“Frankenstein” di Guillermo Del Toro

(USA, 2025)

Il nuovo film di Guillermo del Toro — con Oscar Isaac nei panni di Victor Frankenstein, affiancato da Mia Goth in un doppio ruolo e Christoph Waltz — arriva sullo schermo come un affresco visivo, denso e profondo, sul significato stesso della creazione. Non è un horror nel senso classico del termine: è un film sulla paternità mancata, sull’abbandono, sul bisogno disperato di essere riconosciuti. Del Toro non si limita a mettere in scena lo storico romanzo di Mary Shelley: lo trasfigura, lo piega al suo immaginario gotico e lo trasforma in una meditazione sul rapporto anomalo tra creatore e creatura, un tema che aveva già esplorato nel suo “Pinocchio“, ma qui portato su un piano più oscuro, più carnale, più tragico.

Victor Frankenstein è più artista che scienziato, più padre mancato che padrone di vita. La sua Creatura — interpretata da Jacob Elordi — non è un mostro da respingere, ma un essere che grida per essere visto, amato, riconosciuto come figlio. Le cicatrici sul suo corpo non sono solo segni grotteschi: sono la scrittura visibile di uno strappo, quello tra chi dà la vita e chi resta senza padre.

Del Toro lavora sulla carne, sulla materia, sul corpo come superficie su cui si incidono i dolori del non essere accettati dagli altri. La Creatura è un mosaico di corpi, un essere ingenuo ricomposto che cerca di comprendere il suo posto in un mondo che lo rifiuta. La scenografia, la fotografia — il rosso profondo, il nero, il verde e il blu siderale — costruiscono un universo gotico eppure pulsante di emozione. Il legame con “Pinocchio” è evidente: anche lì c’era un creatore, un padre, e un figlio diverso. Ma qui la portata è più cupa: il “figlio” non è un burattino che vuole diventare bambino, è un corpo nato dalla scienza, non dal grembo, che cerca un abbraccio mai ricevuto.

Ed è forse proprio questo il ribaltamento che Del Toro intende: non consegnarci un mostro da odiare, ma una creatura da comprendere. E non un padre perfetto da ammirare, ma un uomo fragile che ha creato vita senza saperla sostenere. L’esito è un film che pulsa di carne e sentimento, che respira fra le ombre del gelo artico e le fiamme interiori delle emozioni. Ci ricorda che spesso il vero mostro non è quello che attacca per sopravvivere, ma chi non ha saputo amare.

La potenza visiva è enorme, come tutti i film del maestro messicano. E’ una pellicola che deve essere affrontata con la mente aperta: non per paura, non per spavento, ma per sentirsi dentro una storia di creazione e di abbandono, di paternità negata e di figlio ribelle. Del Toro ha messo a fuoco un prisma emotivo che non molti registi osano esplorare, e lo fa con lo stile di chi tratta la creatura e il creatore come due facce di una stessa, tragica e dolorosa medaglia.

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“Pinocchio” di Guillermo Del Toro e Mark Gustafson

(USA/Messico/Francia, 2022)

Fra gli innumerevoli adattamenti dell’opera immortale di Carlo Collodi – al secolo Carlo Lorenzini, la cui prima puntata, è giusto ricordarlo, venne pubblicata nel 1881- questo scritto Guillermo Del Toro, assieme a Patrick McHale, e diretto in stop motion insieme a Mark Gustafson, accanto a “Le avventure di Pinocchio” diretto da Luigi Comencini nel 1972 e al “Pinocchio” di Matteo Garrone del 2019, è uno dei migliori.

Il geniale e visionario cineasta messicano prende spunto dalla storia originale per riscriverla attualizzandola, ambientandola nella cupa Italia del ventennio fascista. Geppetto è un uomo solo, anziano e disperato. Disperato perché la Grande Guerra gli ha portato via Carlo, il suo piccolo unico e tanto amato figlio.

Ormai preda dell’alcol, Geppetto non riesce quasi più a lavorare ma una notte, lo Spirito del Bosco, dona la vita al burattino di legno che l’uomo ha furiosamente costruito in preda ai fumi del vino. La mattina dopo la sorpresa di Geppetto sarà clamorosa quanto quella di tutta la comunità che però, a differenza del falegname, vede nel burattino vivo e animato un pericolo per la morale e soprattutto per l’ordine nella reazionaria, arrogante e guerrafondaia Italia fascista, incarnata dal prepotente podestà del paese.

