Il genio di Jim Henson è ancora vivo e attuale, nonostante le sue spoglie mortali se ne siano andate nel lontano 1990.
Per molti anni si era pensato ad un sequel del film “Dark Crystal” – di cui ho già parlato – diretto da Henson, assieme all’amico e stretto collaboratore Frank Oz, nel 1982 che di fatto consacrò il fantasy come genere cinematografico di tutto rispetto.
Ma senza il suo geniale ideatore, visti poi gli alti costi di produzione di un film del genere, il progetto è stato ripetutamente rimandato. Nel 2012 il francese Louis Leterrier – regista di “L’incredibile Hulk”, “Scontro tra titani” e “Now You Can See Me” – si unisce alla Jim Henson Productions per realizzare l’idea. Proprio studiando gli appunti e le idee che Henson aveva scritto durante al realizzazione del lungometraggio, Leterrier propone di realizzare un prequel. Vista poi la mole del materiale il regista francese ritiene che il formato ideale debba essere una serie televisiva, e non più un solo film, serie che poi viene acquistata da Netflix.
Toriniamo così su Thra molte trine prima degli eventi narrati nel film. Gli Skeksis controllano il pianeta visto che Madre Ogra è impegnata nello studio dell’Universo. I Gelfling, come tutti gli altri abitanti di Thra, regolarmente donano beni e tesori agli Skeksis, autoproclamatisi Signori e Custodi del Cristallo. Ma una forza oscura e terribile sgorga dalle viscere del pianeta…
Un altro fantastico viaggio nei sogni di Jim Henson.
L’idea di base di Jim Henson era quella di far tornare i bambini ad avere paura guardando un suo film. Il successo di “Sesame Street” e “The Muppet Show” lo aveva reso uno dei maggiori rappresentanti degli spettacoli per i più piccoli, ma Henson voleva tornare a raccontare favole come quelle dei fratelli Grimm, con streghe e orchi cattivi. E così, nella seconda parte degli anni Settanta, elaborò questa storia con lunghe ombre e guerrieri malvagi.
La stesura della sceneggiatura scritta da Henson assieme a David Odell durò anni, così come quella visiva dei personaggi e delle splendide scenografie (a cui anche ad “Avatar” di James Cameron sono servite da ispirazione) create con tutto il suo storico staff, fra cui spicca Frank Oz che dirigerà anche alcune importanti sequenze. Lo stesso Frank Oz creatore, insieme a Lucas, del maestro Joda e sua voce ufficiale nella saga di “Guerre Stellari”. Nonché attore (in “The Blues Brothers” è l’addetto del carcere che, all’inizio del film, restituisce gli effetti personali a Jake Blues) e regista (sue sono le commedie blockbuster “La piccola bottega degli Orrori”, “In & Out” e “La moglie perfetta”).
Thra era un pianeta feritile e rigoglioso fino a quando, mille anni fa, all’allineamento dei suoi tre soli il Cristallo della Verità, che bilanciava ogni cosa, venne rotto dagli UrSkeks, i suoi guardiani, diventando così il Cristallo Oscuro. Gli stessi UrSkeks si separarono in due essenze: i malvagi Skeksis e i pacifici Mistici. Gli Skeksis presero il potere dominando con ferocia e cominciando a spremere inesorabilmente tutte le risorse del pianeta.
Adesso che, dopo mille anni, i tre soli torneranno ad allinearsi dando definitivamente il potere ai malvagi Skeksis, al pianeta non rimane che un’ultima possibilità: ricomporre il Cristallo. L’arduo compito spetterà ai giovani Jen e Kira, due Gelfling – popolo massacrato dagli Skeksis – convinti dalla nascita di essere gli ultimi della loro specie…
Pietra miliare del genere Fantasy, di cui contiene elementi narrativi e visivi ancora attualissimi, “Dark Crystal” ci rapisce sempre con la sua magia senza limiti, frutto del genio di Jim Henson troppo presto scomparso.
Per la chicca: nella nostra edizione la voce narrante è quella vellutata e profonda dell’indimenticabile Nando Gazzolo.
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Il 16 maggio del 1990 se ne andava Jim Henson, il più grande burattinaio della televisione americana, inventore fra l’altro del grande The Muppets Show.
James Maury Henson, detto Jim, nasce il 24 settembre 1936 a Greenville, capoluogo della contea di Washington nello stato del Mississippi.
