“Delitto nella strada” di Don Siegel

(USA, 1956)

C’è un momento in “Delitto nella strada” in cui il giovane Frankie Dane, interpretato da un ventisettenne John Cassavetes che sembra averne la metà, guarda nel vuoto con quegli occhi che già contenevano tutto il grande cinema che avrebbe fatto dopo. Don Siegel gira questo film nel 1956, in pieno clima da panico morale per la delinquenza minorile, ma riesce a fare qualcosa di più profondo di un semplice monito sociologico.

Frankie è il capo di una gang di quartiere, una di quelle figure che il cinema americano dell’epoca amava rappresentare come la vera minaccia incombente sui sobborghi rispettabili. Ma Siegel, che non è mai stato un moralista semplice, ci mostra un ragazzo schiacciato da una violenza che viene da lontano, da una casa dove il padre è un’ombra alcolizzata e la madre una presenza stanca che non riesce più a raggiungerlo. La violenza non è una scelta per Frankie, è l’unica lingua che conosce.

Il film nasce da un dramma televisivo e mantiene quella concentrazione claustrofobica degli spazi ristretti: i vicoli, i muri scrostati, gli androni bui dove questi ragazzi si ritrovano a pianificare un omicidio che sembra più una dimostrazione di esistenza che un vero crimine premeditato. Vogliono uccidere McAllister, il vecchio del palazzo che ha osato denunciarli. È un gesto che ha più a che fare con l’affermazione di sé che con la vendetta.

Cassavetes porta in scena una fragilità mascherata da durezza che è straordinaria. Quando parla, quando si muove, c’è sempre qualcosa che traballa sotto la superficie, come se il suo personaggio fosse costantemente sul punto di crollare o di esplodere. Non è il teppista stereotipato del cinema di quegli anni, tutto spavalderia e giacca di pelle. È un ragazzo che fa paura perché ha paura, che urla perché nessuno lo ascolta, che cerca di costruire un’identità attraverso la violenza perché nessuno non gli ha mostrato altri strumenti.

Attorno a lui, Siegel costruisce un piccolo mondo di disperazione metropolitana. Ci sono gli altri ragazzi della gang: Baby, il più giovane, ancora salvabile, e Lou, interpretato da un giovane Sal Mineo che porta il suo sguardo malinconico da “Gioventù bruciata”. C’è l’assistente sociale Wagner, che diventa l’unica figura adulta capace di vedere oltre la maschera di questi ragazzi. Non è il salvatore paternalista, è un uomo che tenta un dialogo impossibile con chi ha smesso di credere che qualcuno possa capirlo.

La regia di Siegel è asciutta, quasi documentaristica in certi momenti. Non cerca di abbellire questi vicoli, non romanticizza la povertà né la rabbia. Le inquadrature sono spesso strette, i personaggi sembrano sempre intrappolati dentro lo schermo, schiacciati dalle pareti, dai soffitti bassi, dall’impossibilità di un orizzonte. È un cinema che respira l’atmosfera da guerra fredda urbana, dove il nemico non è fuori ma dentro, nei sotterranei della società del benessere.

C’è una scena, verso la fine, in cui Frankie parla con Wagner e per un momento crolla la facciata. Cassavetes la interpreta con una vulnerabilità che spacca lo schermo: il ragazzo che ha passato tutto il film a mostrarsi invincibile si rivela per quello che è, un bambino terrorizzato che non sa come uscire dalla trappola che lui stesso ha costruito. È in momenti come questo che si capisce perché Cassavetes sarebbe diventato il cineasta delle emozioni senza filtro.

Forse “Delitto nella strada” non è un capolavoro, ha i limiti della sua origine televisiva e delle soluzioni narrative un po’ troppo didascaliche imposte dall’epoca. Ma è un film necessario, uno di quei tasselli che ci raccontano come il cinema americano stava provando a guardare nelle crepe del sogno americano. Siegel, che avrebbe fatto dei gangster e degli antieroi la sua cifra stilistica, qui mostra già la sua capacità di trovare l’umanità nei luoghi più oscuri.

E poi c’è John Cassavetes, che in questo film trova forse il primo vero personaggio della sua carriera, un ragazzo che è già tutto ciò che lui avrebbe messo nei suoi film futuri: la disperazione, la difficoltà di comunicare, la violenza come maschera della paura, l’impossibilità di essere compresi.

È un film che parla di una gioventù perduta senza mai essere pietoso, che mostra la violenza senza glorificarla, che prova a capire senza giustificare. E oggi, settant’anni dopo, continua a raccontarci qualcosa di vero sulla rabbia di chi non ha voce.

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“Mikey & Nicky” di Elaine May

(USA, 1976)

La geniale e poliedrica artista Elaine May – a cui nel 2022 è stato assegnato l’Oscar alla carriera – scrive e dirige questa originale e claustrofobica pellicola noir centrata sul rapporto decennale, ma al tempo stesso irrisolto, fra due uomini.

