E’ passato fugacemente per le sale italiane “Quando c’era Marnie” di Hiromasa Yonebayashi (già regista di “Arietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” e stretto collaboratore del maestro Miyazaki), prodotto dallo Studio Ghibli che ha già annunciato – sob! – la momentanea chiusura a causa del flop commerciale de “La storia della principessa splendente” e del ritiro dello stesso Miyazaki.
Tratto dall’omonimo libro della scrittrice britannica Joan Gale Robinson, edito nel 1967, e fra i 50 libri che più hanno influenzato l’opera di Hayao Miyazaki, “Quando c’era Marnie” ci racconta la difficile adolescenza della tredicenne Anna, rimasta orfana a tre anni e per questo adottata.
Sulla sua strada incontrerà, tra sogno e realtà, una coetanea con un fascino e una dolcezza particolari, a cui si sentirà profondamente legata…
Un’opera delicata e struggente che, come tutti i film dello studio Ghibli, merita senz’altro di essere vista.
Sul maestro Dario Argento è stato detto e scritto molto, e io che non amo affatto gli horror o gli splatter, soprattutto nelle sue prime cinque pellicole, lo considero comunque uno dei più grandi registi italiani (e non solo) di tutti i tempi.
Per questo meglio di tanti saggi e manuali per aspiranti sceneggiatori, è opportuno rivedere “4 mosche di velluto grigio” per capire come si scrive e realizza un film dal meccanismo perfetto.
Se “Profondo Rosso” – almeno per me – rappresenta l’apice del genio di Argento (oltre ad essere uno dei capolavori della cinematografia mondiale) “4 mosche di velluto grigio” è sempre un gran bel film.
A partire dalla sequenza dei titoli di testa con il ritmo calzante della batteria in parallelo alla lotta di Roberto Tobias (Michael Brandon) con la zanzara che alla fine riesce a schiacciare con i piatti – lotta che ricorda quella del perfido Snaky (l’indimenticabile Jack Elman) nel mitico “C’era una volta il West” del grande Sergio Leone, e scritta qualche anno prima proprio dallo stesso Argento – per arrivare fino alla sequenza finale girata a 18.000 fotogrammi per secondo.
Guardandolo si capisce che grande cinefilo è Dario Argento, che sceglie di chiamare la via in cui abita Tobias (che nella realtà è nel quartiere romano dell’Eur) “F. Lang”, in omaggio al grande cineasta tedesco, maestro dell’espressionismo cinematografico tanto amato dal regista, che lo richiamerà ancora più chiaramente in “Suspiria” del 1977 inserendo, fra l’altro, nel cast Joan Bennett, attrice legata sentimentalmente per anni allo stesso Fritz Lang.
Qui parliamo di uno sceneggiato che ha fatto la storia della televisione italiana e del nostro costume.
Scritto da Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà “Il segno del comando” ci racconta l’inquietante soggiorno romano di Lancelot Edward Forster (uno scintillante Ugo Pagliai in piena forma) professore di Letteratura Inglese a Cambridge, invitato nella città eterna per parlare del suo principale oggetto di studi: Lord Byron.
Ad attirare Forster a Roma è anche una lettera con la fotografia di una piazza citata in alcuni versi di Byron, firmata dal pittore Marco Tagliaferri (e non dico altro!).
Ma quando Forster si reca in via Margutta 33, dove risiede il pittore, ad aprirgli la porta è un’avvenente ragazza, Lucia (una affascinantissima Carla Gravina) che lo invita a incontrare Tagliaferri la sera stessa in un’osteria.
Recatosi all’ambasciata inglese, Forster incontra George Powell (un Massimo Girotti che richiama gagliardamente James Bond), addetto culturale della rappresentanza britannica a Roma e organizzatore della conferenza su Byron.
Quello che accadrà lungo le altre quattro puntante dello sceneggiato – per quelli che non lo hanno mai guardato – non lo rivelo perché “Il segno del comando” merita di essere visto e rivisto.
