
(Italia, 1963)
Lo confesso subito: per Carlo Lizzani ho sempre avuto un debole che viene da lontano, da quando da ragazzo scoprii il suo cinema civile e appassionato, capace di guardare l’Italia senza sconti ma anche senza quella freddezza distaccata che a volte appesantisce il cinema d’impegno, scoperta che poi mi fece scegliere di fare la mia tesi di laurea proprio su di lui. Questo mi permise di incontrarlo di persona e scoprire, oltre al suo grande amore per il cinema, la sua rara cortesia.
E questo “La vita agra”, tratto dall’omonimo romanzo di Luciano Bianciardi del 1962, è uno di quei film che mi sono rimasti dentro in modo del tutto particolare, anche se so benissimo — e lo dico subito, per onestà intellettuale — che il romanzo originale è un’altra cosa: più tagliente, più rabbioso, più disperato. Ma il cinema ha le sue ragioni, e Lizzani le conosceva bene.
La storia, per chi non la conoscesse, è quella di Luciano Bianchi, intellettuale toscano che lavora come addetto culturale per una grande società mineraria. Quando l’azienda lo licenzia, in nome di quei tagli ai costi che allora come oggi vengono presentati come inevitabili e indolori, ma soprattutto dopo che un’esplosione nella miniera – causata dagli scarsi investimenti nella sicurezza della proprietà – uccide numerosi minatori, Luciano decide di trasferirsi a Milano con un progetto piuttosto radicale in testa: far saltare in aria il grattacielo che ospita la sede centrale della società. Un atto di vendetta pura, un gesto simbolico e disperato che dice tutto sulla rabbia di chi si sente schiacciato da un sistema che non ha volto ma ha molti piani di uffici.
A Milano, però, le cose vanno diversamente da come aveva immaginato. Luciano incontra Anna (Giovanna Ralli, bravissima nel restituire la complessità di una donna convinta e al tempo stesso fragile), militante di sinistra con cui intreccia una relazione tormentata e bellissima. E per sbarcare il lunario — perché la vita costa, anche quando si vuole fare la rivoluzione — prima si arrangia come traduttore per una casa editrice, poi quasi per caso scopre di avere un talento inaspettato per gli slogan pubblicitari. Ed è qui che il film — e prima ancora il romanzo originale di Bianciardi — centra il suo bersaglio più sottile e velenoso: il sistema assorbe, trasforma, metabolizza. Luciano finisce per essere assunto, con lauto stipendio, proprio dall’azienda che lo aveva cacciato. La vendetta si dissolve. La relazione con Anna si spezza il giorno in cui la moglie e il figlio lo raggiungono a Milano…
Ugo Tognazzi è semplicemente superbo. Non c’è altro modo per dirlo. Riesce a tenere insieme la vena comica che gli è propria ad una malinconia sottile, quasi trattenuta, che rende Luciano Bianchi uno dei personaggi più veri e commoventi del cinema italiano di quegli anni. Non è un eroe, non è nemmeno un antieroe nel senso pieno del termine: è un uomo ordinario che si scopre incapace di essere straordinario, e che forse — nel profondo — già lo sapeva.
Ma c’è qualcosa di più in questo film, qualcosa che lo rende un documento prezioso e forse irripetibile: c’è la Milano del Boom. Lizzani sceglie di girare moltissimo in esterni, con una libertà e un’abbondanza davvero insolite per le commedie italiane di quegli anni, e il risultato è una città ripresa nella sua febbre di trasformazione, con i cantieri, i grattacieli che crescono, le strade che cambiano faccia di stagione in stagione. Una Milano che non esiste più, immortalata con uno sguardo che non è nostalgico ma lucido, quasi documentaristico.
E poi c’è quel cameo di Enzo Jannacci — splendido e indimenticabile come sempre — che da solo vale la visione, e che inserisce nel film una nota di Milano autentica, popolare, canagliesca nel senso migliore del termine.
Quello che “La vita agra” racconta, nelle viscere, è la nascita di qualcosa che avremmo poi imparato a chiamare cultura “nazional-popolare” — e uso questo termine volutamente, anche se è brutto superficiale e suona pure male, ma perché è preciso: quella mistura di pubblicità, conformismo, omologazione e piccoli sogni borghesi che avrebbe accompagnato l’Italia per i decenni successivi. Bianciardi lo intuì con anticipo straordinario. Lizzani lo mise in scena con eleganza e amarezza.
Un film da (ri)vedere assolutamente.
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