“La ricompensa del gatto” di Hiroyuki Morita

(Giappone, 2002)

La Lucky Red di Andrea Occhipinti – fra i più oculati e attenti distributori italiani – cura, per il nostro benessere intellettuale ed emotivo, una splendida nuova – e purtroppo molto breve – uscita nelle nostre sale dei capolavori prodotti dallo Studio Ghibli nel corso degli ultimi trent’anni.

Ieri e oggi tocca a “La ricompensa del gatto” di Hiroyuki Morita, vero e proprio spin-off dell’altrettanto splendido “I sospiri del mio cuore” diretto da Yoshifumi Kondō e scritto da Hayao Miyazaki e ispirato al manga per ragazze “Sospiri del cuore” di Aoi Hiiragi.

Ed è lo stesso Miyazaki ad avere l’idea per un cortometraggio che poi si svilupperà in un lungometraggio di cui curerà il progetto ed affiderà la regia a Hiroyuki Morita.

Haru è un’adolescente goffa e solitaria che spesso si caccia in situazioni scomode e imbarazzanti. Un pomeriggio, mentre torna a casa dalla scuola, salva eroicamente un gatto che sta per essere investito da un camion.

La notte stessa, davanti alla sua porta, si ferma un imponente corteo di gatti che camminano sulle zampe posteriori. E’ il corteo reale condotto dal re dei gatti in persona venuto a ringraziarla per aver salvato la vita al suo unico figlio.

Come ricompensa Haru dovrà sposare lo stesso principe ereditario e vivere per sempre nel paese dei felini. Confusa e preoccupata Haru cerca qualcuno che le creda e, soprattutto, l’aiuti. L’unico che sembra poterlo fare è il gatto Baron…

Bellissimo, da far vedere a scuola, e immancabile per chi ama il maestro giapponese e gli animali.

“Le vacanze di monsieur Hulot” di Jacques Tati

(Francia, 1953)

Ci sono film che non si guardano soltanto. Si assorbono. E “Le vacanze di Monsieur Hulot” è uno di quei rari casi in cui il cinema smette di essere schermo e diventa memoria, odore di salsedine, rumore di onde su una spiaggia atlantica, risate di bambini in un pomeriggio d’estate che non finisce mai.

Sono profondamente legato a questo film perché mi ricorda la mia infanzia, quando le televisioni trasmettevano ancora certi capolavori in bianco e nero senza che nessuno li annunciasse come tali. Capitava di imbattersi in Charlie Chaplin quasi per caso, di ritrovarsi a ridere con Stanlio e Ollio senza sapere bene perché quella risata facesse così bene. E in mezzo a quei pomeriggi si materializzava spesso anche lui: Jacques Tati, con la sua pipa, il suo impermeabile, la sua camminata impossibile. Quell’uomo strano e gentile che si chiamava Monsieur Hulot.

Tati era mimo, attore e regista. Una combinazione rara che il cinema ha saputo esprimere solo in poche altre occasioni. Come Chaplin, come Buster Keaton, costruiva il proprio universo comico attraverso il corpo, attraverso il gesto, attraverso il silenzio. Non c’erano battute da ricordare, non c’era un plot da seguire con attenzione. C’era lui, Hulot, che si muoveva nel mondo con una sua logica interna assolutamente coerente e assolutamente incompatibile con la logica degli altri.

In una piccola località balneare sull’Atlantico francese si consumano le ferie estive di questo uomo goffo e solitario, curioso e ingenuo, che non ha nessuna intenzione di combinare guai ma ci riesce con una precisione quasi scientifica. Il suo modo stravagante — ma sincero, sempre sincero — di approcciarsi alla vita genera scompiglio ovunque vada. La sua vecchia auto sferraglia e fa rumore in modo indecente nel silenzio della notte, il suo palleggio a tennis è una catastrofe di allegria, la sua canoa si comporta come se avesse un carattere tutto suo. Eppure Hulot non se ne accorge, o meglio: non se ne cura. Va avanti per la sua strada con quella flemma gentile che è la sua firma, lasciando dietro di sé un scia di situazioni grottesche e un sorriso involontario sul viso di chi lo guarda.