Con le sue atmosfere misteriose e originali per i tempi, i suoi dialoghi dilatati che si alternano a scene frenetiche e zoomate violente, l’indimenticabile sigla “Cento campane”, e con quella magia che solo le immagini girate in studio e soprattutto in bianco e nero sapevano dare, lo sceneggiato di D’Anza è un grande documento storico della nostra cultura recente, così lontana e così vicina.
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Anche se la prima pubblicazione di questo romanzo risale al 1927, ancora oggi mantiene integra la sua forza narrativa grazie a un profondo e affascinante ritratto dei suoi protagonisti.
Nel 1714 il Perù, sotto il dominio spagnolo, è sconvolto dal crollo tanto improvviso quanto inaspettato del ponte secolare di San Luis Rey che, nel collassare, ha portato con sé le cinque persone che lo stavano attraversando.
Ma chi erano queste cinque persone? Quale vicissitudini li hanno portati su quel ponte proprio nel momento del suo crollo?
Il religioso Fra Ginepro, che suo malgrado ha assistito alla tragedia, decide di ripercorrere le vite delle vittime per tentare di comprendere il disegno Divino, con una amara scoperta finale…
Splendido romanzo vincitore del Premio Pulitzer, che apre una riflessione profonda sul senso della vita e sul rapporto di questa con la spiritualità e la religione.
Incredibile come da noi sia stato dimenticato, tanto da non far uscire sui nostri schermi la sua riduzione cinematografica firmata da Mary McGuckian nel 2004, con un cast di tutto rispetto fra cui spiccano Robert De Niro, F. Murray Abraham, Kathy Bates, Gabriel Byrne, Harvey Keitel e Geraldine Chaplin.
La versione per il grande schermo del 1944, invece, è inguardabile visto che lo scritto di Wilder viene snaturato e deturpato per misere esigenze commerciali.
Io che non sono un amante dei film bellici adoro, invece, questa pellicola che racconta un evento realmente accaduto sul fronte africano nel 1942.
Non parliamo di grandi manovre o strategici attacchi aerei, ma di una scalcinata ambulanza militare inglese che da Tobruk, assediata dai tedeschi (tornata oggi tristemente alle cronache) deve raggiungere Alessandria per portare in salvo due giovani ausiliare rimaste sul fronte per errore.
A scortare le due ragazze ci sono il capitano Anson (impersonato da uno strepitoso John Mills), militare capace ma logorato nei nervi dal fronte e per questo dedito all’alcol, e il sergente Pugh (Harry Handrews che sembra nato per questo ruolo).
Durante un rifornimento, al gruppo si unisce il capitano sudafricano Van der Poel (un giovane e volitivo Anthony Quayle) rimasto indietro.
Sotto gli effetti dell’alcol Anson commetterà una leggerezza che costerà la vita a una delle due ragazze e per questo, mortificato, prometterà a se stesso di non bere più fino a quando raggiungeranno Alessandria, dove c’è un piccolo bar che serve una gustosissima birra ghiacciata in bottiglia.
Ma la strada per quel bar è dura, drammatica e piena di colpi di scena…
Tratto dal romanzo di Christopher Landon e diretto dal grande artigiano della macchina da presa J. Lee Thompson, “Birra ghiacciata ad Alessandria” è un bell’esempio del miglior cinema inglese del dopoguerra.
Da vedere d’estate con un bella birra fresca accanto al divano!
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Sembra incredibile, ma ancora nel 1968 il salario di uomini e donne era diverso, ovviamente in sfavore delle donne.
“We Want Sex”, il cui titolo originale è: “Made in Dagenham”, è una commedia drammatica britannica che racconta un episodio fondamentale nella storia dei diritti delle donne nel Regno Unito. Diretto da Nigel Cole nel 2010, il film è basato su eventi realmente accaduti nel 1968 presso lo stabilimento Ford di Dagenham.
