“La regola del gioco” di Jean Renoir

(Francia, 1939)

Se esistono molti film dell’epoca che ci descrivono la società europea – fra aristocrazia e proletariato – che si confronta dolorosamente con la Seconda Guerra Mondiale e con il tragico immediato dopo guerra, non sono molti quelli che ce la raccontano alle soglie dell’abisso.

Ma da solo, “La regola del gioco” del maestro Jean Renoir girato nel 1939, potrebbe bastare.

Ispirato all’opera “I capricci di Marianna” di Alfred de Musset, questo affresco di umanità, che si ritrova in una aristocratica villa di campagna in una cupa estate francese, ci descrive fin troppo bene la decadenza morale e culturale del bel mondo che, complice viziato e passivo, permetterà senza battere ciglio l’avvento della catastrofe, che a pagare saranno alla fine sempre gli stessi: i ceti più poveri e deboli della società.

Come tutte le grandi opere premonitrici e anticipatrici dei tempi (mi riferisco per esempio a “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello o a “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo) “La regola del gioco” venne accolto alla sua uscita con rabbia e insulti verso il suo grande autore.

Lo stesso Renoir raccontò che alla prima uno spettatore, nelle sue vicinanze, diede fuoco ad un giornale per poi tentare di incendiare il cinema in cui veniva proiettato.

“La regola del gioco” è un film da rivedere a intervalli regolari.

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“Brachetti che sorpresa!” di Arturo Brachetti

Grazie al cielo esiste un intero universo teatrale (e non solo!) splendido e geniale che non passa in televisione!

Con questo nuovo spettacolo Arturo Brachetti, (ahimè) più famoso e glorificato all’estero che in Italia, si dimostra ancora una volta un gigante del teatro mondiale.

Oltre ad essere il più grande trasformista vivente (dite quello che vi pare, ma io sono stato tutta la sera INUTILMENTE a tentare di capire i suoi trucchi…) ci porta – per quasi due ore e senza interruzioni – nel suo mondo fantastico e magico, dove ci si perde in maniera sublime.

Ma il genio dell’artista torinese non si limita a questo e così, guardando avanti, porta sul palco quattro giovani artisti dotati di uno straordinario genio comico e magico quasi quanto il suo: Luca Bono, Francesco Scimeni, Kevin Michael Moore e il duo Luca&Tino.

Aspettatevi di tutto …anche di vedere il pubblico dal palco.

IMPERDIBILE!

25 anni dalla morte di Aldo Fabrizi

Il 2 aprile del 1990 scompariva Aldo Fabrizi a Roma, nella stessa città dove era nato nel 1905.

La grande vena artistica di Fabrizi esplose in giovanissima età, ma l’indigenza della sua famiglia lo costrinse ad adattarsi a fare tutti i lavori più umili per mantenere madre e sorelle.

Il primo riconoscimento del suo genio arriva nel 1928 con la pubblicazione di “Lucciche ar sole”, una raccolta di poesie in dialetto romano.

Qualche anno dopo arriva anche l’esordio sul palcoscenico come macchiettista, sul quale era salito per la prima volta per recitare le proprie opere. Le sue enormi capacità istrioniche e il grande senso del comico lo portano quasi subito ad avere successo.

Nel 1942 esordisce al cinema con “Avanti c’è posto” di Mario Bonnard con il quale collabora anche alla sceneggiatura, così come accadrà per quasi tutti i film in cui reciterà negli anni successivi.

Come quando nel 1945 interpreta don Pappagallo in “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, al quale impone il suo giovane e semi sconosciuto battutista Federico Fellini, come coautore alla sceneggiatura.

Nel 1948 arriva un nuovo esordio: dietro la macchina da presa con “Emigrantes”, girato in occasione di una turné teatrale nel sud America.

Da attore simbolo del Neorealismo, col passare degli anni, Aldo Fabrizi comincia a diventare un emblema della grande commedia all’Italiana.

I titoli sono numerosi, ma fra i più amati e rappresentativi non si possono non ricordare “La famiglia Passaguai” (da lui stesso diretto nel 1951), “Guardie e ladri” (1951) di Mario Monicelli, “Hanno rubato un tram” (sempre da lui diretto nel 1954), “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) di Mauro Bolognini, e “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960) di Mario Mattoli.