Purtroppo oggi Tati è praticamente dimenticato. Pochissimi, tra le nuove generazioni di spettatori, lo conoscono. E questo è un peccato che il cinema dovrebbe riparare con urgenza, perché guardando questa pellicola si capisce quanto all’artista francese debbano i comici delle generazioni successive. La linea è diretta e luminosa: da Hulot si arriva a Rowan Atkinson e al suo Mr Bean, quel personaggio muto e incompreso che sembra uscito dallo stesso DNA del personaggio di Tati. Si arriva a Paolo Villaggio e al suo Fantozzi, all’impiegato eterno perdente schiacciato da un universo ostile e incomprensibile.

Si potrebbe tracciare una mappa del comico moderno e scoprire che molte strade portano a Tati. Con una differenza fondamentale: Hulot possiede una poesia e una delicatezza ancora più rare. Non si ride di lui con crudeltà, non c’è nel film nessuna cattiveria. Si sorride — e a volte ci si commuove — di fronte a questo uomo fuori posto nel mondo, che sembra venuto da un’altra epoca o forse da nessun posto preciso. Non è un caso, quindi, che quando Maurizio Nichetti arrivò a Parigi per presentare il suo “Ratataplan“, lo stesso Tati lo invitò a casa sua a prendere un tè.

La fotografia in bianco e nero cattura un mondo che forse già allora, nel 1953, non c’era più. Quella Francia balneare fatta di pensioni modeste, di ombrelloni ordinati, di villeggianti con le loro abitudini immutabili e le loro piccole manie: è un ritratto di un’umanità che il cinema ha saputo fermare in modo straordinario. Non c’è nostalgia falsa, non c’è idealizzazione. C’è semplicemente la vita, con le sue piccole comiche tragedie, i suoi malintesi, i suoi momenti di inaspettata grazia.

E poi c’è la colonna sonora. Indimenticabile. Quella melodia fischiettata, leggera come il vento sulla spiaggia, rimane nella testa per ore dopo aver visto il film. Come certi profumi, come certe luci del pomeriggio, appartiene a quella categoria di esperienze sensoriali che non si dimenticano.

“Le vacanze di Monsieur Hulot” è un film da vedere soprattutto una sera in cui si è particolarmente tristi o malinconici. Quando il mondo sembra troppo rumoroso, troppo urgente, troppo pieno di persone che si prendono terribilmente sul serio. Hulot arriva con la sua macchina sgangherata, con il suo impermeabile sempre troppo corto, con quella sua andatura a trampoli, e ricorda che c’è un altro modo di stare al mondo. Più lento, più curioso, più disposto a stupirsi. Un modo che a volte crea confusione ma non fa del male a nessuno.

Per la chicca: nel 2013, il lussemburghese Laurent Witz e il francese Alexandre Espigares realizzano il cortometraggio animato “Mr Hublot“, che tra i numerosi premi vince anche l’Oscar. Il protagonista, quel buffo e ossessivo signore pieno di tic e manie, è ispirato proprio al Monsieur Hulot di questa pellicola. Un riconoscimento postumo, indiretto, ma prezioso: la prova che certe invenzioni cinematografiche sopravvivono al tempo e continuano a generare bellezza molto dopo che le luci della sala si sono spente.

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“L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel

(USA, 1956)

Il 5 febbraio del 1956 usciva nelle sale americane “L’invasione degli ultracorpi” diretto dal grande Don Siegel. Girato a basso costo, il film di Siegel è oggi uno dei più grandi cult della storia del cinema – e non solo quello di fantascienza – che vanta numerosi remake.

Tratto dall’omonimo romanzo di Jack Finney – mentre la sceneggiatura è firmata da Daniel Mainwaring e, i non accreditati, Sam Peckinpah e Walter Wagner – “L’invasione degli ultracorpi” ci racconta l’incubo che vive il Dottor Miles J. Bennell (Kevin McCarthy, che rimarrà indelebilmente legato a questo ruolo, e a quello del professor Walter Jameson nell’episodio “Lunga vita a Walter Jameson”, 24esimo della prima serie storica del grandioso “Ai confini della realtà” andata in onda a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta) quando si accorge che Santa Maria, la piccola cittadina in cui vive, è invasa da una forma perfida e subdola di extraterrestri capaci di sostituirsi agli esseri umani quando questi dormono, prendendone poi le perfette sembianze.