La storia segue Rita O’Grady (interpretata magistralmente da Sally Hawkins), un’operaia apparentemente comune che si ritrova a guidare uno sciopero di 187 cucitrici per ottenere la parità salariale con i colleghi maschi. Quello che inizia come una piccola protesta si trasforma in un movimento nazionale che porterà all’approvazione dell’Equal Pay Act nel 1970.
Il titolo italiano del film deriva da un divertente equivoco: durante una manifestazione, uno striscione con la scritta “We Want Sex Equality” (Vogliamo uguaglianza sessuale) viene mostrato solo parzialmente, lasciando visibile solo “We Want Sex” (Vogliamo sesso).
Il cast eccellente include anche Bob Hoskins nel ruolo del sindacalista Albert, Miranda Richardson nei panni della Segretaria di Stato Barbara Castle, e Rosamund Pike come la moglie di un dirigente Ford che simpatizza con la causa delle operaie.
Cole riesce a bilanciare momenti di comicità genuina con scene di forte impatto emotivo, mostrando le difficoltà personali che le protagoniste affrontano nella loro battaglia. Il film esplora i sacrifici familiari, l’opposizione sociale e le tensioni all’interno del movimento operaio stesso.
Ciò che rende “We Want Sex” particolarmente efficace è la sua capacità di trattare temi importanti come la discriminazione di genere e la lotta di classe senza risultare didascalico. La pellicola celebra il coraggio di donne ordinarie che hanno fatto la storia, rimanendo sempre autentica e coinvolgente.
La ricostruzione storica è accurata e la fotografia ricrea perfettamente l’atmosfera della fine degli anni ’60. La colonna sonora, ricca di hit dell’epoca, contribuisce all’immersione nel periodo.
“We Want Sex” è un film che unisce intrattenimento e impegno sociale, ricordandoci che i diritti che oggi diamo per scontati sono stati conquistati con determinazione e sacrificio da donne e uomini che hanno lottato contro i pregiudizi dei loro datori di lavori, ma anche dolorosamente, in questo caso, contro quelli dei loro mariti e fratelli. È una pellicola che merita di essere riscoperta, capace di ispirare e commuovere senza mai risultare retorica.
Del 1968 vengono ricordate fin troppe cose – molte delle quali sono rimaste sempre e solo nella capoccia di chi, enfatico, continua a raccontarle – ma i fatti di Dagenham sono fra i pochi che devono essere ricordati come dovere civico e sociale.
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La storia di questa raccolta di racconti e saggi ha un fondo molto triste, perché la sua giovane autrice, a neanche 23 anni è morta in un incidente stradale.
Nonostante l’età, la Keegan era già considerata un astro nascente della letteratura statunitense, dopo aver frequentato Yale era stata chiamata dal prestigioso The New Yorker come collaboratrice.
La vita, però, come dice il grande John Lennon, è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti, e così cinque giorni dopo la laurea Marina Keegan è l’unica vittima del ribaltamento dell’auto guidata dal suo ragazzo.
Ma la sua prematura scomparsa non è affatto il motivo per leggere i suoi racconti, il motivo per leggerli è semplicemente perché sono davvero molto belli.
E pensare che da noi il formato racconto viene sempre più snobbato dagli editori, e non dai lettori, e il successo de “Il contrario della solitudine” ne è l’ulteriore dimostrazione.
E se è triste pensare a quali altri magnifici scritti il destino ci ha portato via insieme alla giovane Marina e al suo genio, è sconfortante pensare pure a quanti altri geniali autori di racconti italiani sono costretti a tenere le loro opere chiuse nel cassetto perché ottusamente rifiutate solo per il loro formato.
Prendete un libro. Tenetelo tra le mani. Sentite il peso della carta, l’odore dell’inchiostro leggermente invecchiato, la copertina consumata agli angoli come se qualcuno lo avesse già letto e riletto prima di voi. Fin qui, niente di straordinario. Ma poi cominciate a sfogliarlo e vi accorgete che qualcosa non torna: sui margini ci sono annotazioni a penna, in inchiostri di colori diversi. Tra le pagine spunta una cartolina. Poi una fotografia. Poi un tovagliolino con una mappa disegnata a mano. A quel punto capite che quello che avete tra le mani non è semplicemente un libro. È un mondo intero che qualcuno ha nascosto dentro un altro mondo.
