“Una volta ho incontrato un miliardario” di Jonathan Demme

(USA, 1980)

C’è qualcosa di profondamente americano in “Melvin and Howard” – questo il titolo originale di questa pellicola firmata da Jonathan Demme nel 1980 – e non sto parlando dell’America dei grattacieli o delle grandi narrazioni epiche. Parlo dell’America dei diner aperti tutta la notte, delle autostrade che attraversano il deserto senza confini, dei sogni che si inseguono con la stessa ostinazione con cui si cambiano lavori precari e spesso malpagati. L’America degli invisibili che continuano a credere che la fortuna possa girare l’angolo da un momento all’altro e bussare alla loro porta.

La storia è nota, almeno nelle sue linee essenziali: Melvin Dummar, autista di camion del Nevada, raccoglie alla prime luci dell’alba un vecchio ferito e trasandato nel deserto non troppo lontano da Las Vegas. Il vecchio sostiene di essere Howard Hughes. Anni dopo, quando il miliardario muore, Melvin scopre di essere stato inserito nel testamento per una cifra che cambierebbe la sua vita. Il problema, però, è che nessuno gli crede.

Demme prende questa vicenda – realmente accaduta, con tutti i suoi interrogativi allora ancora non del tutto risolti – e la trasforma in qualcosa di più profondo di un semplice aneddoto bizzarro. Ne fa un ritratto delicato e malinconico dell’uomo comune americano, quello che fa fatica ad arrivare a fine mese ma continua a partecipare ai concorsi a premi convinto che prima o poi la dea bendata si ricorderà di lui.

Jason Robards è un Howard Hughes ridotto a fantasma, un ammasso di stracci e paranoia che emerge dal buio del deserto come un’apparizione. Ma è Mary Steenburgen – che per questa interpretazione vince l’Oscar come migliore attrice non protagonista – a rubare il film. La sua Lynda è un concentrato di vitalità disperata, una donna che balla in televisione per vincere qualche dollaro, che sposa Melvin con leggerezza e lo lascia con la stessa facilità, ma sempre con una sorta di grazia malinconica che ti spezza il cuore.

Il genio di Demme sta nel non giudicare mai i suoi personaggi. Melvin, interpretato da Paul Le Mat con una dolcezza quasi commovente, non è né un eroe né un imbroglione. È semplicemente un uomo qualunque, con i suoi sogni piccoli e le sue aspirazioni modeste, che si ritrova catapultato in una situazione più grande di lui. Potrebbe mentire? Certo. Ma potrebbe anche dire la verità. E in fondo, cosa cambia?

Il film scorre con una naturalezza disarmante, saltando da un periodo all’altro della vita di Melvin senza mai dare l’impressione di forzare la narrazione. Ci sono momenti di commedia pura – la sequenza del gioco a premi in televisione è semplicemente perfetta – e momenti di genuina tristezza, come quando Melvin realizza che nessuno crederà mai alla sua storia, che rimarrà per sempre l’uomo che “dice di” aver conosciuto Howard Hughes.

La fotografia di Tak Fujimoto cattura perfettamente quella luce particolare dell’America dei margini, dove tutto sembra perpetuamente coperto da una sottile patina di polvere e stanchezza. I diner, le roulotte, i motel economici: sono questi gli spazi in cui si muovono i personaggi, spazi di transito dove nessuno sembra davvero a casa ma tutti finiscono inevitabilmente per passarci.

Quello che colpisce è quanto Demme riesca a essere compassionevole senza mai scivolare nel paternalismo. I suoi personaggi sono perdenti, sì, ma perdenti dignitosi. Continuano a lottare, a sperare, a credere nella possibilità di un cambiamento. E quando il cambiamento sembra arrivare – sotto forma di una eredità milionaria – la vita si incarica di ricordare loro che i miracoli, se esistono, difficilmente riguardano gente come loro.

Scritto da Bo Goldman, “Una volta ho incontrato un miliardario” è un film che parla di sogni e di come questi si infrangono contro il muro della realtà, ma lo fa con una dolcezza disarmante. Non c’è cinismo, non c’è quella distanza ironica che spesso caratterizza i film sui perdenti. C’è invece una genuina empatia, un affetto vero per questi personaggi che continuano a sperare anche quando sarebbe più ragionevole smettere.

In un certo senso, il film è anche una riflessione su cosa significhi credere a una storia. La verità di Melvin conta meno della sua necessità di crederci, e forse questo è l’unico miracolo che il film concede ai suoi personaggi: la possibilità di continuare a sognare, anche di fronte all’evidenza contraria.