A causa del limitatissimo budget, il film non contiene quasi effetti speciali, se non quelli per far ingrandire o spostare i famigerati baccelloni. Cosa che ancora oggi ci sottolinea la grande arte di Siegel che riesce comunque a spaventarci attraverso colpi di scena e atmosfere cupe e claustrofobiche.

Ma chi sono gli extraterrestri che nel sonno prendono il posto dei nostri cari, agendo poi con una freddezza glaciale e senza sentimenti? Per rispondere non possiamo dimenticare gli anni in cui il film arrivò in sala, anni di piena Guerra Fredda in cui “il terrore rosso” echeggiava negli Stati Uniti come una minaccia inesorabile.

Anche se Siegel ha sempre negato questo esplicito riferimento, la paura del Comunismo invadeva negli anni Cinquanta ogni campo della cultura e della vita quotidiana degli USA, e la freddezza degli alieni che non hanno sentimenti e li porta ad agire come automi, smentisce il regista.

Per la chicca: nel primo remake ufficiale della pellicola – “Totò nella Luna” diretto da Steno nel 1958 con i suoi “cosoni” è solo una (riuscita) parodia – che Philip Kaufman dirige nel 1978 e che si intitola “Terrore dallo spazio profondo”, il grande Don Siegel appare in un piccolo cameo come tassista “collaborazionista” degli alieni.

Da vedere.

“Pioggia di ricordi” di Isao Takahata

(Giappone, 1991)

Questo splendido film del maestro Isao Takahata (autore fra gli altri del sublime “La storia della principessa splendente”) risale addirittura a venticinque anni fa, ma potrebbe essere uscito tranquillamente nelle sale solo la scorsa settimana.

1982, Taeko è una ragazza di 27 anni che lavora alacremente come impiegata in una grande azienda di Tokyo. Single, decide di trascorrere le due settimane di vacanze che le spettano in campagna, ospite della famiglia del fratello di suo cognato – il marito di una delle sue sorelle maggiori – dedita alla coltivazione del cartamo, fiore basico per la creazioni di cosmetici tradizionali.

Alla stazione viene a prenderla Toshio, un cugino del cognato, che aveva visto prima solo un paio di volte. Il duro lavoro nei campi e l’ambiente sereno della campagna portano Taeko a riflettere sulla sua vita frenetica nella città in cui è spesso schiacciata dal lavoro impiegatizio, ma soprattutto a ricordare momenti salienti, spesso felici e a volte tristi, della sua infanzia, confrontandosi anche con Toshio.

Alla fine della vacanza Taeko sarà costretta a fare i conti con la parte dei sogni che aveva da bambina e che non ha potuto o voluto realizzare. Alla stazione – in una bellissima ed emozionante scena finale – Taeko farà la sua scelta…

Per la sua trama insolita per i tempi, “Pioggia d ricordi”, prodotto dallo studio Ghibli, è considerato – giustamente – la pellicola spartiacque degli anime, aprendo un filone intimista e dedicato interamente alla donne che prima era impensabile per un film d’animazione.

Per palati fini e romantici.

“Mirage” di Edward Dmytryk

(USA, 1965)

Tratto dal romanzo di Howard Fast – già autore di “Spartacus”, pubblicato nel 1951, che ispirò Kirk Douglas e Stanley Kubrick per l’omonimo film, e fra le vittime più illustri del Maccartismo –  “Mirage”, oltre ad essere un classico e claustrofobico noir con tutti i crismi, tocca argomenti che diverranno molto comuni negli anni successivi come la pace nel mondo, il lato oscuro delle grandi società benefiche (che oggi chiamiamo “onlus”) e, soprattutto, quello dei “grandi benefattori”.

Una sera, un improvviso blackout, lascia al buio uno dei più imponenti grattacieli di Manhattan, dentro il quale lavora David Stillwell (un sempre gaiardo Gregory Peck).