Mickey (Peter Falk) e Nicky (John Cassavetes) si conoscono sin dall’infanzia passata soprattutto per la strada. Così, quando il secondo si è chiuso in una stanza d’albergo per paura di essere freddato dal killer del boss a cui ha rubato dei soldi, l’unico che può chiamare in suo aiuto è Mickey.

I due inizieranno un lungo viaggio in una cupa e opprimente notte newyorkese cercando di sfuggire alla vendetta del boss, per il quale lavorano entrambi. Ma tutti i nodi del loro rapporto e delle rispettive esistenze verranno al pettine…

Con una scena finale dura come un pugno nello stomaco e le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti – amici anche nella vita reale – davvero da Oscar e Golden Globe (ma che invece in tali sedi furono vergognosamente ignorati), “Mickey & Nicky” è un gioiello del cinema americano indipendente degli anni Settanta, di cui – non a caso – lo stesso Cassavetes era l’autore di spicco.

May ci racconta un mondo tutto al maschile dove le donne, che possono aspirare al massimo a essere mogli o amanti, devono inesorabilmente adattarsi a quello che gli uomini voglio o dicono. Da ricordare, per questo, l’interpretazione di Carol Grace nel ruolo di Nellie, l’amante di Nickey. 

Carol Grace è stata la seconda moglie di Walter Matthau – che la stessa May dirige nel delizioso “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” solo quale anno prima – nonché amica personale di Truman Capote tanto da aver ispirato, raccontano le cronache del tempo, il personaggio di Holly Golightly, protagonista del suo romanzo “Colazione da Tiffany”. Nel cast anche un arcigno Ned Beatty.     

Davvero una pellicola insolita e originale, da vedere o rivedere perché sempre molto attuale, anche se nel nostro Paese è assai difficile da reperire, anche nel mondo dell’usato.

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“Gli esclusi” di John Cassavetes

(USA, 1962)

Abby Mann è stato uno dei più prolifici drammaturghi nonché autori cinematografici e televisivi americani del Novecento.

Proprio per la televisione scrive una pièce che il produttore e regista Stanley Kramer (produttore e regista di pellicole come “..E l’uomo creò Santana” e “Indovina che viene a cena?”) decide di portare sul grande schermo. A dirigerlo chiama il giovane e promettente regista indipendente John Cassavetes, e come attori principali due dei protagonisti del suo precedente “Vincitori e vinti” (che gli valse un Oscar): Burt Lancaster e Judy Gardland.

Jean Hansen (Judy Gardland) giunge al Crawthorne State Training Institute, un istituto per giovani con gravi deficit cognitivi diretto dal dott. Matthew Clark (un grandissimo Lancaster) per iniziare il suo nuovo lavoro. Grazie alla sua amica Mattie, che già lavora lì, le è stato affidato il compito di insegnare musica agli allievi.

La Hansen, che non ha alcuna esperienza, dopo i primi momenti di turbamento inizia il suo lavoro. Subito viene colpita dal comportamento del piccolo Reuben Widdicombe, un bambino di dieci anni con un grave ritardo cognitivo. Soprattutto Jean è scioccata dal fatto che i suoi genitori non vengano mai a trovarlo il giorno di visita settimanale.

Attraverso la storia di Reuben e dei suoi genitori Sophie (Gena Rowlands) e Ted (Steven Hill) riviviamo la dolorosa e straziante storia di una coppia che deve accettare la disabilità del proprio figlio.

La Hansen trova il comportamento di Clark – che d’accordo con Sophie non organizza gli incontri col figlio – troppo duro e severo. Ma il medico le mostra come la vera e grande angoscia di un genitore di un bambino disabile sia la propria morte, ovvero quando il figlio sarà comunque internato. E allora ogni piccolo centimetro che un bambino disabile compie verso la propria indipendenza è fondamentale per il suo futuro.

Soprattutto visto che la società in cui vivono, a parte gli ipocriti e perbenisti slanci amorosi “natalizi”, di loro se ne frega, anzi in molti non li vorrebbero neanche vedere.

Ci sono film bellissimi e poi ci sono film che sono delle vere e proprie odi civili. Questo firmato da Cassavetes e Kramer (visto che in sede di montaggio il regista litigò col produttore tanto da abbandonare la produzione) è una vera e propria ode civile a favore dei più deboli, come sono le bambine e i bambini disabili.

Le immagini girate da Cassavets nel vero Pacific State Hospital di Pomona, set del film, sono un atto d’amore limpido, di rispetto senza pietismi o falsi buoni sentimenti, verso i bambini che fino ad allora nessuno aveva il “coraggio” di mostrare, sottolineando che il problema non è nel loro aspetto o nel loro comportamento: ma negli occhi e nella testa di chi li guarda.

Come mi è già capitato di ricordare, nel mondo anglosassone c’è una lucida serenità nel parlare di disabilità che noi italiani ci sogniamo. E’ solo di pochi anni fa la ricerca di cast, per una produzione italiana, di disabili: “…che ispirino tenerezza ed empatia”.

Il titolo in italiano è abbastanza calzante, ma quello originale riferito al giorno di visita nell’istituto e ai bambini disabili in generale è ancora più struggente: “A Child is Waiting”.

