Tratto dal racconto “Bad Time at Honda” di Howard Berslin, pubblicato sul “The American Magazine” nel gennaio del 1947, e adattato per il grande schermo da Don McGuire e Millard Kaufman, “Giorno maledetto” è considerato giustamente uno dei più riusciti western moderni di quegli anni. Per western moderni si intendono pellicole con le classiche caratteristiche dell’epico cinema di frontiera, ma ambientati in epoca contemporanea.
A due mesi
dalla fine del secondo conflitto mondiale, e ben dopo quattro anni dall’ultima
volta, un treno passeggeri si ferma nella piccola stazione di Bad Rock, nel sud
ovest degli Stati Uniti.
A scendere è
solo un uomo che indossa una abito nero e tiene nella mano destra una piccola
valigia marrone. I pochi abitanti della piccola località sperduta nel deserto
osservano il nuovo arrivato diffidenti e curiosi.
L’uomo, che si chiama John J. Macreedy (un bravissimo Spencer Tracy), che ha il braccio sinistro evidentemente offeso, si reca nell’unico albergo del posto e chiede una stanza giusto per una notte. Poi si informa su come raggiungere la località chiamata “La Steppaia”, lontana qualche miglio, dove dovrebbe abitare un certo Komoko. Sentendo quel nome, Reno Smith (Robert Ryan) il più facoltoso proprietario terriero della zona, si irrigidisce…
Strepitoso film d’azione e suspense – come si diceva una volta – con una cast stellare fra cui spiccano, oltre a Tracy e Ryan, i giovani Lee Marvin, Ernest Borgnine e Anne Francis; una costruzione perfetta e ad orologeria; nonché una regia fra le migliori di quegli anni.
Memorabile è comunque l’interpretazione del grande Spencer Tracy, premiato al Festival di Cannes nel 1955, che incarna John Macreedy, simbolo della lotta contro ogni forma di razzismo e intolleranza, e che ci sussurra all’orecchio un bell’inno alla pace.
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Cominciamo col dire che questo è uno dei 100 film che porterei su un’isola deserta.
Marty (uno straordinario Ernest Borgnine) ha 34 anni, vive con la madre vedova e fa il macellaio, lavoro che dieci anni prima ha dovuto accettare per mantenere le sue numerose sorelle e i suoi numerosi fratelli, che adesso sono tutti sposati e sistemati.
La sua età e, soprattutto, il suo aspetto da orso lo rendono impacciato con le donne, e ogni giorno che passa la cosa diventa sempre più pesante e frustrante visto anche poi che nessuno – a partire proprio dalla madre – evita di ricordagli che: uno dei primi doveri sociali di un uomo “perbene” è quello di sposarsi.
Una sera, in un dancing, assiste per caso all’umiliante scaricamento di una ragazza “racchia” – come vengono appellate malignamente e superficialmente dai suoi amici le donne poco appariscenti e formose – da parte di un arrogante cavaliere occasionale.
Per solidarietà fra “piombi” (così vengono definitivi nello slang del momento i pesi morti che nessuno vuole frequentare) Marty – che si considera un piombo per tutte le ragazze che tenta timidamente di avvicinare – le si avvicina consolandola.
I due passeranno una serata indimenticabile, confrontandosi nell’intimo per la prima volta con un altro essere vivente che finalmente comprende le proprie più profonde debolezze e paure.
Marty, prima di congedarsi, promette a Clara (una bravissima Betsy Blair) di richiamarla il giorno seguente per andare poi la sera al cinema assieme.
Ma la mattina, già in chiesa e poi al bar, tutti lo prendono in giro per essersi fatto vedere accanto a una “racchia” del genere. Anche sua madre, per paura di essere relegata al ruolo scomodo di suocera invadente, lo convince alla fine a non richiamarla.
La purezza d’animo di Marty però riuscirà a salvarlo …il tutto raccontato in un magico bianco e nero d’epoca.
Da vedere e rivedere!
Questa bellissima pellicola, scritta da Paddy Chayefsky – che merita di essere vista ogni volta che si presenta l’occasione – ha fatto incetta di premi in tutto il mondo, a partire da 4 Oscar (fra cui uno meritatissimo a Ernest Borgnine e un altro allo stesso Chayefsky) e la Palma d’Oro a Cannes.
E aggiungo pure che secondo me Terrence McNally si è ispirato a questo film per scrivere la sua struggente commedia teatrale “Frankie and Johnny in the Clair de Lune”, che nel 1987 divenne uno dei maggiori successi off-Broadway, e che nel 1991 Garry Marshall portò sul grande schermo col titolo “Paura d’amare” con Al Pacino e Michelle Pfeiffer.