Dopo i primi istanti di disorientamento Stillwell scende la numerose rampe di scale per tornare a casa, ma lentamente tutto comincia a diventare confuso. Gli ultimi due anni della sua esistenza, infatti, sembrano essere caduti nel buio più profondo.

Stillwell prova prima a rivolgersi a un noto psichiatra e poi al detective privato Ted Caselle (un Walter Matthau in insoliti – ma non unici – abiti polizieschi) che lo scambiano per un mitomane. Ma quando lo stesso Caselle si rende conto che un uomo pedina ostinatamente Stillwell cambia idea…

Godibilissimo noir d’antologia che non ci lascia tregua fino all’ultimo fotogramma “Mirage”, diretto dal grande artigiano della macchina da presa Edward Dmytryk, non lesina colpi di scena e di pistola.

Per chi ama il thriller e il noir.

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“Il minestrone” di Sergio Citti

(Italia, 1981)

Questo film, prodotto dalla RAI e scritto dalla coppia Sergio Citti e Vincenzo Cerami, è stato presentato al Festival di Berlino nel 1981, ma è stato trasmesso dalla nostra rete nazionale solo nel 1985, diviso in tre puntate.

Negli edonistici anni Ottanta la storia dei “morti de fame” Giovannino (Ninetto Davoli) e Francesco (Franco Citti), che si accodano al Maestro (Roberto Benigni) genio del mangiare a quattro ganasce nelle trattorie per poi scappare (fare il “vento”) prima di pagare il conto, sembrava vecchia e obsoleta.

Ma oggi, purtroppo, è pesantemente tornata attuale.

Con un cast di primo livello, tra cui spicca Giorgio Gaber (che nella scena finale è d’applauso) e con quegli elemeti surreali tipici della cinematografia di Citti, “Il minestrone” rimane una delle migliori commedie all’italiana degli anni Ottanta.

Per la chicca: Giampiero Galeazzi interpreta se stesso, telecronista straordinariamente coinvolgente, nel sogno in cui Giovannino immagina di partecipare alle Olimpiadi nella categoria “mangiatori di spaghetti” …e non aggiungo altro.

John Cazale

Classe 1935, John Cazale è stato uno degli attori americani più rappresentativi degli anni Settanta, nonostante la sua prematura scomparsa e i pochi – ma boni! – film interpretati.

Cazale, infatti, ha partecipato solo a cinque pellicole ma tutte candidate all’Oscar come miglior film quali: “Il Padrino”, “La conversazione”  e “Il Padrino – Parte II” diretti da Francis Ford Coppola, ”Quel pomeriggio di un giorno da cani” di Sidney Lumet e “Il Cacciatore” di Michael Cimino.

Il ruolo che lo ha fissato nell’immaginario collettivo è certamente quello di Fredo Corleone, il fratello debole e vigliacco di Michael.

E sulla stessa linea caratteriale sono stati anche gli altri personaggi da lui interpretati come quello di Sal ne “Quel pomeriggio di un giorno da cani” o di Stan ne “Il Cacciatore”.

Amico d’adolescenza di Al Pacino, una volta giunto a New York insieme a Israel Horovitz, John Cazale comincia a calcare i palcoscenici di Broadway.

Agli inizi degli anni Settanta conosce una giovane e promettente attrice di quattordici anni più giovane di lui, alla quale rimarrà legato fino alla morte, ma con la quale reciterà solo nel suo ultimo film “Il cacciatore”. Lei è Meryl Streep.

Infatti la breve, ma intensa, carriera di Cazale si chiude col capolavoro di Michael Cimino nel quale recita già mortalmente minato da un cancro ai polmoni.

Proprio per il suo stato, la produzione non lo voleva nel cast, ma l’insistenza dell’amico Robert De Niro, assieme a quella del regista e del resto del cast ebbero la meglio. E così vennero riprogrammate le riprese per consentire a Cazale di recitare prima dell’avvento definitivo del male che lo ucciderà il 12 marzo del 1978, senza permettergli di vedere il film terminato che arriverà nelle sale americane solo l’8 dicembre successivo.

Alla Festa del Cinema di Roma del 2009 è stato presentato il cortometraggio su Cazale diretto da Richard Shepard e intitolato “I Knew It Was You: Rediscovering John Cazale”, con interviste ad alcuni dei suoi amici e colleghi, che se vi capita fra le mani vi consiglio di vedere.