Un piccolo gioiello del cinema americano degli anni Ottanta, capace di raccontare la vita degli ultimi con la stessa attenzione che altri riservano ai potenti. E di farlo con grazia. Purtroppo, però, questa ottima pellicola – firmata dallo stesso regista de “Il silenzio degli innocenti” – è di fatto introvabile nella nostra versione.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Profumo di donna” di Dino Risi

(Italia, 1974)

Dino Risi e Ruggero Maccari scrivono la sceneggiatura del primo adattamento cinematografico dello splendido romanzo “Il buio e il miele”, scritto da Giovanni Arpino e pubblicato per la prima volta nel 1969.

I due grandi cineasti italiani apportano alcune piccole modifiche alla storia originale, come il nome del giovane militare che nel romanzo non viene mai citato o quella che riguarda il volto del protagonista: il capitano dell’esercito non vedente che nel romanzo è gravemente sfigurato, nel film ha invece quello splendido e tagliente di un Vittorio Gassman stratosferico, in una delle sue interpretazioni cinematografiche più famose di sempre.

Il giovane studente Giovanni Bertazzi (un bravo e sornione Alessandro Momo, alla sua ultima interpretazione perché, purtroppo, perirà poche settimane dopo la fine delle riprese in un incidente automobilistico guidando la motocicletta prestatagli dalla sua amica Eleonora Giorgi) sta per terminare il servizio di leva obbligatorio e il suo capitano gli affida un compito particolare che gli consentirà di godere di alcuni giorni di licenzia in più.

Deve assistere e accompagnare un ex militare che, quasi dieci anni prima, è rimasto cieco, perdendo anche una mano, per lo scoppio imprevisto di una granata durante una esercitazione. Si tratta del capitano Fausto Consolo (Gassman), che ha ormai quarant’anni e vive in solitudine in una grande casa nel centro di Torino assieme ad un’anziana cugina. Nonostante i facoltosi mezzi di cui dispone, intende compiere un viaggio in treno per raggiungere Napoli.

La prima sosta con pernotto verrà effettuata a Genova mentre la seconda a Roma. A Napoli lo aspetta il tenente Vincenzino (Franco Ricci) suo ex commilitone e compagno di disgrazia, visto che gli era accanto durante l’esplosione e anche lui ha perduto la vista.

Dal primo incontro, Giovanni comprende che il capitano Consolo è un uomo molto difficile e complicato, non certo per la sua disabilità, ma per la rabbia e per il rancore con cui l’affronta. Rabbia e rancore che fin troppo spesso sfoga sugli altri e poi su se stesso, abusando di sigarette ed alcol.

Consolo gli impone di chiamarlo Ciccio, come ha fatto con i suoi attendenti temporanei precedenti, e i due partono per il viaggio come stabilito. Già dai primi attimi Consolo non fa che mettere in imbarazzo il giovane e tutti quelli che incontra ostentando il suo rancore con il mondo interno. Arrivati a Genova, l’ex capitano gli chiede di andare a studiare le prostitute nella via adiacente il loro albergo e di sceglierne una con alcuni requisiti ben precisi.

La notte i due dormono in camere comunicanti, e Giovanni si accorge che il suo compagno di viaggio si è addormentato con la luce accesa. Mentre gliela sta spegnendo, intravede una rivoltella nascosta nella valigia, cosa che naturalmente lo mette in ulteriore agitazione. Il giorno dopo Fausto si fa accompagnare dalla prostituta (incarnata da Moira Orfei) e dopo l’incontro a pagamento rimprovera Ciccio per avergli mentito: non era lei quella che lui aveva individuato il giorno prima.

Arrivati a Roma, Fausto fa visita a suo cugino prete, che cristianamente accetta porgendo l’altra biblica guancia gli insulti e le offese che come sempre l’ex militare gli rivolge. Nonostante le grandi differenze, il rapporto fra l’ex capitano ed il giovane Bertazzi diventa sempre più complice e prima di ripartire per Napoli, Ciccio decide di presentargli la sua ragazza. Dopo l’incontro Fausto gli aprirà gli occhi – …è proprio il caso di dirlo – su alcuni ambigui comportamenti della giovane che lui, nonostante una vista perfetta, non era mai riuscito ad individuare.

A Napoli i due vengono ospitati in casa di Vincenzino frequentata, oltre che dall’attendente ”temporaneo” dell’ex tenente (Sergio Di Pinto), da alcune ragazze che sono le figlie, a alcune relative amiche, della titolare della trattoria non troppo lontana, dove il padrone di casa è solito consumare i pasti.