Nel 1974 partecipa a quello che, oltre a essere un capolavoro della cinematografia mondiale, è considerato il canto del cigno della grande Commedia all’Italiana: “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.

Parallelamente alla carriera cinematografica, Fabrizi prosegue quella teatrale nella quale spicca il suo Mastro Titta nel pluripremiato “Rugantino” di Garinei e Giovannini del 1962.

Ma Fabrizi è anche fra i pionieri della sua generazione in televisione, dove partecipa a trasmissioni di sempre maggior successo fino ai suoi mitici sketch nel varietà del sabato sera “Speciale per noi” (1969) di Antonello Falqui.

A un quarto di secolo dalla sua scomparsa, Aldo Fabrizi merita di essere ricordato come uno dei grandi artisti italiani del Novecento, e non solo come straordinario attore comico.

I volumi da lui pubblicati, molti dei quali dedicati alla gastronomia, ci testimoniano la grande versatilità del suo genio. Chi lo ha frequentato personalmente (fu grande e intimo amico dell’immenso Totò) lo ha sempre ricordato come un uomo dal carattere duro ed estremamente esigente, a volte persino arrogante.

Proprio questa sua indole difficile, e soprattutto la sua dichiarata simpatia verso l’allora destra nostalgica italiana (partecipò in prima fila all’esequie di Giorgio Almirante) contribuirono a oscurare la sua arte negli anni successivi alla morte.

Lungi da me entrare nel merito di una discussione politica, visto che poi non l’ho mai pensata come Fabrizi, ma è un dato di fatto che una certa cultura “fighetta” e radical chic degli anni Novanta lo ha indiscutibilmente gettato nel dimenticatoio per le sue idee politiche.

Allora semmai dovremmo aprire un dibattito su come e se le idee politiche e i comportamenti personali di un artista (che come Fabrizi seppe anche farsi gioco degli aspetti più risibili di quel mondo a cui poi era politicamente legato come in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” e “Gerarchi si muore”) debbano essere considerati rispetto alla sua arte: ma entreremmo in un ambito davvero difficile da circoscrivere che io, sinceramente, proprio non ho voglia di affrontare qui.

Quello che so è che ogni volta che c’è un film o uno sketch con Fabrizi (lo sciatore o lo scolaro su tutti), anche se lo conosco a memoria, lo rivedo sempre sghignazzando di gusto.

“La storia della principessa splendente” di Isao Takahata

(Giappone, 2013)

Dal mitico Studio Ghibli di Hayao Miyazaki arriva questo splendido e crepuscolare “La storia della principessa splendente” diretto Isao Takahata, amico e collega di Miyazaki già dai tempi di “Lupin III”.

Se la storia di Gemma di Bambù è affascinante già di per se stessa, con le immagini di Takahata – che a tutti gli effetti sono una vera e propria opera d’arte – e la loro fantastica animazione, parliamo di 137 minuti struggenti e indimenticabili.

La gioia di vivere e di scoprire il mondo “nonostante tutto” caratterizza le opere del maestro Miyazaki, mentre una languida ma irresistibile tristezza segna invece quelle di Takahata, come nel bellissimo “La tomba per le lucciole” dedicato all’immane tragedia di Hiroshima.

Da vedere.

“Colpo di spugna” di Jim Thompson

(Einaudi, 1964/2014)

Be’, gente, se il Re Stephen King lo chiama “Big Jim Thompson” ci sarà un dannato motivo!

Ogni libro di Thompson – come ad esempio “Nulla più di un omicidio“, “Un uomo da niente” o “L’assassino che è in me” – è un viaggio senza sconti nella parte più buia e cavernosa dell’animo umano.

In “Colpo di spugna” – pubblicato per la prima volta nel 1964 – Nick Corey, l’indolente sceriffo della piccola Contea di Potts, nel profondo Texas, porta avanti una vita tranquilla e pigra.

Quando, nell’imminenza delle elezioni per il rinnovo della sua carica si presenta un suo concittadino che sembra riscuotere molto successo, Nick è costretto ad affrontare la situazione o la sua vita e, soprattutto, i suoi vizi rischieranno di andare a gambe all’aria.

