“Mortacci” di Sergio Citti

(Italia, 1989)

C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel modo in cui certi film scivolano nel dimenticatoio. “Mortacci” di Sergio Citti, uscito nel 1989, è uno di questi casi che grida vendetta. Non stiamo parlando di un’operetta minore o di un esperimento maldestro, ma di un lavoro che sta a pieno titolo nel solco della nostra grande commedia, quella capace di far ridere e piangere nella stessa sequenza, quella che non ha paura di guardare negli angoli bui dell’animo umano per tirarci fuori la verità, nuda e cruda come un’apparizione notturna.

La sceneggiatura porta firme che da sole basterebbero a certificare un pedigree di tutto rispetto: Sergio Citti naturalmente, ma anche Ottavio Jemma, David Grieco e soprattutto l’indimenticabile, insostituibile Vincenzo Cerami. E poi c’è l’ombra lunga di Pier Paolo Pasolini, che secondo le cronache del tempo aveva regalato l’idea originale a Citti molti anni prima, quasi un testamento spirituale. Impossibile non pensare, guardando questo film, a “‘A livella” del grande Totò, quella poesia immortale dove la morte livella tutto e tutti, principi e plebei, ricchi e straccioni.

L’idea è tanto semplice quanto folgorante: un piccolo cimitero dove le anime dei morti “vivono” in una sorta di limbo, condannate ad aspettare che l’ultimo vivente che si ricorda di loro trapassi a sua volta. Solo allora potranno finalmente completare il loro viaggio nell’aldilà, liberarsi dal peso della memoria altrui. È un purgatorio-parcheggio dove il tempo scorre strano, dove convivono morti recenti e anime che stazionano da secoli, tutti in attesa della stessa benedetta dimenticanza.

A fare da coro c’è Lucillo Cardellini, interpretato da un Sergio Rubini che qui dimostra tutta la sua capacità di passare dal registro drammatico a quello tragicomico con naturalezza disarmante. Lucillo è il nuovo arrivato, il soldato che era stato creduto morto in una missione di pace in Libano e che, tornato al paese, ha scoperto di essere diventato un eroe nazionale a sua insaputa. Il paese intero aveva lucrato sulla sua presunta morte, costruendo un museo, organizzando commemorazioni. Quando lui torna, con la sua carne e le sue ossa vive che smentiscono il mito, non resta che una soluzione: deve morire davvero, perché al paese serve un eroe morto, non uno vivo che fa domande scomode.

È a Lucillo che gli altri morti raccontano le loro storie, ed è qui che Citti dà il meglio di sé, orchestrando un carosello di vicende umane che sono insieme ridicole e strazianti, grottesche e tremendamente vere. C’è Tommaso Grillo, il veterano interpretato da Galeazzo Benti, quello che ha inventato il modo di dire “chi dorme non prende pesci” e altri proverbi, condannato proprio per questo a non essere mai dimenticato. C’è l’episodio con Alvaro Vitali e Aldo Giuffrè, forse il momento più viscerale del film. E poi c’è Malcolm McDowell nei panni di Edmondo, un attore che anche da morto continua a recitare, a mettere in scena il proprio pathos amoroso come fosse ancora su un palcoscenico.

A presidiare questo campionario di umanità varia c’è Domenico, il custode del cimitero interpretato da un Vittorio Gassman, come quasi sempre, in stato di grazia. Rozzo, cinico, disonesto, Domenico è uno che non si fa scrupoli a depredare le salme che dovrebbe custodire, un personaggio che incarna tutta la miseria morale dell’esistenza ma che Gassman tratteggia con una sfumatura di umanità che lo rende quasi tenero nella sua spregiudicatezza. E quando Mariangela Melato appare, briosa ed energica come sempre, il quadro si completa con quella capacità tipicamente italiana di mescolare il sublime e il triviale senza soluzione di continuità.

Quello che Citti fa in “Mortacci” è operazione di alta chirurgia narrativa. Prende il registro della commedia all’italiana, quella tradizione che va da Monicelli a Risi passando per Scola, e ci innesta dentro atmosfere surreali che devono molto al Fellini più visionario e a un certo espressionismo popolare che Pasolini aveva teorizzato e praticato. Il risultato è un film stratificato, dove il grottesco non è mai fine a se stesso ma serve a indagare le magagne della società italiana, la grettezza, l’ipocrisia, quella fame di apparire che divora tutto, persino i morti.