Ad incantare e soggiogare Pinocchio, intanto, ci pensa il Conte Volpe, proprietario di una sorta di circo ambulante in cerca sempre di fenomeni da baraccone a basso costo. E grazie a Spazzatura, la sua fedele scimmia, attira il burattino nel suo capannone…

Del Toro ci racconta il suo personale Pinocchio, che vive e cammina in un ambiente molto cupo e freddo, che non a caso ricorda quello dell’adattamento di Comencini. Nonostante tutto il mondo voglia cambiarlo e omologarlo, a partire all’inizio anche da Geppetto, Pinocchio conserva sempre il suo sorriso e il suo cuore puro, incarnato dal Grillo Parlante narratore dell’intera vicenda, grazie al quale potrà mantenersi sempre fedele a se stesso.

L’attualizzazione della vicenda del burattino più famoso della storia che fa Del Toro è incredibilmente calzante con la nostra storia recente che ha portato una nuova e tragica guerra in Europa dopo oltre sette decenni.

Come nel bellissimo “Il labirinto del fauno” ambientato durante la guerra civile spagnola, anche in questo ottimo film Del Toro ci ricorda che chi non conosce la propria storia non ha futuro.

Questa pellicola, volutamente realizzata in stop motion per conservare al meglio l’originalità della storia e degli ambienti, ha avuto una lavorazione durata circa quindici anni, e nella versione originale Ewan McGregor doppia il Grillo Parlante, Christoph Waltz il Conte Volpe, Ron Perlman il podestà, Tilda Swinton lo Spirito del Bosco, Cate Blanchett Spazzatura e John Turturro il medico del paese.

“Rifkin’s Festival” di Woody Allen

(Spagna/USA/Italia, 2020)

Mort Rifkin (un bravissimo Wallace Shawn) è un ex insegnate di cinema di New York con la passione per gli autori europei. Sua moglie Sue (Gina Gershon) possiede un’agenzia di stampa che ha fra i suoi clienti il giovane regista francese Philippe (Louis Garrel) che presenta un film al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastiàn.

Mort decide di seguire la moglie perché sospetta che ci sia del tenero fra lei e lo stesso Philippe. Il viaggio in Spagna per Mort sarà catartico e attraverso i sogni che farà, tutti ispirati ai grandi autori che ha sempre amato, trarrà un bilancio della sua vita e soprattutto del suo modo di essere.

Coprodotto anche dal nostro Paese, questo film del maestro Woody Allen ci parla in maniera malinconica e crepuscolare del bilancio di una vita fatto da un uomo – ogni riferimento personale non è ovviamente casuale… – che nel cinema ha trovato il proprio modo di essere e di esprimersi.

Non è un caso quindi che nel ruolo di Mort Rifkin ci sia Shawn, attore fra i più apprezzati di Broadway – famose sono le sue interpretazioni nelle messe in scena soprattutto delle opere di Chekhov – e “rubato” da Hollywood – oltre a partecipare a numerose produzioni è sua, per esempio, la voce di Rex nella saga di “Toy Story” – che nel bellissimo “Manhattan” è al centro di una delle scene più esilaranti della cinematografia di Allen.

Forse non uno dei film più divertenti del genio newyorkese, ma gli omaggi onirici che fa a Fellini, Bergman, Bunùel, Antonioni e Truffaut sono davvero deliziosi. Da ricordare nel cast anche il bravissimo Christoph Waltz nei panni della Morte de “Il settimo sigillo” di Bergman, e Sergi Lòpez già interprete dello splendido “Il labirinto del fauno” del visionario Guillermo De Toro.

“Big Eyes” di Tim Burton

(USA, 2014)

Per legge, secondo me, ogni film del maestro gotico e visionario Tim Burton – che come pochi ha lasciato la sua indelebile impronta nell’immaginario collettivo degli ultimi anni – andrebbe visto al cinema.

Come questo suo particolare – per il cinema americano, non certo per la sua cinematografia – “Big Eyes” che racconta la storia vera della pittrice dilettante Margaret Keane (che nel film è interpretata da Amy Adams) e del suo tormentato rapporto col secondo marito Walter Keane (un grande Christoph Waltz).

Ammetto senza riserve che prima di vedere questo film ignoravo totalmente l’opera pittorica di Margaret Keane, e soprattutto di associare quegli occhioni a lei e a uno dei più clamorosi plagi artistici del XX secolo.

Burton ricostruisce magistralmente un mondo fatto di uomini, dove le donne devono rimanere sempre al loro posto, anche nell’ambito della pittura.

E parliamo della fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, non di un secolo fa!

Molto bello.

“Django Unchained” di Quentin Tarantino

(USA, 2012)

Il grande, geniale e folle Quentin Tarantino ci regala un’altra stupenda pellicola da godere fotogramma per fotogramma. Duecentocinquanta minuti di puro cinema? No, “solo” 165, ma volano via come una pallottola ben piazzata, tra dialoghi tagliati col coltello, inquadrature da vero maestro e una colonna sonora che ti entra sottopelle e non ti molla più.