Una terribile e implacabile discesa agli inferi della mente malata di un uomo che, per colpa dell’indolenza e la superficialità dei suoi concittadini, veste i panni di sceriffo. Indolenza e superficialità che in questo periodo sono, purtroppo, così attuali e al tempo stesso pericolose…

Tosto e bellissimo come pochi. Tanto per la cronaca, e per comprendere al meglio la sua immortale narrativa, il padre di Jim Thompson faceva lo sceriffo a Caddo County, in Oklahoma.

Per la chicca: nel 1981 Bertrand Tavernier ha girato un omonimo adattamento cinematografico del libro di Thompson ambientandolo in un piccolo villaggio coloniale francese con un grande e inquietante Philippe Noiret come protagonista e una bella, fascinosa e oscura Isabelle Huppert nei panni di Rose, pellicola che venne nominata all’Oscar come miglior film straniero.

Ma tranquilli, la pellicola al momento è davvero difficile da reperire nel nostro Paese…

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“Azur e Asmar” di Michel Ocelot

(Francia/ Belgio/ Spagna /Italia, 2006)

Ci sono molti modi per parlare ai più piccoli di integrazione e convivenza, e questo delizioso e visionario film di Michel Ocelot è uno dei migliori.

Ocelot, già autore di “Kirikù e la strega Karabà” e “Principi e principesse”, ci racconta della possibile e serena convivenza della cultura cristiana con quella islamica e con quella ebraica.

Fanno da sfondo splendide immagini di ambienti, palazzi e opere d’arte della cultura araba davvero sublimi. Ma l’importante, ci sottolinea il regista, non sono quelli, la cosa che più conta è l’amore e il rispetto per il prossimo.

Grazie al genio produttivo di Andrea Occhipinti, il nostro Paese ha co-prodotto una così bella pellicola d’animazione.

“Boyhood” di Richard Linklater

(USA, 2014)

Vincitore di un Oscar, a Patricia Arquette come miglior attrice non protagonista; due Golden Globe, ancora alla Arquette e a Richard Linklater come miglior regista e dell’Orso d’Argento a Berlino, oltre ad altri numerosi quanto prestigiosi premi nei festival di tutto il mondo, questo “Boyhood” percorre 12 anni di vita del giovane Mason (un bravissimo Ellar Coltrane), che conosciamo a 8 anni, e percorriamo con lui i dodici anni che lo porteranno alla soglia dei 20.

Il viaggio lo facciamo letteralmente, perché questo film è stato realizzato proprio in dodici anni.

Il cast si è ritrovato a scadenze fisse, per brevi periodi e quasi annualmente.

Un’esperienza simile, solo per fare l’esempio che amo di più, a quella di Francois Truffaut con il “suo” Jean-Pierre Léaud.

Ma a caratterizzare questa pellicola non è solo questo virtuosismo, è la storia minimalista e quotidiana di un bambino che deve diventare adulto in mezza alle solite, comuni ma non per questo più facili problematiche adolescenziali.

E su questo il regista Richard Linklater ricorda nuovamente Truffaut, che aveva per i bambini e gli adolescenti uno sguardo d’amore vero e sincero, senza falsi paternalismi o fastidiosi sentimentalismi.

Davvero un bel film.

“Profondo Rosso” di Dario Argento

(Italia, 1975)

Il 7 marzo del 1975 usciva nelle sale italiane uno dei dieci migliori film nella storia della cinematografia mondiale (e se non siete d’accordo è perché avete avuto troppa paura per vederlo bene…).

Io che non sono affatto un amante dell’horror, o peggio dello splatter, non posso che riconoscere come “Profondo Rosso” sia un capolavoro a tutti gli effetti.

Gli interpreti – anche se quasi tutti doppiati – con David Hemmings e Clara Calamai su tutti, la colonna sonora dei Goblin e di Giorgio Gaslini, una città inquietante (composta nella realtà da scorci e palazzi di Roma, Torino e Perugia), ma soprattutto le atmosfere e il terrore puro fanno dell’opera di Dario Argento una vetta artistica del nostro cinema alla pari dei grandi capolavori internazionali.

Scritto dallo stesso Argento assieme a Bernardino Zapponi, questo film rappresenta l’apice irraggiungibile della carriera del cineasta romano che non riuscirà più a toccare una simile perfezione.