Già adolescente si appassiona al mondo delle marionette e dei burattini, ma a cambiare la sua esistenza sarà il grande elettrodomestico che un giorno arriva nel salotto di casa sua: la televisione.
E’ fra i primi, e senz’altro fra i più giovani, a intuire e immaginare le potenzialità di quella scatola magica in sinergia coi pupazzi con cui si diverte ogni giorno. Ed è sempre in questi momenti che Henson elabora il personaggio forse più famoso: Kermit la Rana, suo vero pupazzo alter ego (tutti i suoi più intimi amici hanno parlato sempre del carattere timido e gentile di Henson anche sul lavoro).
Dopo un lungo viaggio in Europa per studiare dal vivo la grande tradizione artigianale dei burattini, torna negli States dove le sue creazioni partecipano ad alcuni programmi per bambini.
Il successo di quei strani ma accattivanti pupazzi (che Henson realizza in gommapiuma per renderli più espressivi e mobili, soprattutto nel parlare) attira il mondo della pubblicità, che per anni sarà il centro delle entrate dell’attività del genio di Greenville, che comincia ad avere validi collaboratori come la moglie Jane Nebel e il giovane Frank Oz (che poi dirigerà film come “In & Out” e “Tutte le manie di Bob”, ma soprattutto animerà, prestandogli anche la voce, Yoda nella saga di “Guerre Stellari”).
Nel 1969 Henson e i suoi personaggi vengono invitati a partecipare al programma didattico per bimbi “Sesame Street” che riscuote un grande e immediato successo.
Henson però è convinto che i suoi burattini possano intrattenere anche gli adulti, ma in USA nessuno osa rischiare. Così il suo progetto per grandi e piccini “The Muppets Show” nasce grazie a una produzione inglese.
E visto che ancora oggi continuano a uscire cofanetti deluxe con i Muppets, trovo superfluo qui parlare della loro incredibile ironia e genialità.
Negli anni Ottanta Henson si dedica al cinema e realizza nel 1984, insieme a Oz, il fantasy “Dark Cristal” che riscuote un buon successo di pubblico, sulle ali del quale nel 1986, dirige lo splendido “Labyrinth- Dove tutto è possibile”, scritto insieme a Denis Lee e Terry Jones (membro storico dei Monty Phyton), con un tenebroso David Bowie e una bellissima Jennifer Connelly.
La pellicola oggi è considerata – giustamente – un vero e proprio cult, ma quando uscì venne di fatto snobbata (e forse non capita) dal pubblico tanto da allontanare per sempre il suo regista dal grande schermo.
Per avere più possibilità produttive, nel 1989 Jim Henson entra nella Walt Disney Company, ma proprio mentre stava iniziando nuovi progetti una polmonite fulminante da streptococco ce lo porta via.
Anche se la sua eredità ormai sembra immortale, intristisce comunque il pensiero di quello che la sua mente geniale e innovativa avrebbe potuto realizzare in tutti questi anni.
A Jim Henson, prematuramente scomparso nel 1990, quelli della mia generazione devono tanto.
E’ lui infatti, insieme alla moglie Jane (scomparsa pochi mesi fa), a portare la grande tradizione dei burattini sul piccolo schermo che avrà il suo apice negli anni Settanta col mitico “Il Muppet Show”.
Ma tornando a questo fantastico film – e l’aggettivo non è certo casuale – il cui soggetto è stato scritto dallo stesso Henson insieme a Dennis Lee mentre la sceneggiatura è firmata da Terry Jones (uno dei mitici Monty Python), “Labyrinth” legittima definitivamente il genere fantasy nel mondo del cinema e dei giochi di ruolo prima, e dei videogiochi poi.
La storia di Sarah (una luminosa Jennifer Connelly) è davvero immortale: costretta per l’ennesima volta a fare la babysitter al fratellino Toby, lancia un anatema al quale risponde subito Jareth il Re dei Goblin (un diabolico e fascinoso David Bowie) che rapisce il piccolo.
Il viaggio di Sarah, che dovrà attraversare il labirinto per salvare il fratello, rimane uno dei viaggi nella fantasia pura più belli della storia del cinema.
Due cose su tutto: la Gora dell’Eterno Fetore – i cui effluivi posso uccidere – e Sir Didymus e il suo fide destriero Ambrogio… indimenticabili!