Fra queste c’è Sara (Agostina Belli, che grazie a questo ruolo verrà consacrata a stella del nostro cinema) che, poco più che adolescente, è da sempre innamorata di Fausto, che invece la rifiuta e l’allontana umiliandola tutte le volte. Il vero scopo del viaggio, Fausto lo ha tenuto nascosto a tutti, tranne che a Vincenzino che anche in questo frangente sarà suo triste complice…

A distanza di cinquant’anni questa pellicola possiede integra tutta la sua potenza narrativa ed il suo fascino struggente e disperato, soprattutto grazie a un Vittorio Gassman stratosferico ed indimenticabile, che sembra proprio quello uscito dalle pagine del libro di Arpino. Una riflessione dolorosa e melanconica sulla vita, su come bisognerebbe affrontarla e su come, invece, alla fine la si riesce ad affrontare.

Il successo del film supera i nostri confini, facendogli conquistare numerosi premi fra i quali il César in Francia come miglior film straniero e il premio a Vittorio Gassman come miglior attore al Festival di Cannes. Inoltre, colleziona prestigiose candidature come quella alla Palma d’Oro sempre a Cannes di Risi, e agli Oscar sia come miglior film straniero che come migliore sceneggiatura non originale per Risi e Maccari.         

Nel 1992 Martin Brest dirige “Scent Of A Woman – Profumo di donna”, adattato per il grande schermo da Bo Goldman e ispirato al film di Risi e al romanzo di Arpino. A parte la grande interpretazione di Al Pacino – che vince l’Oscar – nel ruolo che fu di Gassman, la pellicola americana non sfiora lontanamente le vette di questa diretta da Risi.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman

(USA, 1975)

Il 19 novembre del 1975 si tiene a Los Angeles la prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman, uno dei soli tre film nella storia a vincere – ad oggi – i cinque Oscar principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore e miglior attrice non protagonista (gli altri due sono “Accadde una notte” di Frank Capra e “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme).

Con una delle cattive più famose del cinema (paragonabile anche a Lord Darth Fenner, e lo dico da padawan sfegatato) l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da una bravissima Louise Fletcher – che vincerà meritatamente l’Oscar, rimanendo poi troppo legata a questo ruolo nell’immaginario del pubblico, che stenterà poi ad apprezzarla in altri differenti pellicole – “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è il primo grande film di successo planetario ad affrontate apertamente il dramma delle malattie mentali e degli istituti in cui vengono ospitati i malati.

Il primo film a parlare dello stesso argomento è in realtà “Gli esclusi” che John Cassavetes dirige nel 1963, ambientato in un ospedale per bambini con gravi disturbi del comportamento, pellicola però che ebbe gravi problemi di produzione e di fatto troppo all’avanguardia per i tempi.

Come per “Il Padrino” – in cui il ruolo di Michael Corleone era stato pensato per Warren Beatty che invece clamorosamente rifiutò costringendo la produzione a “ripiegare” (l’ho messo apposta fra virgolette!) su Al Pacino – per questo film la produzione aveva da subito pensato a James Caan che invece declinò l’offerta, lasciando libera la parte di Randle Patrick McMurphy che Jack Nicholson renderà immortale.

Inoltre, questo film consacrerà la figura di Michael Douglas come giovane e intelligente produttore cinematografico. E’ proprio a lui si deve la partecipazione alla pellicola del giovane e sconosciuto Danny DeVito, che per anni aveva condiviso appartamento e vita da scapolo con il giovane e allora scapestrato Michael.

Per la chicca, ci togliamo subito il problema del titolo in italiano.

Quello originale – di cui il nostro è la fin troppo la letterale traduzione – si rifà direttamente al titolo del romanzo da cui è ispirato. Infatti, l’azione del film si svolge nel 1963, anno successivo alla pubblicazione del romanzo di Ken Kesey, che lo aveva scritto basandosi sulle proprie esperienze come volontario nell’ospedale dei veterani di Melno Park, in California.

Ma, già durante la stesura della sceneggiatura, fra Kesey, Milos Forman, Bo Goldman e Lawrence Hauben – questi ultimi due autori finali dello script – nacquero profonde e incolmabili fratture, tanto da portare Kesey a non voler mai vedere il film finito.

Fra tali contrasti c’è probabilmente la totale cancellazione dal plot della filastrocca che cita appunto il nido del cuculo – che nello slang comune americano è uno dei molti modi per chiamare un manicomio – che invece nel libro ha una ben precisa ricorrenza.

Nonostante questo la produzione, vincolata dal contratto di cessione dei diritti e dal successo americano del romanzo di Kesey che era diventato un simbolo della nuova generazione (ma che da noi venne pubblicato solo nel 1976 grazie al successo del film) non toccò il titolo.

E le menti illuminate dei nostri distributori, per non saper né leggere e né scrivere (si fa per dire!) lo lasciarono così…

Metafora anche del conflitto generazionale che allora infuocava la società, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è sempre un esempio di grande cinema impegnato che ancora emoziona, con la sua scena finale che sfido chiunque a rivedere senza commuoversi.