Questo non vuol dire che il resto delle opere di Argento sia mediocre, anzi al contrario, ma “Profondo Rosso” resta lì: una spanna sopra tutti gli altri.

Per la serie “la chicca del post” ci sarebbero tanti aneddoti da ricordare, come per esempio che le mani di nero guantate del killer sono in realtà quelle dello stesso Argento, o che la prima scelta del regista per la colonna sonora furono nientepopodimeno che i Pink Floyd; ma quella che amo più in assoluto è un’altra, che avvenne fuori da una arena estiva in una splendida località balneare della Toscana molti anni or sono.

Avviso che l’epilogo di questa storia svela l’identità dell’assassino (ALLARME SVELATRAMA!), per cui chi ancora non ha visto “Profondo Rosso” si fermi qui, faccia un favore a se stesso vedendoselo, e poi riprenda a leggere.

ALLARME SPOILER: da qui in poi non si torna indietro!

Insomma, all’ingresso dell’arena c’era ovviamente la bella e inquietante locandina del film davanti alla quale tutti gli spettatori erano costretti a passare prima di prendere posto per la proiezione. Appena aperto l’ingresso, e quando ancora molti spettatori dovevano entrare, qualche rapidissimo genio malefico scrisse con un grosso e pesante pennarello nero, proprio sopra il titolo: “E’ STATA LA VECCHIA”.

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“Il commissario Pepe” di Ugo Facco De Lagarda

(Neri Pozza/Giano 1965/2009)

Questo breve ma intenso romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1965 in un’Italia pimpante e volitiva, ancora in pieno boom economico post bellico.

Scoprire i vizi e i pruriti sessuali di una ricca provincia del nord – che assomiglia tanto a Vicenza – non era così di moda e facile come lo è oggi.

Far passare poi il tutto sopra la scrivania di un commissario di Pubblica Sicurezza – dite quello che vi pare, ma su alcuni aspetti per me molto simile al Montalbano di Camilleri, quello dei libri e non quello della televisione – votato più alla riflessione che all’azione, è davvero cosa notevole.

Mettiamoci pure che leggere un’opera firmata da un ottimo narratore come Facco De Lagarda – che fu partigiano nella Seconda Guerra Mondiale e direttore di banca nella vita civile – ci illumina ancora meglio sulla nostra società di allora, e su come è diventata quella che è oggi.

La voglia di leggere questo romanzo mi è venuta vedendo l’omonima e grande trasposizione cinematografica che fece Ettore Scola nel 1969 con uno strepitoso Ugo Tognazzi nei panni di Gennaro Pepe.

Cogliendo a pieno lo spirito e le atmosfere dell’opera di Facco De Lagarda, Scola ne ha cambiato alcuni punti cruciali, mantenendo però intatta la sua grande potenza narrativa.

Da leggere.

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“Martin Matin” di Denis Olivieri, Claude Prothée, Luc Vinciguerra

(Francia, 2003-2005)

Questa serie animata è una delle più divertenti e geniali degli ultimi anni.

Ideata e scritta da Denis Olivieri, Claude Prothée e Luc Vinciguerra ci racconta le avventure del piccolo Martin Matin (nomen omen!) che ogni mattina si risveglia in vesti fantastiche sempre diverse.

Se un mattina si ritrova nei panni di un antico faraone, il giorno dopo veste quelli di un astronauta, passando dentro tutte le figure più famose – a volte anche un po’ scomode – dell’immaginario di un bambino di 7 anni.

Ad aiutarlo c’è sempre Gromò, il suo migliore amico, e Roxane, sua compagna di scuola oltre che suo grande amore ricambiato.

Martin è costretto a celare al mondo interno i sempre nuovi aspetti che vive ogni mattina, soprattutto al perfido prof Graindesel, vice Preside, che tenta in ogni modo di coglierlo in fragrante per punirlo in maniera esemplare. Ma dalla sua, Martin, ha Cornichon, l’anziano e benevolo Preside della scuola.

Inno alla fantasia incontenibile e serena dei bambini delle elementari, e con un incastro Graindesel-Cornichon  molto simile a quello Piton-Silente di Harry Potter, “Martin Matin” è una serie che fa sempre piacere rivedere.