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Ebbene sì, lo dichiaro apertamente e senza la minima esitazione: “L’impero colpisce ancora” è il mio preferito fra tutti i primi sei episodi della saga di Guerre Stellari. E non è una posizione che assuma con l’entusiasmo ingenuo del bambino rimasto intrappolato in un cinema di periferia durante un indimenticabile pomeriggio di settembre del 1980 …sebbene quella componente, ammettiamolo, non sia del tutto assente. È una convinzione maturata nel tempo, resistita a decine di revisioni, solida come la roccia vulcanica del pianeta Hoth.
Se il primo capitolo – “Guerre stellari”, poi ribattezzato con l’aggiunta “Una nuova speranza” in un momento di retroattiva solennità narrativa – ha avuto il merito straordinario, e difficilmente sopravvalutabile, di rivoluzionare il cinema di fantascienza e di riportare il senso del meraviglioso nelle sale di tutto il mondo dopo anni di fantascienza cupa e distopica (da “2001: Odissea nello spazio” a “Solaris“, per intenderci, opere magnifiche ma non esattamente allegre), è il secondo capitolo – il quinto per i puristi più intransigenti della numerazione cronologica – ad aver reso la saga immortale. C’è una differenza fondamentale tra i due: il primo film ti conquista …il secondo ti cambia.
Irvin Kershner – regista tutt’altro che sprovveduto, autore tra le altre cose di un interessante “Tutti gli uomini del re” nel 1972 – raccoglie il testimone da George Lucas con un’umiltà e un’intelligenza artigianale che oggi fatica a trovare eguali, e costruisce qualcosa di raro: un sequel che supera l’originale non abbassandosi a replicarne le formule, ma approfondendone l’anima. La storia si fa più oscura, più adulta, più disposta a ferire. I personaggi smettono di essere archetipi e diventano esseri umani, o almeno qualcosa di molto simile.
È in questo film che Darth Vader compie la sua definitiva trasfigurazione da antagonista efficace a simbolo assoluto del male. Non semplicemente il cattivo del racconto, ma un’icona che si installa nella memoria collettiva con la forza di un mito, con la stessa permanenza di certi personaggi shakespeariani, dickensiani o dostoevskiani. La sua presenza scenica, amplificata dal respiro meccanico che John Williams sembra aver trascritto in musica nella celebre “Imperial March”, non ha precedenti nella storia del cinema di genere e difficilmente troverà imitatori all’altezza.
Ma ciò che rende “L’impero colpisce ancora” davvero insostituibile sono due sequenze in particolare, entrambe destinate a entrare nel canone della cultura cinematografica mondiale con una velocità e una permanenza che pochi avrebbero potuto prevedere nel 1980.
La prima è l’addestramento di Luke Skywalker sotto la guida del maestro Yoda – un pupazzo, tecnicamente parlando, eppure uno dei personaggi più sapienti e cinematograficamente convincenti che la fantascienza abbia mai prodotto, creato a doppiato da Frank Oz (stretto collaboratore del grande Jim Henson) e a cui per noi italiani dona la voce l’indimenticabile Silvio Spaccesi. Le parole che Yoda rivolge a un Luke impaziente e frustrato – “Provare no! Fare, o non fare. Non c’è provare!” – hanno la concisione e la profondità di un koan zen, e non è affatto casuale che siano diventate uno dei motti più citati non soltanto nel cinema, ma nella cultura popolare tout court. Quante volte, in quanti contesti diversi, in quante lingue, quelle parole sono state ripetute, rielaborate, stampate su magliette o incise su tazze da caffè? Eppure, ogni volta, conservano una loro forza autentica.
La seconda è il duello finale tra Luke e Vader, con quell’epilogo che ha il coraggio – raro nel cinema commerciale – di capovolgere ogni aspettativa, di togliere il fiato allo spettatore non attraverso la violenza o lo spettacolo, ma attraverso una rivelazione emotiva di portata devastante. “…Io sono tuo padre!” Quattro parole. Quattro parole che hanno ridisegnato la narrativa di un’intera saga, che hanno trasformato il cattivo in tragedia, che hanno costretto milioni di spettatori a rimettere in discussione tutto ciò che credevano di sapere. Poche frasi nella storia del cinema hanno avuto un impatto culturale paragonabile.
“L’impero colpisce ancora” non è soltanto un grande film di fantascienza. È uno di quei rari casi in cui il cinema popolare, senza rinnegare la propria natura di intrattenimento, raggiunge qualcosa di più alto: quella zona in cui la storia diventa mito, e il mito diventa specchio.
E, naturalmente …che la Forza sia con te!
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