“Toy Story 5” di Andrew Stanton e Mckenna Harris

(USA, 2026)

Eccoci qui, dopo trent’anni arriva nelle sale il quinto capitolo di Toy Story, saga che ha cambiato il modo di fare cinema di animazione digitale, e non solo.

In questi tre decenni, naturalmente, il cinema e la società sono molto cambiati, ma dalla prima avventura di Woody e Buzz i giocattoli non hanno cambiato di tanto la loro funzione di sviluppo della fantasia e, soprattutto, di fulcro sociale.

Se per i protagonisti del primo Toy Story – Il mondo dei giocattoli il vero antagonista era un cucciolo in carne ed ossa, per quelli di Toy Story 5, invecchiati certo ma sempre gagliardi, sono i dispositivi e gli schermi digitali.

Ma le menti della Pixar, le stesse che la fondarono insieme a Steve Jobs nello scorso millennio, sanno bene che i device sono “solo” delle macchine, la responsabilità del loro uso spetta, nel bene e nel male, a chi ne ha la vera responsabilità: ovvero gli adulti. Così questo nuovo lungometraggio animato alla fine sembra rivolto non solo alle piccole e ai piccoli spettatori di oggi, ma soprattutto a quelli del passato che, con lo scorrere degli anni, sono diventati adulti e genitori, e oggi hanno il compito di educare e assistere, nel quotidiano, le piccole e i piccoli fruitori di dispositivi digitali.

Vista l’immediatezza dei device contemporanei e i loro collegamento in tempo reale con il mondo, nessun genitore può permettersi di lasciare la propria figlia o il proprio figlio davanti ad uno schermo come se questo fosse una babysitter a basso costo ed energia e contenuti illimitati. E Toy Story 5 ce lo ricorda e sottolinea mostrandoci i lati più taglienti delle chat e quindi anche dei social.

Basta una parola inadatta o un commento inappropriato, fatto magari da una bambina o da un bambino inconsapevoli degli effetti reali, e il danno è fatto. Il bullismo digitale può partire da piccoli e apparentemente innocenti frasi o meme.

E questa è la vera eredità che Woody, Buzz e Jessie intendono lasciare alle generazioni future, alle quali, insieme ai loro autori, consigliano sempre di alternare agli schermi un ineffabile, anche se vecchio e scolorito – soprattutto nella parte centrale della testa… – ma sempre tosto giocattolo. E forse questa è la cosa che rende Toy Story 5 all’altezza dei primi film della serie.

Per la chicca: per gli amanti della saga come me – che nel 1995 mi ritrovai fra i pochissimi adulti in sala per vedere Toy Story – Il mondo dei giocattoli, guardato giustamente come un estraneo dalle numerose bambine e numerosi bambini seduti nel cinema – Toy Story 5 è colmo di grandi citazioni e autocitazioni memorabili.

Per la chicca seconda: nella versione originale sono sempre gli stessi attori a doppiare i personaggi principali: Tom Hanks dona la voce a Woody, Tim Allen a Buzz e Joan Cusak a Jessie. Nella nostra versione è giusto ricordare il grande Massimo Dapporto che impersona Buzz, la sempre brava Ilaria Stagni Jessie e l’ottimo Angelo Maggi, storico doppiatore di Hanks, che ha preso il testimone da Fabrizio Frizzi già in Toy Story 4 per doppiare Woody.

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“Elio” di  Adrian Molina, Domee Shi e Madeline Sharafian

(USA, 2025)

“Elio” segna un traguardo significativo per la Pixar: il ventinovesimo lungometraggio dello studio che ha ridefinito l’animazione contemporanea. Diretto da Adrian Molina, Domee Shi e Madeline Sharafian, il film si configura come un’avventura cosmica che affronta il tema universale della crescita e dell’appartenenza, con quella sensibilità narrativa che contraddistingue le opere più mature della casa di produzione.

La storia ruota attorno a Elio, undicenne orfano di entrambi i genitori, la cui passione per lo spazio e l’immaginazione iperattiva lo conducono in un’odissea galattica inaspettata. Quando viene teletrasportato nel Comuniverso, un’organizzazione interplanetaria che riunisce rappresentanti di galassie lontane, il protagonista si trova catapultato in una realtà che supera persino i suoi sogni più arditi.

