
(USA, 1980)
Su questo capolavoro inossidabile che va dal musical alla commedia surreale è stato detto tanto. Ma mai abbastanza!
Perché ogni volta che ci si rimette a guardarlo, ben oltre quarant’anni e passa dalla sua uscita, si scopre sempre qualcosa di nuovo: un dettaglio nella fotografia, una battuta buttata lì con nonchalance, un movimento di macchina durante gli inseguimenti che ancora oggi fa sembrare ridicoli certi blockbuster contemporanei pieni di CGI e poveri di anima. Perché è proprio questo il segreto di The Blues Brothers: un’anima autentica, sporca, viva, che nasce dall’incontro fra la cultura del Saturday Night Live e la grande tradizione della musica afroamericana, tra il rhythm and blues, il soul e il gospel.
Oltre a incoronare definitivamente John Belushi icona immortale di una generazione — con quel suo modo di muoversi goffo eppure elegantissimo, quella faccia da bulldog malinconico dietro gli occhiali scuri, quella capacità unica di essere comico e commovente nello stesso identico fotogramma — questa pellicola diretta da John Landis concilia quella stessa nuova generazione con un genere musicale che allora sembrava adatto solo alle precedenti epoche. Non è un caso da poco: nel 1980 il rock e la disco dominavano le classifiche, e riportare sul grande schermo, con tale sfarzo e rispetto, artisti come Ray Charles, Aretha Franklin, Cab Calloway e James Brown significava fare un’operazione culturale, prima ancora che cinematografica. Landis li tratta da vere e proprie star, li lascia respirare in scena, costruisce attorno a loro sequenze musicali che sono autentici numeri da music-hall trapiantati nel cuore di una commedia d’azione.
Oltre ai grandi interpreti, la grande musica e alcune spettacolari sequenze — su tutte quell’inseguimento dentro il centro commerciale che sembra non finire mai, o la distruzione sistematica e quasi coreografica di ogni singola auto della Polizia di Chicago — il film è scritto davvero alla grande (la sceneggiatura è firmata da Dan Aykroyd e lo stesso John Landis), e anche per questo rimane immortale come i suoi due protagonisti “Joliet” Jake ed Elwood Blues. Perché dietro l’apparente caos, dietro le esplosioni, i cento e passa veicoli distrutti e i concerti improvvisati, c’è una struttura narrativa solidissima: una missione da compiere, quella di rimettere insieme la vecchia band per salvare l’orfanotrofio in cui i due fratelli sono cresciuti, che funziona da collante e da pretesto per un viaggio picaresco attraverso l’America, i suoi paesaggi urbani e le sue mille sfumature musicali.
E poi ci sono i comprimari, quella galleria di caratteristi che rendono ogni scena memorabile: la banda al completo, da Cab Calloway nei panni del custode Curtis a tutti i musicisti veri prestati alla finzione, capaci di dare credibilità assoluta a ogni singola nota suonata sul palco.
Grande piccolo cameo di Steven Spielberg nei panni dell’impiegato che alla fine emette la benedetta fattura per salvare l’orfanotrofio — un attimo fulmineo, quasi impercettibile per chi non lo sa, ma che oggi, con il senno di poi, fa sorridere pensando a quale altro gigante del cinema si nascondesse dietro quella scrivania — e di Frank Oz che, all’inizio, riconsegna gli effetti personali a Jake prima che questo esca dal penitenziario, in una scena breve ma perfetta nel dare subito il tono scanzonato e surreale di tutto ciò che seguirà.
Non va dimenticato poi il ruolo della città di Chicago stessa, vera e propria coprotagonista del film: le sue strade, i suoi ponti, la sua architettura diventano il palcoscenico ideale per questa favola urbana in giacca, cravatta e occhiali scuri, dove la legge viene infranta con la leggerezza di chi sa di stare compiendo, in fondo, una missione sacra — “Siamo in missione per conto di Dio“, ripetono i due fratelli – ed è forse questa la chiave di lettura più semplice e più vera dell’intero film: la fede, nella musica, nell’amicizia, nella redenzione, più forte di ogni legge scritta.
Un film che è insieme commedia slapstick, musical, action movie e melò sull’amicizia, capace di tenere insieme registri diversissimi senza mai perdere coerenza né ritmo, merito di un montaggio serrato e di una colonna sonora che, da sola, meriterebbe un posto di diritto nella storia del cinema.
Immortale.
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