
(USA, 1984)
C’è un tipo di malinconia che fa ridere, e un tipo di comicità che fa venire un nodo alla gola: Woody Allen, quando è in stato di grazia, riesce a farli coincidere nello stesso fotogramma. Il 27 gennaio del 1984, quando Broadway Danny Rose arriva nelle sale americane, il regista newyorchese firma una delle sue fotografie più riuscite del mondo dello spettacolo di seconda fascia, quello fatto di camerini polverosi, agenti squattrinati e sogni che non decollano mai davvero.
Come piace tanto ad Allen, che di espedienti narrativi ne ha sempre avuti in abbondanza, il film non si limita a raccontare una storia: la fa ricostruire, tavolino dopo tavolino, da un gruppo di vecchi agenti e comici che si scambiano aneddoti in un locale newyorchese. Fra loro c’è, senza travestimenti di finzione, il vero Jack Rollins, storico produttore dello stesso Allen e, tanto per dare la misura del personaggio, anche del David Letterman Show. È un espediente che Allen userà e affinerà più volte nella sua filmografia, quello della memoria collettiva che si fa racconto corale, ma qui ha un sapore particolare: sembra davvero di essere seduti a quel tavolo, ad ascoltare vecchie glorie di un mestiere che non esiste quasi più.
Al centro di questi ricordi c’è Danny Rose, piccolo agente teatrale interpretato dallo stesso Woody Allen, uomo capace di rappresentare i clienti più improbabili del panorama newyorchese: ballerini in ciabatte, pinguini ammaestrati, cantanti dalla voce incerta. È un personaggio che vive di ottimismo cronico e di un’etica professionale quasi commovente nella sua ingenuità: l’ennesima variazione narrativa sull’uomo piccolo travolto da eventi più grandi di lui.
L’episodio più significativo che il gruppo rievoca riguarda il rapporto tra Danny e il cantante Lou Canova, interpretato da Nick Apollo Forte, personaggio che incarna alla perfezione l’archetipo del crooner italoamericano decaduto, sospeso fra vanità e insicurezza. A Danny tocca il compito, tanto delicato quanto rischioso, di “custodire” durante un evento pubblico l’amante di Lou, Tina Vitale, una prosperosa femme fatale interpretata da Mia Farrow in una delle sue prove più sorprendenti, lontanissima dalla fragilità che il pubblico associava alle sue interpretazioni precedenti con lo stesso Allen. Farrow costruisce un personaggio duro, diffidente, dal linguaggio tagliente, e il contrasto fisico e caratteriale con il piccolo agente nevrotico che le sta accanto genera gran parte della comicità e, insieme, della tenerezza del film.
Gordon Willis, direttore della fotografia che aveva già firmato capolavori come Manhattan e Io e Annie, sceglie qui un bianco e nero elegante e vagamente nostalgico, capace di restituire una New York che sembra già ricordo di se stessa nel momento stesso in cui viene filmata. È una scelta che rafforza il senso di favola metropolitana che pervade tutto il film, come se ogni scena fosse già raccontata al passato, filtrata dalla memoria affettuosa di chi quel mondo lo ha vissuto davvero.
Non è fra i titoli di Woody Allen che di solito vengono ricordati per primi, schiacciato nella memoria collettiva da opere più ambiziose e più celebrate uscite nello stesso decennio. Eppure Broadway Danny Rose è davvero una piccola perla: un film che parla di lealtà, di fallimento e di quella strana dignità che si nasconde in chi continua a credere nei propri sogni anche quando tutto intorno suggerisce di arrendersi.
Da recuperare, magari in una serata in cui si ha voglia di ridere e commuoversi nello stesso respiro, con la stessa naturalezza con cui Danny Rose continuava a credere nei suoi improbabili artisti. E poi si può apprezzare Woody Allen/Danny Rose che si esibisce come comico fra il pubblico di un grande albergo. Anche se la scena dura molto poco e Allen veste i panni di un comico destinato a fallire e poi a fare come ripiego l’agente, ci sono due o tre fulgidi lampi di quelle che furono le sue vere, giovanili ed esilaranti esibizioni.
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