Il trio di registi costruisce una narrazione che oscilla magistralmente tra l’intimo e il cosmico, utilizzando l’immensità dello spazio come metafora delle infinite possibilità che si aprono davanti a chi ha il coraggio di abbracciare la propria diversità. Elio non è solo un ragazzino inadatto al mondo terrestre, ma diventa simbolo di tutti coloro che faticano a trovare il proprio posto nell’universo.

Lo stile visivo raggiunge vertici di straordinaria inventiva: paesaggi alieni che si alternano a tecnologie futuristiche, creature extraterrestri dal design inedito che popolano un cosmo ricco di colori e forme inaspettate. La regia trasforma ogni sequenza in un caleidoscopio di meraviglie che stimolano l’immaginazione senza mai scadere nel virtuosismo fine a se stesso.

Particolarmente riuscita è la caratterizzazione dei personaggi alieni, ognuno dotato di una personalità distinta che arricchisce il tessuto narrativo senza appesantirlo. Il film riesce a mantenere quel delicato equilibrio tra spettacolo e profondità emotiva che ha reso celebri i capolavori Pixar, creando connessioni autentiche tra creature apparentemente diverse ma accomunate da desideri e paure universali.

La colonna sonora accompagna efficacemente l’evoluzione del protagonista, sottolineando i momenti di scoperta e crescita personale con una sensibilità che non scade mai nella retorica. Ogni nota sembra calibrata per amplificare l’impatto emotivo delle sequenze più significative.

“Elio” si inserisce nel filone dei film spaziali Pixar dopo “WALL-E” e “Lightyear – La vera storia di Buzz“, ma trova una propria identità originale nell’esplorazione del tema dell’appartenenza. Il film dimostra come l’animazione contemporanea possa affrontare questioni esistenziali complesse mantenendo quella freschezza narrativa capace di coinvolgere spettatori di ogni età.

Un’opera che conferma la maturità artistica di uno studio che continua a reinventare il linguaggio dell’animazione, trasformando ogni storia in un territorio di sperimentazione dove l’immaginazione diventa veicolo di crescita e la diversità una risorsa da celebrare piuttosto che da nascondere.

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“Inside Out 2” di Kelsey Mann

(USA, 2024)

A quasi dieci anni di distanza arriva il sequel dello splendido “Inside Out” diretto da Pete Docter e Ronaldo Del Carmen nel 2015. Come nella migliore tradizione delle sue maestranze, la Pixar si è presa tutto il tempo per scrivere prima e realizzare poi un nuovo ottimo film, che rispetta lo spirito del primo, aggiungendo nuove tematiche e provocazioni.

Riley ormai si è ambientata a San Francisco e, rimanendo sempre fedele a se stessa, l’hockey è una parte centrale della sua vita. Assieme alle sue due migliori amiche sta per finire le scuole medie, ed entrare nella squadra di hockey del liceo che ha scelto, significherebbe molto per il suo avvenire sociale e quindi emotivo.

Ma proprio mentre si appresta a partecipare ad un campo estivo propedeutico all’hockey delle superiori, nel suo “interno” arriva, devastante come un uragano, l’adolescenza.

Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia saranno costretti a condividere lo spazio ed il lavoro con nuove e incontenibili emozioni: Noia, Imbarazzo, Invidia, Nostalgia e soprattutto Ansia che, convinta di aiutare Riley, sarà disposta a radere al suolo tutta l’emotività costruita in tredici anni dalla ragazzina…

Delizioso racconto di quello che è, senza dubbio, uno dei periodi più difficili della vita di ciascun essere umano. Il dolore, l’angoscia e il disorientamento del crescere spesso ci travolgono, ma alla fine, come ci sottolinea questo film, non dovranno essere l’emozioni a determinare quello che siamo noi, ma è la nostra essenza che dovrà influenzare le nostre scelte. Facile da dire, passati gli …anta, diranno giustamente gli adolescenti!