La fotografia di Cristiano Pogany e le musiche di Francesco De Masi contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, onirica ma mai irreale, dove il cimitero diventa una quinta teatrale perenne, un palcoscenico su cui si consuma l’ultimo atto della commedia umana. Non c’è niente di horror in questo film, niente che voglia spaventare o turbare con effetti da grand guignol. È tutto tremendamente quotidiano, familiare, quasi consolatorio nella sua visione della morte come passaggio naturale.

Oggi, a distanza di tanti anni, “Mortacci” merita di essere riscoperto per quello che è: un figlio legittimo e di tutto rispetto della nostra grande commedia, un’opera che aggiunge alla tradizione motivi insoliti e atmosfere che sanno di favola nera e di realismo magico insieme. Un film che parla della morte per parlare della vita, che mette in scena i morti per giudicare i vivi, che usa il grottesco come bisturi per aprire le piaghe di una società che ha smarrito il senso del sacro.

Perché è proprio questo il punto. I vivi del film di Citti fanno esattamente quelle pagliacciate di cui parlava Totò: costruiscono miti falsi, celebrano eroi inesistenti, si arrampicano sulle disgrazie altrui per ricavarne vantaggi. I morti invece sono finalmente liberi da quelle maschere, possono guardarsi per quello che sono stati davvero, senza fronzoli né ipocrisie. La morte diventa paradossalmente un momento di verità, l’unico spazio dove si può essere autentici. Come diceva il Principe della risata: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”

Se la commedia italiana è stata capace di raccontare l’Italia meglio di mille saggi sociologici, “Mortacci” ne è un esempio cristallino. È un film scomodo, irregolare, a tratti persino fastidioso nella sua franchezza, ma proprio per questo necessario. Perché ci ricorda che la memoria dei vivi può essere un peso per i morti, che le celebrazioni sono più per chi resta che per chi se n’è andato, che la vera pace si trova forse anche nella dimenticanza. Un piccolo, grande capolavoro ingiustamente dimenticato che meriterebbe di tornare alla luce.

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La scomparsa di Sergio Sollima

Lo scorso 1° luglio è scomparso Sergio Sollima, uno dei grandi autori dello spaghetti western, e soprattutto il padre dello sceneggiato “Sandokan” con Kabir Bedi.

Classe 1921, Sollima era forse l’ultimo rappresentate della grande e sorprendente generazione che ha segnato il cinema mondiale, formatasi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Cinecittà.

Già alla fine degli anni Sessanta i suoi film western parlano di lotta di classe e rivoluzione, il Cuchillo de “La resa dei conti” del 1967, interpretato da Tomas Milian, è dichiaratamente ispirato a Che Guevara.

Ma l’opera per la quale bisogna intitolargli piazze e strade è indubbiamente “Sandokan”. A quarant’anni suonati, possiede ancora oggi tutta la sua potenza rivoluzionaria narrativa e visiva.

Ad avercene oggi di registi così…

“Wolf Children – Ame e Yuki i bambini lupo” di Mamoru Hosoda

(Giappone, 2012)

Quali prove dovrà affrontare una madre, rimasta sola, per crescere i suoi due figli piccoli? È questa la domanda – semplicissima nella sua formulazione, abissale nella sua profondità – attorno a cui ruota questo straordinario lungometraggio animato firmato da Mamoru Hosoda, regista giapponese che con quest’opera raggiunge probabilmente il suo apice artistico.

La storia prende avvio con la leggerezza e la grazia di una fiaba. Hana è una giovane studentessa universitaria, curiosa e luminosa come sanno esserlo solo le persone che guardano il mondo con occhi ancora capaci di meravigliarsi. Un giorno, tra i banchi dell’università, incrocia lo sguardo di un ragazzo misterioso e silenzioso, un giovane che sembra portare con sé qualcosa di selvatico, qualcosa di non del tutto domestico. La storia d’amore che ne nasce è dolce e potente, e quando lui le rivela la sua vera natura – è un uomo lupo, ultimo discendente di una stirpe antica ormai quasi scomparsa – Hana non arretra di un passo. L’amore, si sa, abbatte ogni barriera. Fortunatamente.

I due costruiscono insieme una famiglia. Nascono Yuki, la primogenita, vivace e impetuosa come una tempesta di neve, e poco dopo Ame, il secondogenito, più introverso e riflessivo. La gioia è piena. Ma il destino, come spesso accade nelle storie più belle e più vere, ha in serbo una svolta brutale: il padre muore in un banale incidente, lasciando Hana sola con due bambini in fasce che non sono del tutto bambini, e non sono del tutto lupi.

