“Ninotchka” di Ernst Lubitsch

(USA, 1939)

Nel 1939, mentre l’Europa si preparava a sprofondare nell’abisso della guerra, Ernst Lubitsch – il maestro berlinese dal “tocco” più sofisticato di Hollywood – realizza quello che probabilmente è il più perfetto incontro tra commedia brillante, romanticismo e satira politica nella storia del cinema. “Ninotchka” non è semplicemente una commedia: è un atto di resistenza intellettuale mascherato da intrattenimento leggero, un manifesto libertario avvolto nel cellophane della risata.

Quando una sirena era solo un essere magico che ammaliava gli uomini – e non la premessa di un nuovo bombardamento… – tre inetti burocrati sovietici vengono inviati a Parigi per vendere i gioielli di una granduchessa zarista in esilio, ma si lasciano corrompere dal lusso capitalista. Mosca decide allora di mandare la compagna Nina Ivanovna Yakushova – Ninotchka per i compagni più fedeli – una rigida funzionaria comunista immune alle seduzioni borghesi. O almeno così credono al Cremlino.

Greta Garbo, fino a quel momento icona drammatica del cinema muto e sonoro, incarnazione indiscussa dell’estetica art-déco hollywoodiana, compie qui una delle trasformazioni più straordinarie della storia del cinema. La MGM la pubblicizza con lo slogan “La Garbo ride!” e non è semplice marketing: è la registrazione di un miracolo cinematografico. La diva svedese, che aveva costruito la sua leggenda su personaggi tormentati e malinconici, finalmente riesce a mostrare tutto il suo talento per la commedia e lo fa con una naturalezza che lascia ancora oggi senza fiato. E pensare che i produttori le impedirono per anni i film leggeri per paura di incrinare il suo mito. Conciliando superbamente fascino, inquietudine e ironia la Garbo diventa così eternamente: la divina.

La sua Ninotchka è un capolavoro di costruzione psicologica. Lubitsch e Melchior Lengyel, autore del soggetto – con il contributo fondamentale di Billy Wilder, allora ancora in fase di apprendistato hollywoodiano, e di Walter Reisch – creano un personaggio che è insieme stereotipo e persona reale, simbolo ideologico e donna in carne e ossa. La trasformazione della rigida commissaria sovietica in donna innamorata non è una banale conversione, ma la graduale scoperta di una umanità repressa da anni di indottrinamento.

La genialità del film risiede nella sua capacità di essere contemporaneamente una commedia romantica perfetta e una satira politica affilatissima. Lubitsch non ha bisogno di gridare la sua critica al totalitarismo sovietico: la sussurra attraverso dettagli apparentemente insignificanti, battute en passant, situazioni che rivelano l’assurdità del sistema con la forza devastante del sottinteso.

La scena in cui Ninotchka osserva la vetrina di un negozio parigino di cappelli femminili è un piccolo capolavoro di regia. In pochi secondi, senza una parola, Lubitsch riesce a sintetizzare il conflitto tra ideologia e desiderio, tra dovere e piacere, tra collettivismo e individualità. Il volto di Garbo riflette questo conflitto con una intensità che nessun dialogo avrebbe potuto eguagliare.

Melvyn Douglas (che molti decenni dopo vincerà l’Oscar come miglior attore non protagonista nel delizioso “Oltre il giardino” di Hal Hasby), nei panni del conte Léon d’Algout, offre il contraltare perfetto alla severità iniziale di Ninotchka. Il suo personaggio potrebbe facilmente scadere nella caricatura del playboy cinico e superficiale, ma Douglas lo carica di una leggerezza malinconica che lo rende sorprendentemente profondo. Il suo Léon è un superstite di un mondo scomparso che cerca nella seduzione una forma di consolazione esistenziale.

Il corteggiamento tra i due protagonisti è un duello intellettuale prima ancora che sentimentale. Lubitsch costruisce il loro avvicinamento come una progressiva demolizione delle certezze ideologiche di Ninotchka, ma lo fa con una delicatezza che evita accuratamente ogni propaganda grossolana. Il regista comprende intuitivamente che il totalitarismo si sconfigge meglio attraverso la risata che attraverso la retorica. La celeberrima scena in cui alla fine Ninotchka esplode in una fragorosa risata è pura storia del cinema e al tempo stesso una immortale lezione sulla comicità.

La fotografia di William H. Daniels – abituale direttore della fotografia di Garbo – crea un’atmosfera di raffinata eleganza che fa da contrasto perfetto con l’austerità sovietica. La Parigi del film è luminosa, seducente, viva: tutto quello che Mosca non è. Ma Lubitsch è troppo intelligente per cadere in una semplice apologia del capitalismo: anche l’Occidente mostra le sue contraddizioni, i suoi eccessi, le sue taglienti ipocrisie.

