuscite incarnazioni di dark lady della storia del cinema.

Christina (Vera Clouzot) e Michel Dellasalle (Paul Meurisse) sono i presidi e i proprietari di un collegio privato alla periferia di Parigi. Nonostante l’istituto sia stato creato e mantenuto con il patrimonio personale di Christina, Michel non le lesina maltrattamenti e tradimenti alla luce del sole, l’ultimo dei quali con la giovane e avvenente professoressa Nicole Horner (la Signoret). La spregevole arroganza dell’uomo porta le due donne incredibilmente a diventare amiche, fino a decidere di organizzarne l’omicidio pur di liberarsene. Ma…

Capolavoro indiscusso del cinema noir e capostipite del thriller-horror di cui, non a caso, Dario argento è stato maestro. Memorabile non solo la scena finale: ma tutte le ultime tre…

Da ricordare anche la scritta prima dei titoli di coda che invita gli spettatori a non essere “diabolici” coi loro amici raccontandogli l’epilogo. Il film segna anche il debutto cinematografico del grande Michel Serrault nei panni di uno dei docenti del collegio. Charles Vanel, uno degli attori preferiti da Clouzot, veste i panni di un “distratto” commissario di Polizia in pensione.

Quando la pellicola uscì nelle nostre sale, la grande Andreina Pagnani donò la sua sensuale e calda voce a Simone Signoret.

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“Le Chat – L’implacabile uomo di Saint Germain” di Pierre Garnier-Deferre

(Francia/Italia, 1971)

Quattro anni dopo l’uscita del libro “Il gatto” di Georges Simenon, il cineasta Pierre Granier-Deferre realizza il suo adattamento cinematografico. La sceneggiatura la scrive insieme a Pascal Jardin, e non sono pochi i cambiamenti che i due decidono di fare rispetto alla trama del romanzo.

A partire dai nomi dei due protagonisti che non sono più Emile e Marguerite, ma Julien Buoin (un grande Jean Gabin) e Clémence (un’altrettanto grandissima Simone Signoret). Sono una coppia non più in seconde nozze (come nel romazo), ma in prime. Julien è un tipografo in pensione, mentre Clémence un artista di circo rimasta claudicante a causa di una caduta durante uno spettacolo.

I due non si parlano più, da quando Marguarite ha ucciso il gatto del marito. Anche se condividono la vecchia casa in affitto che abitano dal giorno delle loro nozze, comunicano solo attraverso dei sintetici e taglienti bigliettini.

Il quartiere dove abitano è diventato un cantiere a cielo aperto, dove numerose imprese edili stanno costruendo enormi palazzi “dormitorio” per la nuova Parigi. Ma su tutto, come nel libro del maestro Simeon, aleggia l’ombra della morte…

Gabin, dopo le pellicole dedicate al commissario Maigret, torna a vestire i panni di un personaggio creato dallo scrittore belga. E, come sempre, lo fa da grande attore. Lo stesso si può dire della Signoret che incarna in maniera sublime una donna ormai “sfiorita” che non riesce a più a comprendere il suo compagno di vita.

Un film triste, duro e nostalgico che vale la pena di vedere anche solo per i suoi due grandi protagonisti.

“La vita davanti a sé” di Romain Gary

(Neri Pozza, 2005/1975)

L’infanzia del piccolo Mohammed, che tutti chiamano Momo, è particolare: vive a casa di Madame Rosa, una ex prostituta che finito di battere per limiti d’età campa prendendosi cura dei bambini illegittimi figli delle sue giovani colleghe, che così possono mantenerli “a distanza” pagando una persona di fiducia.

Col passare del tempo Momo diventa il più grande fra i piccoli ospiti, molti infatti vengono adottati o ripresi dalle madri. Così il legame fra lui e Madame Rosa diventa sempre più profondo, fino al drammatico epilogo, che non rivelo.

Romain Gray, una delle figure più complicate e prolifiche della cultura francese del secondo dopoguerra (eroe della Resistenza decorato con la Legion d’Onore, diplomatico, autore di numerosi scritti firmati con quasi altrettanti pseudonimi e morto suicida nel 1980 per motivi legati, così riportano le cronache dell’epoca, al suo “insostenibile invecchiamento”) firma un romanzo – pubblicato la prima volta nel 1975 – struggente e trascinante fino all’ultima parola.

Uno dei romanzi più rilevanti del Novecento con ambienti ed emozioni davvero indimenticabili. Un’opera senza tempo che merita di essere letta e riletta.

Nel 1977 Moshé Mizrahi gira il suo omonimo adattamento cinematografico, con una splendida Simone Signoret nel ruolo di Madame Rosa, che vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1978. La pellicola, però, ad oggi nel nostro Paese è praticamente irreperibile.

Nel 2020 Edoardo Ponti dirige sua madre Sophia Loren nell’omonimo adattamento cinematografico ambientato a Bari.