Ed è qui che il film smette di essere una favola romantica per diventare qualcosa di molto più grande e coraggioso: un ritratto onesto, toccante, e a tratti straziante della maternità. Hana deve affrontare sfide che nessun manuale, nessuna amica, nessun medico potrebbe mai aiutarla ad affrontare. Come si cresce un figlio che può trasformarsi in animale? Come lo si porta dal pediatra senza destare sospetti? Come si risponde ai bisogni di una creatura che è allo stesso tempo umana e selvatica, che sente il richiamo della foresta tanto quanto quello della scuola? Hosoda costruisce queste sequenze con una delicatezza e un’ironia leggera che le rendono al tempo stesso esilaranti e commoventi.

Ma la vera grandezza del film sta nel coraggio con cui affronta il tema della libertà dei figli di scegliere la propria strada, anche quando quella strada diverge radicalmente da ciò che un genitore avrebbe immaginato per loro. Yuki e Ame crescono e ciascuno di loro scopre a modo suo chi vuole essere. Uno sceglierà il mondo degli uomini, l’altro il richiamo della natura selvaggia. Hana dovrà imparare la lezione più difficile che esista per una madre: lasciare andare.

Mamoru Hosoda – che firma anche la sceneggiatura – dirige con una mano straordinariamente sicura, alternando momenti di pura commozione a sequenze di commedia lieve, e soprattutto regalandoci paesaggi e immagini di una bellezza raramente raggiunta dall’animazione giapponese anche nei suoi vertici più celebrati. La neve, la pioggia, i boschi, le stagioni che si susseguono: tutto contribuisce a creare un’atmosfera poetica che non scivola mai nel sentimentalismo facile.

Se Hayao Miyazaki è il maestro indiscusso del cinema d’animazione giapponese – e tale rimarrà – Hosoda con questo film dimostra di essere il degno erede di una tradizione che sa trasformare il fantastico in specchio del reale, e il reale in poesia. “Wolf Children” è, in fondo, una storia su tutti noi: sui figli che siamo stati, sui genitori che dobbiamo imparare ad essere, e sulla bellezza feroce e necessaria del lasciare andare chi amiamo.

Da vedere. Da custodire.

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La scomparsa di Silvio Spaccesi

La notte del 1° giugno se ne è andato Silvio Spaccesi, uno dei più grandi caratteristi italiani degli ultimi quarant’anni, nonché fra i migliori doppiatori del nostro Paese.

Nato a Macerata il 1° agosto del 1926, alla fine della Seconda Guerra Mondiale viene assunto presso l’Ispettorato Agrario della città. Ma il posto impiegatizio gli sta troppo stretto e la passione per la recitazione e i ruoli brillanti, che ha conosciuto nell’Istituto salesiano della città che frequenta fin da piccolo, lo divora.

Così decide di licenziarsi e si iscrive all’Accademia “Silvio D’Amico” di Roma. Con il suo timbro di voce inconfondibile approda subito in radio e poi, in ruoli secondari, anche in televisione.

Ma è il teatro la sua vera passione che troverà il suo apice nel ruolo di Pietro di Bernardone, padre di San Francesco d’Assisi, in “Forza venite gente!” di Mario Castellacci, che per oltre quindici anni calcherà i palcoscenici di tutta Italia, e non solo.

La carriera di Spaccesi attore di teatro non è solo quel ruolo, con Giusi Raspani Dandolo forma un sodalizio artistico irresistibile – che io ho avuto la fortuna di vedere dal vivo – in commedie come “Tre mariti e porto uno” e “La Signora è sul piatto” di Angelo Gangarossa.

In parallelo Spaccesi si dedica anche al doppiaggio sia cinematografico che televisivo. E’ sua la voce di Yoda nella saga di “Guerre Stellari”, come è sua quella di Orville in “Le avventure di Bianca e Bernie”, quella di Babbo Rachele in “Nightmare Before Christmas” di Tim Burton e quella di Gene Hackman nei panni dell’inesorabile eremita di “Frankenstein Junior” di Mel Brooks.

E in televisione su tutti c’è la voce indimenticabile di Patsy, l’assistente di Nick Carter del mitico “Supergulp!”.

Per comprendere al meglio la bravura e la grandezza di Spaccesi basta fruguare su Youtube e cercare la puntata del programma pomeridiano di Rai3  “Telesogni” in cui l’attore recita a memoria “L’infinito” di Giacomo Leopardi: sublime.