Benvenuti in “La nave di Teseo”, un oggetto narrativo che appartiene a una categoria tutta sua, una categoria che fino al 2013 – anno in cui uscì nelle librerie americane – probabilmente non esisteva ancora, o perlomeno non aveva ancora trovato la forma giusta per manifestarsi.
Dietro al progetto c’è J.J. Abrams, il creatore di “Lost”, la serie televisiva che ha ridefinito il modo in cui milioni di spettatori intendono il concetto di mistero stratificato, di storia-dentro-la-storia, di indizi nascosti in bella vista. Abrams è uno di quegli autori – nel senso più ampio e contemporaneo del termine – che non si accontenta mai di raccontare qualcosa in modo lineare quando esiste la possibilità di costruire un labirinto. E con Doug Dorst, scrittore e docente universitario, ha edificato qualcosa di straordinariamente ambizioso: un labirinto di carta, inchiostro e… cartoline.
Ma andiamo con ordine, anche se “ordine” è forse la parola meno adatta per descrivere questo libro.
Il primo livello – quello più visibile, quello stampato in caratteri tipografici come qualunque romanzo tradizionale – è “La nave di Teseo”, un romanzo del 1949. L’opera di un certo V.M. Straka, scrittore misterioso la cui identità reale è, come spesso accade nella migliore tradizione letteraria, avvolta in una nebbia tanto fitta quanto affascinante. Il romanzo racconta la storia di un uomo che si risveglia senza memoria su una nave lugubre, popolata da un equipaggio inquietante, diretto verso una destinazione ignota. Già qui ci troviamo di fronte a una narrazione densa, piena di rimandi e di quel senso di straniamento che i migliori autori del Novecento sapevano costruire con una maestria oggi quasi dimenticata.
Ma è il secondo livello quello che trasforma “La nave di Teseo” da ottimo romanzo in opera irripetibile.
Sulle pagine di quel romanzo – sui margini, negli spazi bianchi, nelle note a piè di pagina – due giovani si scambiano da anni messaggi scritti a mano. Lui, uno studente universitario, lei, una dottoranda. Hanno trovato entrambi lo stesso volume in biblioteca e lo usano come veicolo di comunicazione, come campo di battaglia intellettuale, come spazio di incontro. Le loro annotazioni – in inchiostri di colori diversi a seconda dell’epoca in cui sono state scritte, dettaglio non trascurabile – ricostruiscono il loro dialogo, le loro teorie sulla vera identità di Straka, i loro sospetti su chi si nasconda davvero dietro quello pseudonimo e perché.
È come leggere due romanzi contemporaneamente, sovrapposti l’uno all’altro, che si commentano a vicenda e si modificano reciprocamente. Una vertigine narrativa di rara eleganza.
E poi c’è il terzo livello. Quello che trasforma il tutto in qualcosa di fisicamente impossibile da ignorare.
Fra le pagine del libro spuntano – letteralmente spuntano, come se qualcuno le avesse dimenticate lì decenni fa – vecchie fotografie, cartoline sgualcite, mappe disegnate su tovagliolini di carta, ritagli di giornali studenteschi, biglietti scritti a mano. Ogni elemento è un reperto autentico, stampato e invecchiato ad arte, che porta con sé informazioni nascoste, indizi ulteriori, pezzi di un puzzle che il lettore è chiamato ad assemblare da solo. Non c’è un ordine prestabilito. Non c’è una guida. C’è solo la curiosità di chi tiene quel libro tra le mani e decide fino a dove vuole spingersi.
Vale la pena di sottolinearlo: tutto questo non sarebbe stato tecnicamente realizzabile fino a pochi anni fa. Le tecniche di stampa, la possibilità di riprodurre materiali d’epoca con quel grado di fedeltà, i costi di produzione: tutto concorreva a rendere un simile progetto editoriale semplicemente impensabile. Il fatto che oggi esista, e che esista in questa forma rigorosa e meravigliosa, è già di per sé una dichiarazione.