Nella versione che uscì nelle nostre sale possiamo godere una grandissima Rina Morelli – compagna di vita e di palcoscenico di Paolo Stoppa nonché attrice teatrale fra le più amate da Luchino Visconti – che dona superbamente la voce alla Garland.

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“Contratto per uccidere” di Don Siegel

(USA, 1964)

Qui, gente, parliamo di uno dei capolavori della cinematografia mondiale, uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e che sono stati copiati – e ancora oggi lo sono – per la loro bellezza, il loro ritmo e il loro fascino.

Dallo stesso racconto “The Killers” di Ernest Hemingway, nel 1946 Robert Siodmak dirige “I gangsters” con Burt Lancaster e Ava Gardner. Bel film, ma niente a che vedere con questo capolavoro che il maestro Don Siegel gira quasi vent’anni dopo.

Siegel (che per la cronaca si è laureato a Cambridge), preso in considerazione proprio per girare “I gangsters”, sconvolge il racconto di Hemingway che trova folgorante all’inizio ma, giustamente, deludente alla fine. E così riduce i flashback e costruisce una storia intorno a un uomo che davanti ai suoi assassini non ha la minima voglia di scappare.

Charlie (uno straordinario Lee Marvin da Oscar, ma che vince “solo” il BAFTA) e il suo giovane socio Lee (Clu Gulager) fanno irruzione in un istituto per non vedenti. Il loro obiettivo è l’insegnante di meccanica Johnny North (un bravissimo e irrequieto John Cassavetes) che freddano nell’aula in cui sta insegnando, senza nessuna difficoltà. Anzi, l’uomo avvertito del loro arrivo, non fugge e aspetta la morte senza ribellarsi. La cosa insospettisce troppo Charlie che decide di scoprire la storia di North e soprattutto chi li ha pagati per ucciderlo…

Nel cast deve essere ricordata anche la bravissima e bellissima Angie Dickinson, fra le dive più eleganti e attraenti di Hollywood, nello splendido ruolo di Sheila, una Dark Lady come poche altre. Mentre nella parte dell’astuto e feroce Jack Browning c’è Ronald Reagan alla sua ultima interpretazione di rilievo prima di intraprendere, pochi mesi dopo, la carriera politica che lo portò a essere prima Governatore della California e poi Presidente degli Stati Uniti. Se questo non è l’ambito per parlare delle sue capacità di statista (delle quali ancora oggi comunque paghiamo le drammatiche conseguenze) la recitazione statica, inespressiva e obsoleta di Reagan – che già mostra quella tinta mogano scuro che poi ostenterà in tutte le foto dalla Stanza Ovale nel corso dei suoi due mandati – è davvero l’unico neo del capolavoro di Siegel.

Questo “Contratto per uccidere“ doveva essere il primo vero e proprio film realizzato interamente per la televisione, ma una volta montato venne considerato troppo “audace” e violento e così distribuito nelle sale con tanto di censura.

Ogni fotogramma merita di essere ricordato, ma la scena finale è una delle più strepitose e suggestive di tutto il cinema.

Quanto è stato copiato? Vincent e Jules, i personaggi che interpretano John Travolta e Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, tanto per fare un esempio, Quentin Tarantino secondo voi da chi li ha “presi”?

Un capolavoro assoluto.

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“Gloria – Una notte d’estate” di John Cassavetes

(USA, 1980)

A partire dai fantastici titoli di testa, questa è una delle più belle pellicole del cinema americano indipendente, firmata e diretta dal suo maestro indiscusso John Cassavetes.

In una fatiscente palazzina del Bronx, la famiglia di un piccolo contabile della criminalità organizzata è sotto assedio. L’uomo, in un momento di follia e pensando davvero di cavarsela, ha sottratto un libro mastro.

Prima che i sicari del suo capo vengano a sterminare tutta la famiglia del contabile, la giovane moglie del ragioniere fa appena in tempo a portare dalla loro vicina Gloria (una bellissima e bravissima Gena Rowlands) il loro figlio minore Phil (John Adames).

Gloria, un’avvenente donna di mezz’età, è un ex ballerina che ha avuto una storia con uno dei boss della città, e forse per questo è riuscita a mettersi un piccolo gruzzolo da parte. Il piccolo Phil arriva proprio mentre lei si sta preparando a ritirarsi per godersi i soldi risparmiati.

Le basterebbe una telefonata per consegnare il bambino e andarsene via più ricca, visto che il contabile lavorava proprio per il suo ex. Ma l’animo umano è pieno di contraddizioni, e la sua natura è spesso indomabile, così per salvare la vita al piccolo Phil, a cui lei non sta neanche simpatica, Gloria sfida la criminalità di un’intera città…

Leone d’Oro come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre Gena Rowlands (compagna di vita di Cassavetes), giustamente colleziona la candidatura all’Oscar e al Golden Globe come migliore attrice protagonista.

Le similitudini con il “Leon” di Luc Besson non sono casuali, soprattutto perché il cineasta francese è un dichiarato amante del cinema americano. Nel 1997 Sidney Lumet gira il remake con Sharon Stone nel ruolo della protagonista.

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