Ci mancherà tanto la sua voce così familiare, allegra e divertente.

“Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone

(Italia/Francia/UK, 2015)

Se parliamo di genere fantasy, come autori, noi italiani non abbiamo una grande e ampia tradizione.

Ma questa visionaria pellicola diretta da Matteo Garrone invece ci dimostra che sappiamo – quando ci mettiamo seriamente – fare tutto e bene.

Tratto dall’opera barocca immortale e patrimonio dell’umanità “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille” di Giambattista Basile (che già Francesco Rosi ha portato sul grande schermo nel 1967 con “C’era una volta”, e quattro anno dopo la BBC ha inserito nel suo “Jackanory”, programma per famiglie caposaldo della cultura britannica, andato in onda per oltre trent’anni), l’opera di Garrone non ha nulla da invidiare ai grandi film o alle serie tv fantasy più noti e famosi in circolazione.

In più ha il pregio di avere come sfondo alcuni fra i paesaggi e i monumenti più belli del nostro Paese e il retrogusto di favole antiche e profonde.

Peccato che il suo lancio in Italia abbia ignorato questo aspetto classificandolo come “film d’autore”, paragonandolo a quelli di Moretti e Sorrentino, insieme ai quali è stato inserito in concorso a Cannes per poi essere inspiegabilmente snobbato.

25 anni dalla scomparsa di Jim Henson

Il 16 maggio del 1990 se ne andava Jim Henson, il più grande burattinaio della televisione americana, inventore fra l’altro del grande The Muppets Show.

James Maury Henson, detto Jim, nasce il 24 settembre 1936 a Greenville, capoluogo della contea di Washington nello stato del Mississippi.

Già adolescente si appassiona al mondo delle marionette e dei burattini, ma a cambiare la sua esistenza sarà il grande elettrodomestico che un giorno arriva nel salotto di casa sua: la televisione.

E’ fra i primi, e senz’altro fra i più giovani, a intuire e immaginare le potenzialità di quella scatola magica in sinergia coi pupazzi con cui si diverte ogni giorno. Ed è sempre in questi momenti che Henson elabora il personaggio forse più famoso: Kermit la Rana, suo vero pupazzo alter ego (tutti i suoi più intimi amici hanno parlato sempre del carattere timido e gentile di Henson anche sul lavoro).

Dopo un lungo viaggio in Europa per studiare dal vivo la grande tradizione artigianale dei burattini, torna negli States dove le sue creazioni partecipano ad alcuni programmi per bambini.

Il successo di quei strani ma accattivanti pupazzi (che Henson realizza in gommapiuma per renderli più espressivi e mobili, soprattutto nel parlare) attira il mondo della pubblicità, che per anni sarà il centro delle entrate dell’attività del genio di Greenville, che comincia ad avere validi collaboratori come la moglie Jane Nebel e il giovane Frank Oz (che poi dirigerà film come “In & Out” e “Tutte le manie di Bob”, ma soprattutto animerà, prestandogli anche la voce, Yoda nella saga di “Guerre Stellari”).

Nel 1969 Henson e i suoi personaggi vengono invitati a partecipare al programma didattico per bimbi “Sesame Street” che riscuote un grande e immediato successo.

Henson però è convinto che i suoi burattini possano intrattenere anche gli adulti, ma in USA nessuno osa rischiare. Così il suo progetto per grandi e piccini  “The Muppets Show” nasce grazie a una produzione inglese.

E visto che ancora oggi continuano a uscire cofanetti deluxe con i Muppets, trovo superfluo qui parlare della loro incredibile ironia e genialità.

Negli anni Ottanta Henson si dedica al cinema e realizza nel 1984, insieme a Oz, il fantasy “Dark Cristal” che riscuote un buon successo di pubblico, sulle ali del quale nel 1986, dirige lo splendido “Labyrinth- Dove tutto è possibile”, scritto insieme a Denis Lee e Terry Jones (membro storico dei Monty Phyton), con un tenebroso David Bowie e una bellissima Jennifer Connelly.

La pellicola oggi è considerata – giustamente – un vero e proprio cult, ma quando uscì venne di fatto snobbata (e forse non capita) dal pubblico tanto da allontanare per sempre il suo regista dal grande schermo.

Per avere più possibilità produttive, nel 1989 Jim Henson entra nella Walt Disney Company, ma proprio mentre stava iniziando nuovi progetti una polmonite fulminante da streptococco ce lo porta via.