Il cast di supporto merita particolare attenzione. Ina Claire, nei panni della granduchessa Swana, è magnifica nella sua rappresentazione di un’aristocrazia in esilio che si aggrappa disperatamente ai suoi privilegi. Sig Ruman e Felix Bressart e Alexander Granach nei ruoli dei tre burocrati sovietici corrotti dal lusso parigino, creano un trio comico di grande efficacia, anticipando dinamiche che ritroveremo successivamente in tante commedie.

Ernst Lubitsch – il cui tocco qui tocca uno dei suoi vertici – ci ha regalato con questa pellicola uno dei suoi capolavori assoluti, un’opera che rappresenta la perfetta sintesi tra la tradizione della commedia sofisticata europea e le esigenze dello spettacolo hollywoodiano. Un film che ogni generazione dovrebbe riscoprire per ricordarsi che il cinema, quando è nelle mani di un maestro assoluto, può essere insieme arte e intrattenimento, divertimento e riflessione, leggerezza e profondità.

Nella nostra versione devono essere ricordati: la grande Andreina Pagnani che dona in maniera sublime la voce a Garbo e Stefano Sibaldi che doppia Douglas.

“Ninotchka” è un capolavoro senza tempo che continua a brillare con la stessa luminosità con cui brillavano gli occhi della divina Greta Garbo quando finalmente mostrò al mondo come sapeva ridere e far ridere.

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“L’inquilino del terzo piano” di Roman Polanski

(Francia, 1976)

Roman Polanski chiude nel 1976 la sua cosiddetta “trilogia dell’appartamento” – iniziata con “Repulsione” (1965) e proseguita con “Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York” (1968) – regalandoci “L’inquilino del terzo piano”, un’opera tanto inquietante quanto autobiografica che conferma il regista polacco come uno dei più raffinati esploratori del disagio esistenziale contemporaneo.

Il film si presenta come un thriller psicologico di rara intensità, ma sotto la superficie pulsa qualcosa di molto più profondo e personale: la rappresentazione cinematografica della paranoia come condizione esistenziale. Polanski, che qui si cala anche nel ruolo di protagonista, interpreta Trelkovsky, un timido impiegato polacco che affitta un appartamento la cui precedente inquilina, Simone, si è suicidata gettandosi dalla finestra.

Quello che inizia come un banale trasloco si trasforma gradualmente in una discesa negli abissi della follia, e la sceneggiatura scritta dallo stesso Polanski insieme al suo fedele collaboratore Gérard Brach, costruisce un crescendo di tensione psicologica magistrale: Trelkovsky inizia a convincersi che gli altri inquilini dello stabile stiano orchestrando un complotto per spingerlo al suicidio, proprio come è accaduto all’inquilina precedente.

La genialità di Polanski risiede nella sua capacità di mantenere costantemente in bilico lo spettatore tra realtà e allucinazione. È davvero tutto frutto della mente malata del protagonista o esiste realmente una congiura ai suoi danni? Il regista non ci fornisce mai risposte definitive, preferendo immergerci nelle sabbie mobili di una percezione alterata dove ogni dettaglio può essere tanto un indizio quanto un inganno della mente.

Isabelle Adjani, nei panni della misteriosa Stella – amica della suicida – offre una interpretazione di sottile ambiguità, incarnando perfettamente l’incertezza che permea tutto il film. È lei la voce della ragione o un’altra tessera del puzzle paranoico che Trelkovsky sta costruendo? L’attrice francese riesce a mantenere il suo personaggio in quella zona grigia che è la cifra stilistica dell’intero film.

Il cast di veterani hollywoodiani – Melvyn Douglas, Shelley Winters e Jo Van Fleet – conferisce peso e credibilità agli inquilini dell’edificio, trasformandoli in presenze minacciose attraverso la semplice normalità dei loro comportamenti. È proprio questa ordinarietà apparente a renderli terrificanti agli occhi del protagonista e, di riflesso, dello spettatore. Non c’è bisogno di mostri o creature soprannaturali quando la paura nasce dall’osservazione quotidiana, dai gesti apparentemente innocui di chi ci vive accanto.

Polanski trasforma l’appartamento parigino in una trappola esistenziale dove ogni ambiente diventa opprimente, ogni finestra una minaccia, ogni rumore un presagio di sventura. La regia claustrofobica ci intrappola insieme al protagonista in questi spazi angusti, facendoci respirare la stessa aria viziata della paranoia. Particolarmente efficace è l’uso degli spazi comuni dell’edificio – le scale, il cortile, il gabinetto pubblico – che da luoghi di passaggio si trasformano in teatri di ossessione. La macchina da presa di Polanski li esplora con movimenti nervosi, come se condividesse l’ansia del protagonista, e questa scelta registica ci fa sentire letteralmente addosso il peso dell’oppressione che il povero Trelkovsky sta vivendo.

