
(USA, 2004)
Ci sono vite che rappresentano meglio di mille articoli o libri un’epoca, un mestiere e un momento storico, e una di queste è senza dubbio quella di Peter Sellers.
Tratto dall’omonima biografia The Life and Death of Peter Sellers scritta da Roger Lewis, il film di Stephen Hopkins – con un titolo italiano così insulso che difficilmente potrà essere superato, Tu chiamami Peter (originale fedele alla biografia The Life and Death of Peter Sellers) – ricostruisce straordinariamente il Sellers uomo e attore come nessuno mai pubblicamente era riuscito a fare prima.
Il film non si limita a ripercorrere la carriera dell’attore inglese, dagli esordi radiofonici con The Goon Show fino ai trionfi cinematografici con Stanley Kubrick e Blake Edwards, ma scava senza pietà nella psiche instabile e tormentata di un uomo capace di dissolversi completamente nei personaggi che interpretava, al punto da perdere progressivamente il contatto con la propria identità reale. È proprio questo il nucleo drammatico che Hopkins sceglie di raccontare: non l’artista geniale osannato dal pubblico, ma l’uomo fragile, egocentrico, spesso crudele con chi gli stava vicino – mogli, figli, collaboratori – e perennemente insoddisfatto di sé stesso.
Forse, a detta di chi gli è stato tanto tempo accanto, l’unica pellicola in cui si intravedono tratti del vero Sellers è O ti spogli… o ti denuncio diretta da Alvin Rakoff nel 1970, dove l’attore, lontano dalle maschere più celebri come l’ispettore Clouseau o il Dottor Stranamore, lasciava intravedere qualcosa della propria vulnerabilità.
Tornando a questa pellicola, la strepitosa interpretazione di Geoffrey Rush (vergognosamente snobbato agli Oscar, sebbene premiato con il Golden Globe e l’Emmy) arriva a far dimenticare quasi le vere fattezze del reale Peter Sellers. Rush non si limita a imitarne i tic e le movenze: attraversa fisicamente e vocalmente – naturalmente nella versione originale – le decine di personaggi che Sellers ha portato sullo schermo, restituendo con un naturalismo quasi inquietante il continuo scivolare dell’attore da un’identità all’altra, come se recitare fosse per lui l’unico modo per esistere davvero. La sequenza in cui Rush-Sellers si guarda allo specchio e, non riconoscendosi, si trasforma progressivamente in altre persone – tra cui la madre e persino il regista Hopkins stesso, in un gioco meta-narrativo di grande intelligenza – resta uno dei momenti più audaci e riusciti dell’intero film.
Il resto del cast regge egregiamente il confronto: Charlize Theron presta il volto e il fisico a Britt Ekland, seconda moglie di Sellers, con un’eleganza fredda che ben si sposa con la superficialità del personaggio; John Lithgow interpreta Blake Edwards con un misto di esasperazione e affetto che rende credibile il complicato rapporto lavorativo tra i due, costellato di litigi furiosi e riconciliazioni altrettanto improvvise; Stanley Tucci offre invece un ritratto gustoso di Stanley Kubrick, mostrando la frustrazione del regista nel dover gestire le manie e i capricci del suo protagonista sul set de Il Dottor Stranamore. Anche Miriam Margolyes, nei panni della madre possessiva e ingombrante di Sellers, contribuisce a spiegare – senza mai scadere nella psicologia da rotocalco – le radici di un narcisismo mai sazio e di un bisogno costante di approvazione.
Stilisticamente, Hopkins fa scelte coraggiose e non sempre scontate per un prodotto televisivo (il film fu realizzato infatti per il piccolo schermo): alterna il bianco e nero a colori sgargianti, cita apertamente il linguaggio delle pellicole che Sellers stesso ha interpretato, e utilizza con intelligenza gli inserti onirici per rendere visibile la frattura sempre più marcata tra l’uomo e l’attore. Non è un semplice biopic agiografico, tutt’altro: il ritratto che ne emerge è spesso spietato, a tratti persino sgradevole, ma proprio per questo credibile e potente.
Va detto che il film non pretende di essere un trattato esaustivo sulla vita dell’attore – alcuni episodi vengono compressi o semplificati per ragioni di tempo e di drammaturgia – ma riesce comunque a cogliere l’essenza di un artista che ha attraversato mezzo secolo di radio, cinema e televisione lasciando un’impronta indelebile, pur pagando un prezzo altissimo sul piano personale ed emotivo.
Da vedere e rivedere, dunque, come alcuni grandi film interpretati dallo stesso Sellers – tra cui io consiglio caldamente O ti spogli… o ti denuncio – non tanto per conoscere aneddoti e curiosità sulla sua vita, quanto per comprendere fino in fondo il paradosso di un uomo che, cercando disperatamente sé stesso in ogni ruolo che interpretava, finì per perdersi completamente.
Un film che, al di là del titolo italiano scelto con una leggerezza imbarazzante, merita di essere recuperato da chiunque ami il cinema e la storia, non sempre gloriosa, di chi lo ha fatto grande.
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