Anche se la sua eredità ormai sembra immortale, intristisce comunque il pensiero di quello che la sua mente geniale e innovativa avrebbe potuto realizzare in tutti questi anni.

“Match Point” di Woody Allen

(USA/Russia/Irlanda/Lussemburgo, 2005)

Il 12 maggio 2005, al Festival di Cannes, veniva presentato in anteprima mondiale Match Point, un capolavoro della cinematografia degli ultimi decenni. Woody Allen lascia la sua New York e si trasferisce a Londra, e sembra ritrovare una freschezza che molti davano ormai per smarrita.

Il punto di partenza è chiaro fin dai titoli di testa: una pallina da tennis colpisce il nastro e resta sospesa per un attimo, e la voce fuori campo ci dice che a volte vince chi ha fortuna, non chi ha talento. L’intero film è la lunga ripresa al rallentatore di quella palla in bilico.

La storia è ispirata al bellissimo Un posto al sole di George Stevens (1951), a sua volta tratto dal romanzo del 1925 Una tragedia americana di Theodore Dreiser, ma Allen ci mette dentro il maestro Fedor Dostoevskij, tanto che Delitto e castigo compare perfino come oggetto di scena. Chris Wilton, un bravissimo e tenebroso Jonathan Rhys Meyers, è un ex tennista professionista di umili origini che si mantiene facendo il maestro in un circolo esclusivo londinese. Ha un obiettivo preciso e ha pianificato la sua ascesa sociale al millimetro. Fa amicizia con il giovane Tom Hewett, rampollo di una famiglia ricchissima, e in breve si ritrova introdotto in un mondo di teatri, opere liriche, tenute di campagna e cene dove tutto costa e niente pesa. La sorella di Tom, la dolce Chloe (Emily Mortimer), si innamora di lui, e la strada sembra spianata: matrimonio, un posto nell’azienda del ricco e potente suocero, una vita comoda e pieni di agi insomma.

Ma sulla sua strada capita Nola. Scarlett Johansson è sensuale e provocante come non mai, e diciamolo pure: chi sarebbe riuscito a resisterle? Americana, aspirante attrice, fidanzata (guarda caso) proprio con Tom, Nola è la miccia che fa saltare il piano perfetto di Chris. Tra i due scatta un’attrazione fisica, quasi animale, che non ha niente di calcolato, ed è proprio questo il problema. Chris, che ha sempre controllato tutto, scopre di non controllare più nulla e si trova costretto ad affrontare, e ad accettare, la parte più buia di se stesso.

Da qui in avanti il film cambia pelle. Quella che sembrava una commedia sociale con un sottofondo malizioso diventa un thriller morale di rara crudeltà, in cui la tensione cresce senza bisogno di effetti speciali, a colpi di sguardi, silenzi e piccole bugie. Allen dirige con mano sicura e non ci fa sconti: ci porta a parteggiare, quasi senza accorgercene, per il protagonista, e poi ci presenta il conto.

Un noir perfetto in ogni suo aspetto. Il cast è impeccabile, e accanto ai due protagonisti brillano Matthew Goode, Brian Cox e Penelope Wilton, un’aristocrazia inglese ritratta con ironia e affetto insieme. I dialoghi sono asciutti e taglienti, le scenografie mostrano una Londra elegante e fredda, e la colonna sonora fa la differenza: le arie di Verdi, Donizetti e Bizet, cantate da Caruso su vecchi dischi, accompagnano le vicende con un pathos che rende tutto più tragico e più bello.

Il film ci mostra come si può fare del grande cinema anche senza budget esorbitanti, con una sceneggiatura solida, attori in stato di grazia e un regista che sa esattamente cosa vuole raccontare. E al tempo stesso ci ricorda l’anima tragica del genio di Woody Allen, quella di chi guarda il mondo e vi vede una partita in cui contano fortuna e casualità più del merito, e in cui la colpa può restare senza castigo. Non è un caso che il finale lasci addosso un’inquietudine che non se ne va facilmente, come dopo aver visto il tagliente Crimini e misfatti sempre di Woody Allen.

Il messaggio, per chi vuole coglierlo, è amarissimo: non sempre chi sbaglia paga, e il vero peso resta sulla coscienza… di chi ne ha una. Allen non giudica, mostra. Sta a noi spettatori decidere da che parte stare.

Da vedere e rivedere.