Scritto superbamente da Kelsey Mann assieme a Meg LaFauve (che aveva collaborato anche alla sceneggiatura del primo) e Dave Holstein, “Inside Out 2” ci riconcilia con noi stessi e non solo per quelli che l’adolescenza l’hanno superata leccandosi ancora le ferite, ma anche per coloro che stanno affrontano – …sob – quella dei loro figli. Perché come dice giustamente il Boss: “…Baby, we were born tu run!”.

Per la chicca: solo alla fine dei titoli di coda si può conoscere …l’Oscuro Segreto di Riley!

“Elemental” di Peter Sohn

(USA, 2023)

Le incomprensioni e gli attriti all’interno di una famiglia, in cui c’è comunque tanto amore incondizionato, sono fra gli elementi – …è proprio il caso di dirlo – principali della narrativa scritta e filmata contemporanea.

Se nel nostro Paese questi argomenti sono stati affrontati straordinariamente, e per la prima volta, dal maestro Eduardo De Filippo – sulla scia di Luigi Pirandello – nella sua immortale commedia “Natale in casa Cupiello”, negli Stati Uniti noti autori come Eugene O’Neill, Tennesse Williams o Arthur Miller li hanno portati superbamente sul palcoscenico, e poi sul grande schermo, nei decenni successivi.

Non c’è da stupirsi, quindi, se anche il cinema di animazione – che purtroppo ancora nel nostro Paese qualcuno considera un semplice e banale “passatempo” per i più piccoli – ha iniziato a raccontarci dei problemi e delle gravi ansie che nascono e crescono vorticosamente, spesso sotto traccia, all’interno di una famiglia.

Gli esempi sono numerosi, sia per quanto riguarda il cinema d’animazione giapponese, a partire dalle pellicole realizzate dallo Studio Ghibli ma non solo, che in quello francese con, ad esempio, lo splendido “La mia vita da zucchina“. Ma anche la stessa Disney con film come “Encanto” ci ha raccontato le pressioni e i relativi traumi di una famiglia in cui tutti si vogliono un profondo bene.

Per parlarci di questo tema Peter Sohn (che ha firmato “Il viaggio di Arlo“) si affida alla sceneggiatura scritta da John Hoberg, Kat Likkel e Brenda Hsueh che ci porta ad Elemental City, la città in cui convivono i vari elementi dell’universo: fuoco, terra, aria e acqua. Ma spesso fra i vari individui la convivenza non è facile, cosa che dà adito ad attriti e intolleranze.

Cosa succede allora quando un acquatico incontra e si innamora di una ragazza, letteralmente, di fuoco?

Per rendere più interessante e divertente la storia gli autori hanno invertito i soliti e “vecchi schemi” narrativi affidando il ruolo femminino all’acquatico Wade Ripple che, trasparente come una sorgente di alta montagna, non nasconde alcuno dei suoi sentimenti; mentre quello mascolino a Ember, una ragazza di fuoco che è convinta di dover essere sempre tutta d’un pezzo e per questo è spesso preda di un’ira incontrollabile.

Con toni leggeri e divertenti, così, entriamo in quella che spesso è la fucina di dolori e sofferenze, molto spesso evitabili, a cui tutti noi nel bene e nel male dobbiamo sopravvivere, soprattutto durante l’adolescenza: la famiglia.

Sfizioso.

“Lightyear – La vera storia di Buzz” di Angus MacLane

(USA, 2022)

“Nel 1995 a un bambino di nome Andy venne regalato un giocattolo ispirato a un famoso Space Ranger, protagonista di un noto film. E questo è il film…”

Così si apre il quinto lungometraggio cinematografico animato della saga di “Toy Story”, anche se più che di un prequel si tratta di un vero e proprio spin off, visto che è presente solo il mitico Buzz Lightyear.

Ci catapultiamo così nella prima rilevante missione stellare di quello che diverrà lo Space Ranger più famoso del grande schermo che, suo malgrado, sarà costretto ad affrontare la parte più oscura di se stesso…

Scritto dallo stesso Angus MacLane assieme a Matthew Aldrich e Jason Headley, che molto probabilmente erano ragazzi – o poco più – entusiasti e urlanti al cinema quando nel 1995 uscì il primo mitico “Toy Story”. Naturalmente anche io, che avevo “solo” 25 anni, uscii dal cinema entusiasta e urlante…

La grafica davvero incredibile ci ricorda ancora oggi come la Pixar sia stata la prima e rivoluzionaria casa di produzione a firmare un intero lungometraggio in computer grafica e, dopo quasi trent’anni, rimane sempre all’avanguardia.