Da vedere.
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Epica avventura ambientata nell’America della grande depressione, un film che profuma di rotaie, fumo carbone e polvere, e che racconta un mondo ormai scomparso con una forza visiva e narrativa fuori dal comune.
Siamo negli anni Trenta, nel pieno della Depressione: milioni di disoccupati e diseredati attraversano gli Stati Uniti aggrappati ai treni merci, in cerca di un lavoro, di un pasto caldo o semplicemente di un posto dove sopravvivere un altro giorno. È un’umanità di scarto, fatta di vagabondi, ex operai e sognatori falliti, che si muove clandestinamente sui convogli sfidando la fame, il freddo e, soprattutto, la ferocia di chi quei treni li deve difendere a ogni costo.
Fra questa umanità raminga spicca la leggenda di Numero 1 (un Lee Marvin semplicemente perfetto, di un carisma quasi animalesco), l’unico vagabondo capace di viaggiare gratis sul treno numero 19 senza mai rimetterci la pelle, treno sorvegliato dal terribile capotreno Shack (un Ernest Borgnine memorabile, infame e spietato come pochi altri cattivi del cinema americano). Shack non è un semplice controllore: è un uomo che ha fatto della violenza un’arte, che uccide i clandestini a colpi di martello, catena o badile pur di mantenere il proprio treno “pulito”. Fra lui e Numero 1 si instaura fin da subito un duello silenzioso, fatto di sguardi, astuzia e sopravvivenza, che è il vero cuore pulsante del film.
La voce di questa impresa si sparge rapidamente fra i ferrovieri e fra gli stessi vagabondi, trasformandosi in leggenda e, di conseguenza, in scommessa: c’è chi giura che nessuno possa davvero farcela due volte, chi invece scommette tutto ciò che possiede sulla riuscita di un nuovo viaggio. Numero 1, uomo d’onore nel suo mondo di regole non scritte, accetta la sfida non tanto per il denaro quanto per orgoglio, per dimostrare che la sua leggenda non è un caso isolato. Ma sul treno sale anche il giovane e arrogante Cigaret (un ottimo Keith Carradine, all’epoca giovanissimo), un ragazzotto pieno di boria e manie di grandezza che vuole a tutti i costi affiancare il mito vivente per costruirsi una fama propria, mettendo però costantemente a rischio, con la sua leggerezza e la sua sete di protagonismo, il piano meticoloso del vecchio maestro.
Il rapporto fra Numero 1 e Cigaret è un altro degli aspetti più interessanti della pellicola: da una parte l’esperienza silenziosa e pragmatica di chi ha imparato a sue spese cosa significhi davvero sopravvivere, dall’altra l’irruenza di chi crede che il coraggio da solo basti a fare di un uomo una leggenda. È quasi un rapporto padre-figlio mancato, fatto di insegnamenti non richiesti e di uno scontro generazionale che rispecchia, in piccolo, il passaggio di un’epoca.
Girato fra le splendide montagne e le foreste del nord America, con location che regalano immagini di rara bellezza fotografica, “L’imperatore del nord” ricostruisce alla perfezione il clima, la miseria e la disperazione di quegli anni, un’epoca in cui la vita di un uomo valeva davvero meno di un piatto di minestra calda. Aldrich non edulcora nulla: la violenza è cruda, secca, quasi documentaristica, e contribuisce a restituire il senso di un’America dimenticata dai libri di storia ufficiali ma raccontata benissimo dalla letteratura, dal cinema e solo, forse, dalle splendide fotografie in bianco e nero di Dorothea Lange.
Memorabili, come sempre in questo genere di film, le scene girate sui treni in movimento: gli inseguimenti sui vagoni, i combattimenti in equilibrio precario sopra i tetti dei carri merci, i salti da un vagone all’altro col rischio costante di finire sotto le ruote. Sono sequenze che oggi definiremmo “action” ma che hanno un sapore assolutamente diverso da quello patinato del cinema moderno: qui si respira la fatica fisica vera, il rischio autentico, la sporcizia e il sudore.
Insomma “L’imperatore del nord” è un’ottima pellicola di un grande regista incredibilmente dimenticato, capace com’era di alternare il cinema di guerra a quello d’azione più puro senza mai perdere in personalità e in mestiere. Un film duro, crudo, che parla di sopravvivenza, di leggenda e di rispetto conquistato sul campo, con due interpreti – Marvin e Borgnine – semplicemente straordinari nel loro duello a distanza.
Da recuperare assolutamente.
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