“Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman

(Svezia, 1957)

Quando penso al cinema di Ingmar Bergman, penso sempre a qualcosa di molto diverso da quello che qualcuno ha affermato per anni: che fosse freddo, altero, cerebrale. Bergman era tutt’altro. Era un regista viscerale che ci parlava delle nostre paure più profonde, quelle che ci portiamo dentro dalla nascita fino alla morte. E questo “Il posto delle fragole” del 1957 è forse il suo film più umano, quello dove l’autore svedese ci racconta con mano geniale cosa significhi fare i conti con il proprio passato.

Victor Sjöström, pioniere del cinema svedese e figura monumentale della storia del cinema, interpreta il professor Eberhard Isak Borg, un anziano medico che, mentre viaggia verso Lund per ricevere una laurea honoris causa, si ritrova a fare i conti con la propria esistenza. E Sjöström è straordinario, perché in quel volto scavato e in quegli occhi stanchi c’è tutta la malinconia di una vita trascorsa senza mai davvero vivere. La scelta di Sjöström non è casuale: Bergman affida il ruolo a un maestro che aveva contribuito a inventare il linguaggio cinematografico svedese, creando un cortocircuito perfetto tra la storia personale del personaggio e quella del cinema stesso.

La famosa sequenza dell’incubo, ancora oggi, è una delle cose più potenti che il cinema abbia mai prodotto. Quella bara che cade, quel cadavere che afferra la mano di Borg, l’orologio senza lancette, le strade deserte, il cavallo senza occhi: sono immagini che ti entrano dentro e non ti mollano più. È un incubo sulla morte, certo, ma anche sull’assenza di tempo, sul vuoto che ci portiamo dentro quando realizziamo di non aver mai veramente vissuto. Tanto che io stesso, quando scrissi il mio romanzo d’esordio “Ora e sempre” pubblicato nel 2012, sentii il bisogno di inserire proprio quella scena dell’incubo, perché rappresentava perfettamente l’angoscia esistenziale del mio Andrea Meissi. Quelle immagini hanno una forza archetipica, parlano una lingua universale che va oltre le parole.

Bergman costruisce il film come un viaggio – quello fisico verso Lund e quello interiore nei ricordi – alternando presente e passato con una fluidità straordinaria. Non c’è mai uno stacco netto, un segnale che ci avverte: adesso entriamo in un flashback. Semplicemente scivoliamo da un tempo all’altro come succede nella nostra mente quando siamo soli con noi stessi, quando i pensieri si rincorrono senza logica apparente ma con una loro necessità profonda.

Ci sono la giovane Bibi Andersson, che interpreta sia l’autostoppista del presente che Sara del passato, primo amore mai dimenticato di Borg, e Ingrid Thulin nel ruolo della nuora Marianne, donna infelice e incinta che cerca disperatamente di comunicare con un vecchio che ha costruito muri altissimi attorno a sé. Andersson è luminosa, incarnazione perfetta di quella giovinezza perduta che Borg ha lasciato scivolare via senza accorgersene. E Thulin porta sullo schermo tutta la rabbia e il dolore di chi si è ritrovata intrappolata in una famiglia incapace di amore, dove il freddo emotivo si tramanda di generazione in generazione come una maledizione.

Il dialogo in macchina tra Marianne e Borg è uno dei momenti più crudeli e onesti del film. Lei gli dice in faccia quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di dirgli: che è un egoista, che suo figlio è diventato come lui, che l’amore è morto prima ancora di nascere. E Borg ascolta, impassibile in apparenza, ma dentro qualcosa si crepa, finalmente.

Il posto delle fragole del titolo è quel luogo dell’infanzia dove tutto era ancora possibile, dove l’amore non era ancora diventato rimpianto e la vita non si era ancora trasformata in una lunga sequenza di occasioni perdute. È la casa della famiglia Borg, piena di luce e di voci, dove Sara raccoglieva fragole per il piccolo Isak. Bergman ci dice che è possibile tornare in quel posto, ma solo attraverso la memoria e solo se si ha il coraggio di guardare in faccia tutto il dolore che abbiamo causato e subito. Non per cambiare il passato, che resta immutabile, ma per dare un senso diverso al presente che ci rimane.

La fotografia in bianco e nero di Gunnar Fischer trasforma la Svezia in un paesaggio dell’anima, dove i boschi e le strade diventano proiezioni degli stati d’animo del protagonista. Quella luce nordica, così particolare, diventa metafora di una chiarezza interiore che arriva solo quando è quasi troppo tardi. E la regia di Bergman è chirurgica: ogni inquadratura è perfetta, ogni silenzio ha il peso di mille parole. Non c’è niente di casuale, niente di gratuito. Tutto serve, tutto significa.

Mi piace pensare a questo film come a un testamento spirituale, anche se Bergman avrebbe poi continuato a girare per decenni. È il film dove il regista svedese ci dice che forse, alla fine, quello che conta davvero è la possibilità di un ultimo momento di grazia, di una piccola redenzione che non cancella gli errori ma li riconosce, li accetta, li trasforma in qualcosa di più leggero da portare.