Per gli amanti della precisione e dei riferimenti – come me… – questo film definisce e chiarisce bene alcune dinamiche nate nei precedenti film, come quella fra Buzz e Zurg per esempio. Ma se devo scegliere un personaggio dico il gatto robotico SOX, davvero irresistibile e che sembra un miscuglio fantascientifico fra il cane Straccy de “Il dormiglione” di Woody Allen e il mitico Signor Spock di Star Trek.

A distanza di quasi trent’anni dal suo esordio sul grande schermo Buzz Lightyear è sempre tosto e gaiardo.

“Luca” di Enrico Casarosa

(USA, 2021)

La Pixar sbarca il Italia con il lungometraggio animato “Luca” diretto da Enrico Casarosa – candidato al premio Oscar 2012 col suo delizioso corto d’animazione “La luna” – che si svolge a Porto Rosso nelle splendide Cinque Terre liguri.

Siamo nell’Italia alle soglie degli anni Sessanta e Luca è un ragazzino che si affaccia all’adolescenza, sentendosi oppresso dai genitori che tentano in ogni modo di censurare sul nascere ogni suo sogno.

Come quello di visitare la superficie… perché Luca è un giovane “mostro” marino che vive nelle profondità del mare. E come i suoi simili è terrorizzato e cacciato dai brutali e feroci essere umani che vivono sulla terra ferma.

Ma grazie all’incontro casuale con Alberto, un altro “mostro” marino adolescente come lui, Luca scoprirà i pregi e soprattutto i difetti dei famigerati umani…

Divertente pellicola, scritta dallo stesso Casarosa assieme a Jesse Andrews, Mike Jones e Simon Stephenson, che ci parla di tolleranza, amore e amicizia come quei geni della Pixar sanno fare.

Unico neo, soprattutto per noi italiani, è lo stereotipo che all’estero – e soprattutto negli Stati Uniti – hanno del nostro Paese e della nostra cultura. Infatti – secondo il film – tutti gli italiani ascoltano ventiquattro ore su ventiquattro la musica lirica (anche gli uomini che lavorano sui pescherecci), non fanno altro che mangiare pasta, e i muri di Porto Rosso sono tappezzati dalle locandine dei film di Federico Fellini. Insomma tutti i cliché che piacciono tanto all’estero tipo: “Pizza, pasta e mandolino”.

Eppure Enrico Casarosa è nato a Genova nel 1970 …sob.

Almeno Giulia, la piccola umana con cui Luca stringe una profonda e sincera amicizia, si chiama di cognome Marcovaldo di immortale calviniana memoria.

“Soul” di Pete Docter e Kemp Powers

(USA, 2020)

“Un giovane pesce si rivolge ad un pesce anziano chiedendogli: io cerco l’oceano, puoi aiutarmi? Allora il pesce anziano risponde: l’oceano è quello dove siamo adesso. E il giovane pesce ribatte perplesso: ma questa è solo acqua…”

Su questa breve ma intesa storiella si basa il film prodotto dalla geniale Pixar e diretto dal premio Oscar Pete Docter – autore di capolavori come “Monster & Co”, “Up” o “Inside Out” – assieme a Kemp Powers.

Siamo a New York e Joe Garner (nella nostra versione doppiato superbamente da Neri Marcorè) è un jazzista che ancora non ha avuto la sua grande occasione. Paga affitto e bollette insegnando musica in una scuola media, ma anche grazie agli aiuti economici di sua madre che possiede una piccola sartoria.

Un suo ex allievo riesce incredibilmente a fargli ottenere un provino per il quartetto di Dorothea Williams, una delle più grandi sassofoniste jazz in circolazione. Poco dopo aver ottenuto il posto come pianista Joe, tornando a casa per preparasi al concerto serale, cade in un tombino.