“A piedi nudi nel parco” di Gene Saks

(USA, 1967)

Questo film di Gene Saks sta per compiere mezzo secolo ma, grazie alla sua scrittura e alla bravura dei suoi protagonisti, è sempre fresco e brillante.

E’ vero che l’omonima commedia – scritta da Neil Simon nel 1963 e diretta in teatro da Mike Nichols – è uno dei capolavori comici del XX secolo, ma la classe non è acqua e basta un niente per rovinare un adattamento.

Ma Saks coglie a pieno lo spirito innovativo del testo di Simon e, soprattutto, la sua freschezza. Non a caso per il ruolo di Paul sceglie lo stesso giovane attore che da quattro anni lo interpreta in teatro: Robert Redford, mentre per quello di Corie la giovane ma già conosciuta Jane Fonda, che con Redford aveva lavorato ne “La Caccia” di Arthur Penn.

Il resto è storia del cinema: con alcune battute davvero memorabili, le gambe infinte di Jane Fonda, lo sguardo irresistibile di Robert Redford e soprattutto una grande anticipazione.

Proprio alla vigilia di quell’infausto 1968 – al quale ancora qualche triste nostalgico si aggrappa disperato – Neil Simon ci dice quale potrà essere una delle vere rivoluzioni sociali: la pacata e morigerata normalità nel rapporto di coppia.

Lui si che è un genio rivoluzionario!

“9” di Shane Acker

(USA, 2009)

Anche se non sono pochi i film d’animazione che raccontano di un mondo post-apocalittico e distopico – “Nausicaa della Valle del Vento” del maestro Hayao Miyazaki su tutti – così come quelli che parlano di un futuro dove le “macchine” hanno preso il sopravvento sugli esseri umani, questo bel lungometraggio d’animazione scritto da Shane Acker insieme a Ben Gluck e Pamela Pettler – e diretto dallo stesso Acker – merita davvero di essere visto, sia per le sue splendide immagini gotiche, sia per le sue atmosfere cupe e affascinanti che ti entrano dentro come un incubo che non riesci a dimenticare al risveglio.

Ottanta minuti di bel cinema, adatto a tutti – anche se i più piccoli potrebbero trovarlo forse un po’ inquietante – che ci porta in un mondo devastato dove non esistono più esseri umani, solo piccole creature di iuta e metallo che cercano disperatamente di capire cosa è successo e perché loro vivono.

Il protagonista è il numero 9, una creatura risvegliata in un laboratorio abbandonato senza memoria e senza voce, che scopre presto di non essere solo. Ci sono altri come lui, otto per la precisione, ognuno con una personalità distinta, ognuno con un ruolo nella loro piccola società di sopravvissuti. E qui sta la prima grande intuizione di Acker: questi personaggi non sono solo pupazzi animati, sono incarnazioni di aspetti diversi dell’animo umano. C’è il leader autoritario, lo scienziato curioso, il guerriero coraggioso, il folle visionario. Sono frammenti di umanità in un mondo dove l’umanità non c’è più.

La trama si sviluppa come un puzzle che si ricompone pezzo dopo pezzo, rivelando la verità su cosa ha causato l’apocalisse e perché queste creature sono state create. Acker non ti dà tutto subito, ti fa lavorare, ti costringe a guardare con attenzione i dettagli, le scritte sui muri, gli oggetti sparsi in questo mondo morto. E quando capisci cosa è successo davvero, quando scopri il ruolo che ha avuto l’intelligenza artificiale e soprattutto l’arroganza umana nel causare la fine di tutto, senti un brivido che va oltre la semplice paura. Perché quello che racconta “9” non è poi così lontano dal nostro presente, dalle nostre ansie tecnologiche, dalla nostra paura che le macchine possano davvero prendere il controllo.

Prodotto da Tim Burton – e si vede eccome, in quella estetica dark che mescola il gotico con lo steampunk, in quei paesaggi desolati che sembrano usciti da un quadro espressionista – e da Timur Bekmambetov, il regista russo dell’adattamento cinematografico de “I guardiani della notte”, “9” non è solo per gli appassionati del genere, ma per tutti quelli che amano la fantascienza, quella fantascienza che raccontando del nostro ipotetico futuro parla in realtà anche del nostro presente.

