“Match Point” di Woody Allen

(USA/Russia/Irlanda/Lussemburgo, 2005)

Il 12 maggio 2005, al Festival di Cannes, veniva presentato in anteprima mondiale Match Point, un capolavoro della cinematografia degli ultimi decenni. Woody Allen lascia la sua New York e si trasferisce a Londra, e sembra ritrovare una freschezza che molti davano ormai per smarrita.

Il punto di partenza è chiaro fin dai titoli di testa: una pallina da tennis colpisce il nastro e resta sospesa per un attimo, e la voce fuori campo ci dice che a volte vince chi ha fortuna, non chi ha talento. L’intero film è la lunga ripresa al rallentatore di quella palla in bilico.

La storia è ispirata al bellissimo Un posto al sole di George Stevens (1951), a sua volta tratto dal romanzo del 1925 Una tragedia americana di Theodore Dreiser, ma Allen ci mette dentro il maestro Fedor Dostoevskij, tanto che Delitto e castigo compare perfino come oggetto di scena. Chris Wilton, un bravissimo e tenebroso Jonathan Rhys Meyers, è un ex tennista professionista di umili origini che si mantiene facendo il maestro in un circolo esclusivo londinese. Ha un obiettivo preciso e ha pianificato la sua ascesa sociale al millimetro. Fa amicizia con il giovane Tom Hewett, rampollo di una famiglia ricchissima, e in breve si ritrova introdotto in un mondo di teatri, opere liriche, tenute di campagna e cene dove tutto costa e niente pesa. La sorella di Tom, la dolce Chloe (Emily Mortimer), si innamora di lui, e la strada sembra spianata: matrimonio, un posto nell’azienda del ricco e potente suocero, una vita comoda e pieni di agi insomma.

Ma sulla sua strada capita Nola. Scarlett Johansson è sensuale e provocante come non mai, e diciamolo pure: chi sarebbe riuscito a resisterle? Americana, aspirante attrice, fidanzata (guarda caso) proprio con Tom, Nola è la miccia che fa saltare il piano perfetto di Chris. Tra i due scatta un’attrazione fisica, quasi animale, che non ha niente di calcolato, ed è proprio questo il problema. Chris, che ha sempre controllato tutto, scopre di non controllare più nulla e si trova costretto ad affrontare, e ad accettare, la parte più buia di se stesso.

Da qui in avanti il film cambia pelle. Quella che sembrava una commedia sociale con un sottofondo malizioso diventa un thriller morale di rara crudeltà, in cui la tensione cresce senza bisogno di effetti speciali, a colpi di sguardi, silenzi e piccole bugie. Allen dirige con mano sicura e non ci fa sconti: ci porta a parteggiare, quasi senza accorgercene, per il protagonista, e poi ci presenta il conto.

Un noir perfetto in ogni suo aspetto. Il cast è impeccabile, e accanto ai due protagonisti brillano Matthew Goode, Brian Cox e Penelope Wilton, un’aristocrazia inglese ritratta con ironia e affetto insieme. I dialoghi sono asciutti e taglienti, le scenografie mostrano una Londra elegante e fredda, e la colonna sonora fa la differenza: le arie di Verdi, Donizetti e Bizet, cantate da Caruso su vecchi dischi, accompagnano le vicende con un pathos che rende tutto più tragico e più bello.

Il film ci mostra come si può fare del grande cinema anche senza budget esorbitanti, con una sceneggiatura solida, attori in stato di grazia e un regista che sa esattamente cosa vuole raccontare. E al tempo stesso ci ricorda l’anima tragica del genio di Woody Allen, quella di chi guarda il mondo e vi vede una partita in cui contano fortuna e casualità più del merito, e in cui la colpa può restare senza castigo. Non è un caso che il finale lasci addosso un’inquietudine che non se ne va facilmente, come dopo aver visto il tagliente Crimini e misfatti sempre di Woody Allen.

Il messaggio, per chi vuole coglierlo, è amarissimo: non sempre chi sbaglia paga, e il vero peso resta sulla coscienza… di chi ne ha una. Allen non giudica, mostra. Sta a noi spettatori decidere da che parte stare.

Da vedere e rivedere.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.