La sua anima si risveglia sulla rampa che porta nel definitivo al di là. Ma per Joe il jazz vale più di ogni altra cosa e così è disposto a rompere le regole per di tornare a tutti i costi nel suo corpo sulla Terra per poter suonare insieme a Dorothea. Per questo incapperà in 22, un anima del pre-mondo che da secoli fa di tutto pur di non andare sulla Terra…

Deliziosa riflessione sul senso della vita e su come ognuno di noi dovrebbe vivere il tempo che gli viene concesso su questo mondo. Con accenni e metafore che ricordano molto “Inside Out”, la Pixar ci fa fare un nuovo e indimenticabile viaggio dentro noi stessi.

Scritto dagli stessi Docter e Powers assieme a Mike Jones, e con la collaborazione ai dialoghi di Tina Fey – che nella versione originale doppia 22 che nella nostra ha invece la voce della sempre brava Paola Cortellesi – questo lungometraggio animato della Pixar merita di essere visto.

“Piramide di paura” di Barry Levinson

(USA, 1985)

Alle soglie del primo centenario della nascita editoriale del più grande ed eccentrico detective di tutti i tempi Sherlock Holmes, avvenuta con la pubblicazione del leggendario “Uno studio in rosso” firmato da Sir Arthur Conan Doyle nel 1887, Steven Spielberg produce una pellicola dedicata all’inedito incontro giovanile fra il detective e il suo futuro amico John Watson, non ancora medico.

Anche se per Doyle i due si conoscono solo nel suo primo romanzo in cui sono adulti, Chris Columbus, autore dello script, se li immagina adolescenti e compagni di scuola. E, fra i banchi e le antiche aule di uno dei più prestigiosi college della Londra vittoriana, il giovane Holmes (Nicholas Rowe) dovrà affrontare pericoli mortali ed eventi che segneranno la sua successiva esistenza…

Ispirato all’intera opera di Doyle, ma soprattutto a “Il segno dei quattro” (pubblicato nel 1890) “Piramide di paura” diretto da Barry Levinson è davvero un film divertente e appassionante, soprattutto per i ragazzi o i patiti sfegatati di Sherlock Holmes come me.

Va visto (o rivisto) anche per altri due motivi: è uno dei primi lungometraggi non animati in cui appare un personaggio realizzato interamente in computer grafica, come si chiamava allora. Si tratta del cavaliere che si “stacca” dalla vetrata di una chiesa per inseguire il sacerdote in una delle scene iniziali della pellicola. A realizzarlo è nientepopodimeno che John Lasseter assieme a quel manipolo di geni smanettoni coi quali fonderà poi la magica Pixar.

Il secondo motivo è perché questo giovane Sherlock Holmes assomiglia incredibilmente tanto a Harry Potter…

Sebbene la Rowling pubblicherà il primo romanzo sul giovane mago più famoso del pianeta solo nel 1997 e la sua riduzione cinematografica arriverà nel 2001, le atmosfere e gli ambienti del college in cui studiano Holmes e Watson ricordano incredibilmente quelle di Hogwarts. E poi lo stesso John Watson (impersonato dal giovane Alan Cox) con la frangetta nera sulla fronte, gli occhiali tondi e gli occhi azzurri (il cui viso si intravede col berretto anche nella locandina del film) sembra proprio il figlio di James e Lily Potter. Ma come è possibile?

Forse potrebbe essere d’aiuto ricordarsi che l’autore della sceneggiatura di “Piramide di paura” è Chris Columbus, autore di script di film come “Gremlins” o “I Goonies“, lo stesso che poi dirigerà i film “Harry Potter e la pietra filosofale” e “Harry Potter e la camera dei segreti”.

Insieme a “Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder, “La soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer, “Senza indizio” di Thom Eberhardt, alla serie “Sherlock” di Mark Gatiss, Steven Moffat e Steve Thompson e a “Enola Holmes” di Harry Bradbeer, “Piramide di paura” è una delle migliori opere liberamente ispirate al personaggio immortale creato dal genio di Conan Doyle.

Nei panni del cattivo di turno c’è un bravissimo Anthony Higgins.

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“Onward – Oltre la magia” di Dan Scanlon

(USA, 2020)

Sono, dal lontano 1995, un fan sfegatato della magica Pixar che ha saputo rivoluzionare il mondo del cinema d’animazione – e non solo – grazie alla computer grafica, ma soprattutto grazie a storie e a sceneggiature innovative, e molto spesso coraggiose.

