La carriera cinematografica del Premio Nobel Dario Fo in realtà non è paragonabile a quella teatrale, ma questa commedia surreale e grottesca merita di essere vista.
Prima di tutto perché è uno dei primi e più limpidi documenti storici che ci racconta bene l’atmosfera fremente che si respirava nel nostro Paese mentre stava esplodendo il Boom, ritraendo poi una fantastica – in senso lato – Milano (ancora lontana da quella “da bere” arrogante e presuntuosa degli anni Ottanta) divisa fra cantieri di grattacieli in costruzione, borgate e scorci ottocenteschi.
E poi c’è Dario Fo, che già possiede tutti i suoi caratteri da giullare, e una splendida e fascinosa Franca Rame.
Anche se la storia forse non è così determinante, quello che conta sono alcune scene e gag strepitose, la critica feroce alla stampa scandalistica – che allora aveva il posto che occupa oggi la nostra TV – e lo spirito che anima i suoi protagonisti, sia quelli positivi che quelli negativi.
Purtroppo però, l’accoglienza della critica e del pubblico (ancora non del tutto pronti al genio innovatore e di rottura del suo protagonista) fu molto tiepida e la collaborazione fra Dario Fo e Carlo Lizzani non ebbe seguito.
Ma almeno “Lo svitato” ce lo possiamo rivedere ogni volta che vogliamo!
All’alba del 16 Ottobre del 1943 gli appartenenti alla Comunità Ebraica del ghetto di Roma vennero barbaramente deportati nei campi di sterminio dalle truppe nazi-fasciste che governavano la città, nonostante la stessa Comunità avesse pagato ai tedeschi un riscatto di oltre 50 chili d’oro.
Il nostro cinema – e quindi anche il nostro Paese – impiegò quasi vent’anni per raccontare pubblicamente per la prima volta l’ignobile tragedia che si consumò in uno degli angoli più antichi della nostra Capitale.
Anche se possiede delle scene davvero toccanti, a livello di sceneggiatura forse questo film non è l’opera migliore di Carlo Lizzani, ma ha il merito comunque di essere stata la prima a raccontare la deportazione degli ebrei romani.
Il 6 febbraio 1954 usciva nelle sale italiane “Cronache di poveri amanti” diretto da Carlo Lizzani e tratto dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini, alla cui sceneggiatura partecipa anche Sergio Amidei.
In un vicolo della Firenze del 1925 si consumano drammi, amori, gioie e dolori di uno spaccato degli italiani più umili, su cui incombe l’ombra del regime fascista che ogni giorno diventa più forte, prepotente e violento…
Lizzani firma una bella pellicola corale a cui partecipano molti di quelli che saranno i protagonisti del nostro cinema negli anni successivi.
Oltre al grande Marcello Mastroianni, ci sono Anna Maria Ferrero, Antonella Lualdi, Cosetta Greco, Wanda Capodaglio (grandissima insegnate dell’Accademia d’Arte Drammatica) e Giuliano Montaldo che poi passerà alla regia.
Il film partecipa al Festival di Cannes diventando un caso: favorito per la Palma d’Oro, vincerà “solo” – e l’ho messo fra virgolette – il Premio Speciale della Giuria per un presunto intervento – dicono alcune cronache di allora – del Governo Italiano dato il tema affrontato e l’iscrizione al Partito Comunista Italiano del regista.
Non mi interessa accodarmi ai vari dibattiti che in questo momento animano la rete sulla drammatica fine di Carlo Lizzani.
La sua scelta, come quella del grande Mario Monicelli, è stata tragica e definitiva. Ma, come ho già detto, non voglio parlare della morte di Carlo Lizzani: voglio parlare della sua vita.
Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente Lizzani preparando la mia tesi di laurea proprio su di lui. La sua cinematografia ha attraversato il cinema italiano in uno dei suoi momenti più luminosi e travolgenti.
Da aiuto regista di Rossellini in “Germania anno zero” fino a “Celluloide”, da lui diretto nel 1995, che ripercorre la genesi di quel capolavoro che è “Roma città aperta” attraverso il rapporto tra i suoi protagonisti Sergio Amidei, Roberto Rossellini e Anna Magnani, di cui lui fu diretto testimone.
In mezzo ci sono tutti i generi – o quasi – che la nostra cinematografia ha sperimentato: dal neorealismo puro alla commedia (come con “Lo svitato” con Dario Fo), dal western spaghetti al poliziottesco – in cui spicca “Banditi a Milano” con un grande Gian Maria Volonté nei panni del bandito Cavallero – dal sociologico allo scollacciato, dal thriller al drammatico, dallo storico al letterario (“La vita agra“, tratto dal libro di Luciano Bianciardi se devo sceglierne uno).
E’ lui, di fatto, il primo cineasta a realizzare un film sulla deportazione dei cittadini italiani di religione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale dirigendo “L’oro di Roma” nel 1961.
Certo, Lizzani non ha mai avuto un grande e palese riconoscimento internazionale – sfiorò la Palma d’Oro con il suo “Cronache di poveri amanti” nel 1954, e i media del tempo imputarono la mancata vittoria a ingerenze politiche italiane, visto che il film e il suo regista erano apertamente legati al Partito Comunista Italiano e il nostro Paese viveva in un momento politico e sociale molto delicato – e non è annoverato fra i più famosi maestri del nostro cinema.