Ma “L’inquilino del terzo piano” è molto più di un semplice thriller psicologico: è una riflessione profonda sulla perdita dell’identità e sulla difficoltà dell’integrazione sociale. Trelkovsky, straniero in terra straniera, diventa simbolo di tutti coloro che si sentono osservati, giudicati, minacciati dal mondo che li circonda. Il tema dell’assimilazione forzata – il protagonista inizia a comportarsi sempre più come la defunta Simone… – assume connotazioni tragiche quando si considera la biografia dell’autore.

Polanski, ebreo polacco sopravvissuto all’Olocausto, dopo il suo folgorante esordio con “Il coltello nell’acqua” approda ad Hollywood. Lì sposa Sharon Tate che il 9 agosto del 1969, all’ottavo mese di gravidanza – mentre Polanski era a Londra per motivi di lavoro – viene massacrata nella sua villa in Cielo Drive, assieme ad alcuni amici per mano dei fanatici sanguinari della setta di Charlie Manson. Evento tragico che ha ispirato Quentin Tarantino per il suo “C’era una volta a… Hollywood”.

Il finale del film rappresenta uno dei momenti più disturbanti del cinema mondiale degli anni Settanta. Come sempre non anticipo nulla, ma Polanski porta alle estreme conseguenze la logica della paranoia, creando una sequenza finale che lascia lo spettatore smarrito e profondamente turbato. È un epilogo che non chiude, ma apre a nuove domande sulla natura della realtà e della percezione, e di riflesso quindi anche sull’essenza del cinema, lasciandoci con un senso di disagio che difficilmente si dissolve una volta passati i titolo di coda.

“L’inquilino del terzo piano” conferma Roman Polanski come maestro nell’arte di trasformare situazioni quotidiane in incubi. Il suo stile registico, fatto di dettagli inquietanti e atmosfere soffocanti, raggiunge qui una delle sue vette più alte. Ogni inquadratura sembra calibrata per generare disagio, ogni silenzio è più eloquente di molte parole, ogni sguardo nasconde una minaccia potenziale.

Il film si inserisce perfettamente nel filone del cinema dell’alienazione urbana degli anni Settanta, ma lo trascende grazie alla componente autobiografica che Polanski vi immette. Non è solo la storia di un uomo che impazzisce, ma il ritratto dolente di chiunque si sia mai sentito straniero in casa propria, di chi ha dovuto fare i conti con il senso di esclusione e di persecuzione.

Un’opera che, a distanza di quasi mezzo secolo, conserva intatta la sua carica perturbante e la sua capacità di scavare negli angoli più oscuri dell’animo umano. Un film che non si dimentica facilmente e che conferma Roman Polanski come uno dei più grandi esploratori cinematografici del disagio esistenziale contemporaneo. È cinema che fa male, nel senso più nobile del termine, cinema che ci costringe a guardare dentro noi stessi e a riconoscere le nostre paure più inconfessabili.

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“Oltre il giardino” di Hal Ashby

(USA, 1979)

La biografia di Peter Sellers racconta di come l’attore abbia dovuto penare per molti anni prima di poter portare sullo schermo il romanzo “Oltre il giardino” scritto nel 1970 da Jerzy Kosinski, visto che si sentiva nel profondo portato a dare vita al suo protagonista Chance, ma nessun produttore era disposto a realizzare un film così tagliente con lui, icona della commedia leggera e per famiglie.

Ma se abbiamo dovuto aspettare tanto, comunque ne è valsa la pena! Hal Ashby, uno dei migliori registi “off Hollywood” di quegli anni, oltre a Sellers, dirige un cast strepitoso fra cui spiccano la bellissima e bravissima Shirley MacLaine e il grande “vecchio” Melvyn Douglas, che vince l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Con tutto il rispetto per Douglas, grida ancora vendetta la mancata statuetta a Sellers – che era candidato come miglior attore protagonista – che in questo film sfodera la sua più grande interpretazione regalandoci un personaggio indimenticabile e simbolo dei suoi tempi più di tanti saggi o articoli.

L’attore inglese pagò l’essere sempre visto come un semplice comico/clown (nel pieno rispetto delle due arti) e per questo molti considerarono la sua strepitosa interpretazione come qualcosa di casuale.

Ovviamente non era così: Sellers era un animale da palcoscenico e da macchina da presa come ce ne sono stati pochi altri.

Per comprenderlo meglio consiglio di vedere il film biografico “Tu chiamami Peter” di Stephen Hopkins con un grande Geoffrey Rush nei panni di Perter Sellers.

Tornando al film, ci sarebbe da commentare le mille battute e situazioni irresistibili che formano un fantastico crescendo, ma io rimango ogni volta estasiato anche dai ciak scartati e senza sonoro che Ashby usa come sfondo ai titoli di coda: memorabili.

Alcuni trovarono, all’uscita del film, la scena finale troppo surreale, ma quando un paio d’anni dopo salì alla Casa Bianca Ronald Reagan in molti – dicono le malelingue – …furono costretti a ricredersi.