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“La vera storia di Jack lo squartatore” di Albert e Allen Hughes

(USA, 2001)

E’ una delle pellicole più gotiche che amo (paragonabile, per esempio, al grande “Dracula” di Francis Ford Coppola), anche perché rivela quello che i documenti secretati per quasi un secolo, una volta pubblicati, hanno permesso di ricostruire sui terrificanti omicidi che sconvolsero Londra nel 1888, creando di fatto nell’immaginario comune l’idea del primo sanguinoso serial killer.

I fratelli Hughes (che poi firmeranno il post-catastrofico e sfizioso “Codice: Genesi” del 2010) ricreano in studio un’inquietante e fascinosa Londra oscura e cupa, teatro ideale per i delitti più truci.

Per fermare la strage di giovani prostitute viene chiamato l’ispettore Frederick Abberline (un gotico quanto fascinoso pure lui Johnny Depp) che in breve tempo intuisce il vero movente “politico” degli omicidi…

Con scene cruenti che lasciano poco all’immaginazione, e una splendida e rossa Heather Graham, “La vera storia di Jack lo squartatore” (ispirato al fumetto “From Hell” firmato da Alan Moore e Eddie Campbell) ci regala due ore di puri brividi farciti da una storia d’amore struggente.

Da vedere, anche da dietro le dita della mano che mettiamo per coprire gli occhi…

“Lo svitato” di Carlo Lizzani

(Italia, 1956)

La carriera cinematografica del Premio Nobel Dario Fo in realtà non è paragonabile a quella teatrale, ma questa commedia surreale e grottesca merita di essere vista.

Prima di tutto perché è uno dei primi e più limpidi documenti storici che ci racconta bene l’atmosfera fremente che si respirava nel nostro Paese mentre stava esplodendo il Boom, ritraendo poi una fantastica – in senso lato – Milano (ancora lontana da quella “da bere” arrogante e presuntuosa degli anni Ottanta) divisa fra cantieri di grattacieli in costruzione, borgate e scorci ottocenteschi.

E poi c’è Dario Fo, che già possiede tutti i suoi caratteri da giullare, e una splendida e fascinosa Franca Rame.

Anche se la storia forse non è così determinante, quello che conta sono alcune scene e gag strepitose, la critica feroce alla stampa scandalistica – che allora aveva il posto che occupa oggi la nostra TV – e lo spirito che anima i suoi protagonisti, sia quelli positivi che quelli negativi.

Purtroppo però, l’accoglienza della critica e del pubblico (ancora non del tutto pronti al genio innovatore e di rottura del suo protagonista) fu molto tiepida e la collaborazione fra Dario Fo e Carlo Lizzani non ebbe seguito.

Ma almeno “Lo svitato” ce lo possiamo rivedere ogni volta che vogliamo!

“La famiglia Bélier” di Eric Lartigau

(Francia/Belgio, 2014)

Cominciamo col dire che vedendo questo film delizioso mi sono commosso. Ognuno ha le sue corde personali è chiaro, ma è impossibile non emozionarsi per questa pellicola dedicata alla diversità.

La famiglia Bélier vive nella campagna francese gestendo una fattoria. Rodolphe e Gigi Bélier hanno due figli adolescenti: Paula (la bravissima Louane Emera) e Quentin.

La cosa non sarebbe poi così particolare se non fosse che tre quarti della famiglia è sordomuta. Infatti, l’unica a sentire e parlare dei Bélier è Paula che, oltre ad affrontare la sua dura adolescenza, deve occuparsi anche della parte materiale della fattoria, soprattutto quella “verbale” come trattare con fornitori e clienti.

Le cose prendono una piega inaspettata quando Paula, casualmente, scopre di avere un dono: una voce da cantante sublime…

Scritta dallo stesso Lartigau insieme a Victoria Bedos, Thomas Bidegain e Stanislas Carré de Malberg, questa commedia ci ricorda come la diversità, molto spesso, dipende da chi guarda.

Se tutto il cast merita un plauso, due li merita Louane Emera, reduce dall’edizione del 2010 del “The Voice” transalpino (allora i talent davvero servono a qualcosa…) che è indiscutibilmente molto brava.

Chiudo con un’ombra di tristezza, perché non posso fare a meno di pensare che anche noi italiani eravamo capaci di fare film del genere: a basso costo e alta emozione.

Sembra proprio però che da noi ormai la disabilità, al cinema, possa essere affrontata solo con toni drammatici e/o autolesionisti, perché alla fine fa pure un po’ …“figo”.