Le animazioni sono straordinarie, con un livello di dettaglio che lascia a bocca aperta. Vedi i punti di cucitura sulla iuta, vedi la ruggine sul metallo, vedi la polvere che si solleva quando camminano. È un mondo visivamente ricchissimo, dove ogni inquadratura potrebbe essere un quadro a sé stante. I colori sono prevalentemente seppia, grigi e marroni, ma quando compare un lampo di luce verde – il colore dell’energia vitale che anima queste creature – l’impatto visivo è potentissimo.

Ma non è solo una questione estetica. Acker usa il design visivo per raccontare la storia. Le rovine della civiltà umana sono ovunque: scheletri arrugginiti di automobili, edifici crollati, simboli di propaganda bellica sbiaditi sui muri. È un mondo che porta i segni di una guerra che gli umani hanno combattuto contro se stessi, o meglio, contro le proprie creazioni. E in questo senso “9” dialoga con tutta una tradizione di storie sulla ribellione delle macchine, da “Metropolis” fino a “Matrix”, passando per “Terminator”.

Le creature antagoniste sono macchine mostruose, ibridi di tecnologia e biomeccanica che sembrano uscite da un incubo. Cacciano i nostri protagonisti con una spietatezza che fa ancora più impressione perché è fredda, meccanica, priva di emozione. Sono la perfezione della logica portata all’estremo, l’efficienza senza compassione. E i nostri eroi di stoffa devono sopravvivere usando l’ingegno, il coraggio e soprattutto quella cosa che le macchine non hanno: la capacità di sacrificarsi per gli altri.

Perché alla fine “9” è anche questo: una storia sul sacrificio, sulla scelta di proteggere qualcosa di più grande di te stesso. Il personaggio del numero 9 parte come una tabula rasa e nel corso del film impara cosa significa essere vivi, cosa significa avere una comunità, cosa significa lottare per qualcosa in cui credi. E quando alla fine deve fare la scelta più difficile, quando deve decidere se salvare se stesso o gli altri, capiamo che questa piccola creatura di iuta ha dentro di sé più umanità di quante ne avessero gli esseri umani che l’hanno creata.

“9” è un film coraggioso perché non ha paura di essere cupo, di mostrare la morte e la distruzione, di parlare di temi pesanti come la responsabilità della scienza e il prezzo del progresso. E lo fa attraverso l’animazione, un mezzo che troppo spesso, soprattutto nel nostro Paese, viene considerato solo per le più piccole e i più piccoli, dimostrando invece che si possono raccontare storie mature e complesse anche con personaggi che sembrano pupazzi di pezza.

È un film che merita di essere recuperato, rivisto, rivalutato. Perché in questi ottanta minuti c’è più cinema, più immaginazione, più coraggio di quanto non ce ne sia in tanti blockbuster milionari. E perché ci ricorda che le storie migliori sono quelle che ci fanno pensare, che ci interrogano, che ci mostrano uno specchio in cui forse non vogliamo guardarci ma da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo.

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“Big Eyes” di Tim Burton

(USA, 2014)

Per legge, secondo me, ogni film del maestro gotico e visionario Tim Burton – che come pochi ha lasciato la sua indelebile impronta nell’immaginario collettivo degli ultimi anni – andrebbe visto al cinema.

Come questo suo particolare – per il cinema americano, non certo per la sua cinematografia – “Big Eyes” che racconta la storia vera della pittrice dilettante Margaret Keane (che nel film è interpretata da Amy Adams) e del suo tormentato rapporto col secondo marito Walter Keane (un grande Christoph Waltz).

Ammetto senza riserve che prima di vedere questo film ignoravo totalmente l’opera pittorica di Margaret Keane, e soprattutto di associare quegli occhioni a lei e a uno dei più clamorosi plagi artistici del XX secolo.

Burton ricostruisce magistralmente un mondo fatto di uomini, dove le donne devono rimanere sempre al loro posto, anche nell’ambito della pittura.

E parliamo della fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, non di un secolo fa!

Molto bello.