Ma Carlo Lizzani era un grande uomo di cinema, e non solo dietro la macchina da presa: tutti oggi ricordano la sua esperienza di direttore della Mostra del Cinema di Venezia, alla sua riapertura dopo le contestazioni sessantottine.
Inoltre, i suoi libri sono fra le più rilevanti testimonianze di come e perché il nostro cinema divenne così importante.
Lo ricordo con affetto per tutto questo, e anche perché Carlo Lizzani era un uomo gentile, che si stupiva quasi che qualcuno fosse così interessato al suo lavoro tanto da farci un tesi di laurea.
Lo confesso subito: per Carlo Lizzani ho sempre avuto un debole che viene da lontano, da quando da ragazzo scoprii il suo cinema civile e appassionato, capace di guardare l’Italia senza sconti ma anche senza quella freddezza distaccata che a volte appesantisce il cinema d’impegno, scoperta che poi mi fece scegliere di fare la mia tesi di laurea proprio su di lui. Questo mi permise di incontrarlo di persona e scoprire, oltre al suo grande amore per il cinema, la sua rara cortesia.
E questo “La vita agra”, tratto dall’omonimo romanzo di Luciano Bianciardi del 1962, è uno di quei film che mi sono rimasti dentro in modo del tutto particolare, anche se so benissimo — e lo dico subito, per onestà intellettuale — che il romanzo originale è un’altra cosa: più tagliente, più rabbioso, più disperato. Ma il cinema ha le sue ragioni, e Lizzani le conosceva bene.
La storia, per chi non la conoscesse, è quella di Luciano Bianchi, intellettuale toscano che lavora come addetto culturale per una grande società mineraria. Quando l’azienda lo licenzia, in nome di quei tagli ai costi che allora come oggi vengono presentati come inevitabili e indolori, ma soprattutto dopo che un’esplosione nella miniera – causata dagli scarsi investimenti nella sicurezza della proprietà – uccide numerosi minatori, Luciano decide di trasferirsi a Milano con un progetto piuttosto radicale in testa: far saltare in aria il grattacielo che ospita la sede centrale della società. Un atto di vendetta pura, un gesto simbolico e disperato che dice tutto sulla rabbia di chi si sente schiacciato da un sistema che non ha volto ma ha molti piani di uffici.
A Milano, però, le cose vanno diversamente da come aveva immaginato. Luciano incontra Anna (Giovanna Ralli, bravissima nel restituire la complessità di una donna convinta e al tempo stesso fragile), militante di sinistra con cui intreccia una relazione tormentata e bellissima. E per sbarcare il lunario — perché la vita costa, anche quando si vuole fare la rivoluzione — prima si arrangia come traduttore per una casa editrice, poi quasi per caso scopre di avere un talento inaspettato per gli slogan pubblicitari. Ed è qui che il film — e prima ancora il romanzo originale di Bianciardi — centra il suo bersaglio più sottile e velenoso: il sistema assorbe, trasforma, metabolizza. Luciano finisce per essere assunto, con lauto stipendio, proprio dall’azienda che lo aveva cacciato. La vendetta si dissolve. La relazione con Anna si spezza il giorno in cui la moglie e il figlio lo raggiungono a Milano…
Ugo Tognazzi è semplicemente superbo. Non c’è altro modo per dirlo. Riesce a tenere insieme la vena comica che gli è propria ad una malinconia sottile, quasi trattenuta, che rende Luciano Bianchi uno dei personaggi più veri e commoventi del cinema italiano di quegli anni. Non è un eroe, non è nemmeno un antieroe nel senso pieno del termine: è un uomo ordinario che si scopre incapace di essere straordinario, e che forse — nel profondo — già lo sapeva.
Ma c’è qualcosa di più in questo film, qualcosa che lo rende un documento prezioso e forse irripetibile: c’è la Milano del Boom. Lizzani sceglie di girare moltissimo in esterni, con una libertà e un’abbondanza davvero insolite per le commedie italiane di quegli anni, e il risultato è una città ripresa nella sua febbre di trasformazione, con i cantieri, i grattacieli che crescono, le strade che cambiano faccia di stagione in stagione. Una Milano che non esiste più, immortalata con uno sguardo che non è nostalgico ma lucido, quasi documentaristico.
E poi c’è quel cameo di Enzo Jannacci — splendido e indimenticabile come sempre — che da solo vale la visione, e che inserisce nel film una nota di Milano autentica, popolare, canagliesca nel senso migliore del termine.
Quello che “La vita agra” racconta, nelle viscere, è la nascita di qualcosa che avremmo poi imparato a chiamare cultura “nazional-popolare” — e uso questo termine volutamente, anche se è brutto superficiale e suona pure male, ma perché è preciso: quella mistura di pubblicità, conformismo, omologazione e piccoli sogni borghesi che avrebbe accompagnato l’Italia per i decenni successivi. Bianciardi lo intuì con anticipo straordinario. Lizzani lo mise in scena con eleganza e amarezza.
Un film da (ri)vedere assolutamente.
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