
(USA, 1983)
Woody Allen è sparito dentro il suo stesso film. E lo ha fatto con tale maestria che ci sono voluti più di quarant’anni perché il mondo se ne accorgesse davvero.
“Zelig” arriva nel 1983 come un oggetto non identificato nel panorama della commedia americana: né carne né pesce, né documentario né fiction, né semplice parodia né saggio filosofico. È tutte queste cose insieme, cucite con il filo invisibile di chi sa esattamente quello che sta facendo ma preferisce non dirtelo. Il pubblico dell’epoca non sapeva dove metterlo, e allora lo mise da parte. Fu un mezzo flop commerciale. Oggi è considerato uno dei capolavori assoluti del cinema mondiale. La storia, come al solito, ha avuto l’ultima parola.
Il film è costato ad Allen più di qualsiasi altro suo progetto, e non solo in termini economici, ma anche di ingegno tecnico e ossessione artigianale. Il materiale d’archivio degli anni Venti e Trenta è stato fuso con le sequenze girate appositamente in bianco e nero attraverso un lavoro di effetti speciali che ancora oggi lascia basiti per la sua precisione. Leonard Zelig compare accanto a Babe Ruth, scherza con Jack Dempsey e applaude in divisa nazista dietro ad Hitler, e ci credi. Non perché sei ingenuo, ma perché Allen ha costruito ogni inquadratura con la cura di un falsario che rispetta troppo l’originale per farne una banale copia.
Eppure al botteghino fu una delusione.
Non è difficile capire perché, col senno di poi. Il pubblico del 1983 aveva già imparato ad amare Woody Allen — lo aveva seguito dalla comicità fisica e surreale di “Prendi i soldi e scappa” fino alla malinconia sofisticata di “Manhattan” — ma si aspettava qualcosa di riconoscibile. Qualcosa che somigliasse alla sua firma. E invece Allen aveva deciso di scomparire dentro il formato, di fare del mezzo il messaggio, di trasformare la parodia del documentario in uno strumento filosofico. Non era quello che il pubblico cercava, anche se era quello di cui aveva bisogno.
Il confronto con “Prendi i soldi e scappa” è inevitabile, e rivela tutto. Anche lì c’era un finto documentario, anche lì un antieroe buffo e sconfitto al centro della scena. Ma Virgil Starkwell era un personaggio comico nel senso pieno e classico del termine: una macchina da gag, un corpo che inciampava nel mondo con risultati esilaranti. Le sue disavventure erano surreali, puro slapstick, liberatorie. Si rideva di lui con la leggerezza di chi sa che il confine tra la fiction e la realtà è ben segnato.
Leonard Zelig, invece, non ti permette quella distanza.
Zelig è un uomo che non esiste. O meglio: è un uomo che esiste solo nella misura in cui riesce da assomigliare a chi ha intorno. In presenza di medici diventa medico. Tra gli obesi ingrassa. Tra gli afroamericani scurisce la pelle. Tra i nazisti — e questa è forse la sequenza più disturbante e necessaria del film — si trasforma in uno di loro. Non è cattiveria. Non è debolezza. È qualcosa di molto più inquietante: è il bisogno disperato di essere accettato, il terrore di esistere senza un contesto che ti definisca, l’incapacità di reggere il peso di una propria identità.
Allen costruisce intorno a questo personaggio un’architettura narrativa che parla di conformismo, di massa, di identità liquida: concetti che negli anni Ottanta erano tutt’altro che risolti. Non a caso “Zelig” viene analizzato ancora oggi nei corsi universitari di psicologia sociale, di storia, di teoria del cinema. Non perché sia un film difficile — è anzi godibilissimo, pieno di humour sottile e di trovate visive memorabili — ma perché tocca qualcosa che non passa.
Mia Farrow nei panni della psichiatra Eudora Fletcher è la spalla perfetta: lucida, tenera, capace di contenere senza soffocare. Il suo è l’unico personaggio che veda davvero Zelig, non il fenomeno ma l’uomo, e questa è forse la cosa più romantica che Allen abbia mai messo in scena, nascosta com’è dentro una satira fredda e chirurgica.
“Zelig” è un film sull’invisibilità volontaria, sul prezzo della normalità, sulla violenza silenziosa dell’omologazione. Ma è soprattutto un film onesto, nel senso più raro del termine: Allen non guarda Zelig dall’alto, non lo giudica, non lo assolve. Lo riconosce. E in quel riconoscimento — in quella confessione travestita da commedia — sta il suo gesto più coraggioso.
Siamo tutti un po’ Leonard Zelig. Tutti abbiamo cambiato voce in una stanza sbagliata, sorriso a un’opinione che non condividevamo, modificato qualcosa di noi per non disturbare il paesaggio. La domanda che Allen lascia nell’aria, senza risponderle, è semplice e feroce: fino a dove?
Un capolavoro immutabile, come tutte le cose vere.
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