Questo è un film sulla vecchiaia, sulla morte, sull’incapacità di amare e sulla possibilità – forse l’ultima – di redenzione. È un film dove i giovani autostoppisti che Borg e Marianne caricano in auto rappresentano la vita che continua, indifferente ai nostri tormenti, con la loro allegria un po’ fastidiosa, con i loro litigi su Dio e sulla fede, con la loro capacità di essere presenti nel momento senza il peso schiacciante del passato.

E alla fine, quando il vecchio Borg sembra finalmente trovare una qualche forma di pace, quando chiude gli occhi e si ritrova di nuovo in quel posto delle fragole dove Sara lo chiama e gli sorride, capiamo che Bergman non ci ha dato risposte ma ci ha fatto le domande giuste: cosa abbiamo fatto della nostra vita? A chi abbiamo voluto bene davvero? Cosa ci porteremo dietro quando tutto finirà? E soprattutto: abbiamo ancora tempo per cambiare qualcosa?

Uno dei capolavori assoluti del cinema di ogni tempo che conserva intatta la sua capacità di commuovere e far riflettere, così come la splendida “Strawberry Fields Forever” che i Beatles incideranno dieci anni dopo. “Il posto delle fragole” è un film da vedere e rivedere, perché ogni volta ci racconta qualcosa di diverso su noi stessi, perché ogni età della vita ci permette di entrare in questo film da una porta diversa e di uscirne cambiati. Ed è proprio questo il segno del grande cinema: non invecchia mai, perché parla di cose che non invecchiano mai.

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“L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo

(Italia, 1976)

“Senza le donne: non saremmo qui…” dice il comandante (impersonato da Stefano Satta Flores) ai suoi uomini riferendosi nello specifico all’Agnese (Ingrid Thulin) che porta i viveri al gruppo di partigiani nascosti in una fattoria abbandonata nella bassa padana, nella provincia di Ferrara.

Siamo negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, e per i nostri connazionali che vivono in quella zona sono gli anni più duri e crudeli. Agnese, che nella vita ha fatto sempre e solo la lavandaia visto che il marito Palita (Massimo Girotti) a causa di una grave malattia non può di fatto lavorare. Ma pensare quello sì, e così il Palita è diventato comunista e grande antifascista, cose che all’Agnese non interessano.

Quando suo marito viene rastrellato dai tedeschi, dopo essere stato denunciato per aver aiutato un soldato italiano disertore, per Agnese crolla il mondo. E la sua esistenza sembra spezzarsi alla notizia della morte di Palita avvenuta per stenti sul treno piombato nel quale era stato deportato. Agnese così decide di reagire e dopo che un tedesco mitraglia per divertimento il vecchio gatto di suo marito la donna, approfittando dell’ubriachezza dell’uomo, lo colpisce violentemente alla testa col suo stesso mitragliatore.

Agnese così è costretta a darsi alla macchia e si unisce ai partigiani, ma…

Nel cast da ricordare anche Flavio Bucci, Michele Placido, Ninetto Davoli, Aurore Clément, Eleonora Giorgi e Rosalino Cellamare che di lì a breve interromperà la sua carriera di attore a favore di quella di cantante e autore con lo pseudonimo di Ron.

Il film si ispira all’omonimo libro scritto da Renata Viganò nel 1948, che la staffetta partigiana l’aveva fatta davvero durante il conflitto, e ci racconta la storia di una donna che, come molte altre, decide di ribellarsi e combattere la dittatura nazi-fascista che opprimeva la nostra terra. Il prezzo sarà altissimo ma per lei, come per tutte le persone perite durante il conflitto per liberare il nostro Paese, la libertà non ha prezzo.

Scritta dallo stesso Montaldo assieme a Nicola Badalucco, con le musiche del maestro Ennio Morricone, questa pellicola sottolinea inoltre quanto sia stato fondamentale l’intervento delle donne sia nel conflitto, sia negli anni della ricostruzione. Col suffragio universale e la possibilità anche per le donne di essere elette e ottenere cariche istituzionali rilevanti – ancora oggi troppo poche! – la storia del nostro Paese ha preso, finalmente, un’altra piega.

Non è un caso, quindi, che fra le staffette partigiane ci siano i nomi di donne che hanno fatto compiere enormi passi in avanti alla nostra Repubblica, nomi – solo per citarne alcuni naturalmente – come quelli di Nilde Iotti, Maria Pia Fanfani o Tina Anselmi.

Quest’ultima, tanto per fare un esempio, è stata la prima Ministra (del Dicastero del Lavoro) nella storia del nostro Paese e, successivamente, come Ministra della Salute firmò la Legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza e istituì il Servizio Sanitario Nazionale; SSN che una certa politica allegra negli ultimi anni ha cercato di affossare a favore di quello privato ma che proprio nel corso della pandemia del Covid-19 ha consentito al nostro Paese di rimanere in piedi e lottare.

Ma non è che tutta questa lontananza fra i cittadini e cosiddetta “politica” è dovuta proprio al troppo basso – e spesso imbarazzante – numero di cariche istituzionali che ricoprono le donne? …Ma che davvero?