Una dichiarazione rivolta a tutti coloro – e purtroppo non sono pochi – che continuano a lamentarsi del fatto che la narrativa stia morendo, soffocata dalle innovazioni digitali, svuotata di senso da un pubblico sempre più distratto. A costoro “La nave di Teseo” risponde con la cortesia di chi non ha bisogno di alzare la voce: la letteratura non sta morendo. Si sta semplicemente evolvendo. E quando si evolve con questa intelligenza, con questa cura artigianale, con questa capacità di sorprendere chi credeva di aver già visto tutto, il risultato è semplicemente magnifico.
Tanto geniale quanto affascinante. Un libro che si legge, si tocca, si annusa, si vive. E che dimostra – una volta di più – che la vera narrazione non conosce confini di formato, di supporto, di tecnologia. Conosce solo la qualità di chi la costruisce e la curiosità di chi la abita.
Buona lettura. O meglio: buona esplorazione.
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Scritto da Massimo Troisi e dalla sua partner lavorativa e, per un periodo anche di vita Anna Pavignano (relazione che terminò dopo la realizzazione di “Scusate il ritardo”), “Le vie del signore sono finite” ci riporta nel ventennio (epoca storica negli anni Ottanta poco rivisitata, se non da Tinto Brass…) e ci racconta la storia di Camillo, un barbiere di Acqualsalubre – un piccola e irreale località termale del sud Italia – inventore di pozioni per capelli e dermatiti, ma afflitto da una grave quanto misteriosa malattia psicosomatica che lo costringe ciclicamente su una sedia a rotelle.
Come sempre, nei film di Troisi, l’intimo e il personale hanno un ruolo focale nella vicenda dei protagonisti, e così Camillo per affrontare la sua malattia dovrà affrontare se stesso e soprattutto i suoi sentimenti.
Davvero un gran bel film, che ci ricorda che perdita abbiano subito il nostro cinema e la nostra cultura in generale con la morte prematura del suo regista.
Nel cast appaiono anche Massimo Bonetti e Marco Messeri (davvero bravo nel ruolo del fratello morboso di Camillo), amici intimi di Troisi anche nella vita reale.
Il film vince meritatamente il Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura.
Quando questa drammatica commedia nera, scritta da Kim Fupz Aakeson e Finn Gjerdrum, è stata presentata in Italia (da un distributore indipendente, è giusto ricordarlo) sono stati richiamati autori come Tarantino, Kitano o i fratelli Coen, ma nessuno – incredibilmente! – ha parlato di Mario Monicelli o di Alberto Sordi e, soprattutto, del loro strepitoso “Un borghese piccolo piccolo” al quale questo film è palesemente ispirato.
Nils Dickman (un bravo quanto implacabile Stellan Skarsgård) vive una vita tranquilla in un piccolo paesino al nord della Norvegia, nel quale guida lo spazzaneve che libera l’unica strada d’accesso alla località.
Anche se “immigrato” dalla Svezia, Nils è ben voluto da tutta la comunità, tanto che gli viene assegnato il premio “Uomo dell’anno”.
Ma la mattina dopo la sua vita viene stravolta dalla notizia agghiacciante della morte per overdose del suo unico figlio. Il grave lutto compromette anche il suo matrimonio che in breve tempo naufraga con l’abbandono da parte di sua moglie.
In procinto di suicidarsi, Nils scopre casualmente che suo figlio è stato vittima di un complotto, capitando a sua insaputa nelle mani di feroci spacciatori . La vendetta del conducente di spazzaneve sarà implacabile quanto cruenta…
Da ricordare anche l‘interpretazione di Bruno Ganz, nei panni del capo di una famiglia di balcanici al quale per errore viene ucciso il figlio, e che si ritroverà davanti Nils nel momento del giudizio finale.
Fa bene pensare che il nostro grande cinema, anche se passato, ancora è fonte di ispirazione.