Siamo nel 1858, circa due anni prima della Guerra civile americana. Django (Jamie Foxx) è uno schiavo in catene, strappato alla moglie Broomhilda e venduto come bestiame. A liberarlo è un improbabile dentista tedesco, il dottor King Schultz, cacciatore di taglie dalla parlantina fluida e dalla pistola ancora più veloce. Il patto è semplice: Django lo aiuterà a trovare tre fratelli ricercati, e in cambio Schultz lo aiuterà a ritrovare la sua donna. Comincia così un western atipico, selvaggio e feroce, che attraversa il Texas per arrivare poi fino al Mississippi, lasciandosi dietro una scia di cadaveri.

E, come sempre, nei fiotti splatter di sangue Tarantino ci mette un tema duro e spietato: il razzismo e le atroci persecuzioni subite dalle persone di colore nell’America dell’Ottocento. Lo fa senza sconti e senza moralismi, con la sua consueta capacità di mescolare l’orrore e la risata, il grottesco e la tragedia. Basta pensare alla scena del Ku Klux Klan con i cappucci, cuciti alla meglio, che non lasciano vedere dai buchi: ridi, sì, ma di quella risata amara che poi ti si ferma in gola. Perché sotto la patina pop e le esplosioni di sangue (tantissimo e rosso come non mai) batte un cuore furioso e sincero.

Come accade spesso nella storia, i più spietati non sono solo i padroni viziati e arroganti come Calvin J. Candie, uno strepitoso Leonardo DiCaprio, mellifluo, vanesio e crudele, che si muove nella sua Candyland come un piccolo imperatore decadente. Sono soprattutto i kapò, quelli che dall’interno quell’orrore contribuiscono a tenerlo in piedi. Come il “negro Stephen”, interpretato da uno stratosferico Samuel L. Jackson, da triplo Oscar (se solo l’Academy avesse un po’ più di coraggio!): vera mente oscura di Candyland, vecchio servo che comanda più del padrone e che con uno sguardo fa gelare il sangue. Il personaggio più odioso del film e, probabilmente, il più memorabile.

Ma con l’arrivo del dottor King Schultz, un affabile e implacabile Christoph Waltz (che si aggiudica la sua seconda statuetta come miglior attore non protagonista dopo quella per Bastardi senza gloria, altro regalo tarantiniano e primo attore nella storia a vincere due Oscar interpretando per il primo un fervente razzista e nel secondo un implacabile antirazzista), e dell’uomo libero Django, le cose cambieranno per sempre. Waltz è semplicemente delizioso: gentiluomo e killer, elegante e spietato, capace di una frase educata un istante prima di sparare. Foxx gli tiene testa con una presenza fisica potente, un’ira sorda che cresce di scena in scena fino all’esplosione finale. E Kerry Washington, nei panni della sfortunata Broomhilda, dà al film il suo cuore romantico.

Oscar (ovviamente) anche come miglior sceneggiatura originale. E come potrebbe essere altrimenti? I dialoghi di Tarantino sono musica: lunghi, ironici, deliranti, pieni di digressioni che sembrano superflue e invece costruiscono tensione. La famosa cena a Candyland, con il teschio, il martelletto e quel sorriso che si spegne, è una lezione di scrittura e di regia, di quelle che si dovrebbero far studiare nelle scuole di cinema di tutto il mondo.

Django Unchained è poi l’ennesimo omaggio del cineasta statunitense al grande cinema italiano (almeno c’è lui che si ricorda chi siamo stati…). Il titolo viene dal Django di Sergio Corbucci del 1966, la colonna sonora pesca a piene mani dal repertorio del maestro Ennio Morricone e dal tema originale di Luis Bacalov, gli zoom improvvisi e i primi piani sugli occhi sono puro spaghetti western doc. E il punto più alto dell’omaggio è la scena tra Franco Nero, l’originale Django, e lo stesso Foxx, che gli dice il suo nome:

– Django… la D è muta – dice Foxx.
– Lo so! – risponde stizzito Franco Nero.

Una battuta, due secondi, e il cerchio si chiude. Un passaggio di testimone fra generazioni di cinema, firmato da un regista che il nostro cinema lo ama più di quanto, forse, lo amiamo noi.

Voto? Un bel 9 e 1/2 su 10. Il mezzo punto manca solo perché qualche minuto in meno nel finale, forse, non avrebbe fatto male. Ma quando esci dalla sala o ti alzi dal divano, con il sangue ancora negli occhi e la musica in testa, hai solo una cosa da dire:

…EDDAJE (stavolta la D non è muta!).

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