Come è capitato nel 2009 per lo splendido “Up” di Pete Docter, fantastica metafora di come si sceglie di affrontare la vecchiaia, che però fece storcere il naso ai produttori di giocattoli e gadget che si rifiutarono – sbagliando e rimettendoci gran bei soldoni… – di farne per il film, vista la trama che consideravano “troppo triste”. Ma la vita, fin troppe volte, è davvero triste.

E così questa volta la casa di produzione fondata da John Lasseter, ci porta in un mondo fantastico abitato da creature magiche come unicorni, centauri ed elfi. Solo che la magia, in questo mondo, è stata lentamente accantonata a favore delle classiche comodità della vita moderna. Comodità che assomigliano molto alle nostre.

Entriamo così in casa Lightfoot dove vivono i due fratelli adolescenti Ian e Barley, assieme alla loro madre Laurel. Il loro padre Walden è morto quando Ian, il fratello minore, era ancora un lattante e così, a differenza di Barley, lui non ne ha un vero e proprio ricordo.

Forse per il suo passato, il carattere di Ian è molto chiuso e introverso, mentre quello del fratello è più espansivo, ma tutto concentrato su un gioco di ruolo che ripercorre l’era di quando il loro mondo era dominato dalla grande magia.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno Ian riceve un regalo molto speciale. Sua madre, infatti, gli porge uno strano plico stretto e lungo, confezionato da Walden poco prima di morire con la richiesta di donarlo ai propri figli solo quando Ian avrebbe compiuto i sedici anni. Si tratta di un bastone magico con una pietra fatata da incastonarci dentro. Seguendo le istruzioni dell’incantesimo scritte dallo stesso Walden è possibile farlo tornare in vita per un solo giorno.

Se il bastone magico in mano a Barley non sortisce effetto, fra le dita di Ian invece inizia a brillare e lentamente la pietra magica si consuma facendo apparire prima i piedi e poi le gambe di Walden. Ma Ian, che non ha mai creduto alla magia e soprattutto in se stesso, non riesce a portare a termine l’incantesimo e la pietra si consuma lasciando il padre dalla vita in giù. C’è solo una cosa da fare: trovare un’altra pietra magica e così Ian e Barley partono alla sua ricerca, ma…

Malinconica e al tempo stesso deliziosa metafora di come un adolescente è costretto ad affrontare il lutto legato alla perdita del padre, del quale ha pochi o nessun ricordo. La storia è legata all’esperienza personale del regista Dan Scanlon – che ha scritto la sceneggiatura insieme a Keith Bunin e Jason Headly – costretto, suo malgrado e senza la magia, ad affrontare l’adolescenza senza il padre, come tantissimi altri, a cui questo film è indubbiamente dedicato.

Un storia triste, ma vera, con un epilogo malinconico ma che inneggia però alla vita e alla voglia di affrontarla.

“Kitbull” di Rosana Sullivan

(USA, 2019)

La Pixar ci regala un nuovo piccolo gioiellino digitale.

Nella periferia di San Francisco, nel quartiere chiamato Mission Dristrict, fra i rifiuti e i rottami abbandonati in un cortile vive un gattino randagio.

Le cose sembrano prendere una brutta piega quando nel cortile viene portato da un umano un enorme pitubull bianco. Il felino è terrorizzato dal nuovo arrivato ma, casualmente, i due cominciano a giocare insieme grazie a un tappo di bottiglia.

Una sera, dopo alcune ore, l’umano apre la porta del cortile per buttare fuori il pitbull dolorante e totalmente coperto da ferite e morsi.

Per la paura il felino tenta di nascondersi ma rimane incastrato in un pezzo di plastica. Il cane allora si avvicina e lo libera, ma il felino gli soffia impaurito.

Al cane non rimane altro che tornare nella sua cuccia zoppicando. Il gattino si pente di essere stato così aggressivo e va dal cane per consolarlo…

Scritto e diretto dall’americana Rosana Sullivan, “Kitbull” con i suoi nove minuti di delizioso e commovente cinema d’animazione, è un corto da vedere che ci ricorda giustamente chi sono le vere “bestie” sul nostro pianeta…