“Rental Family – Nelle vite degli altri” di Hikari

(Giappone/USA, 2025)

Quanto vale un padre finto per una figlia vera?

E quanto, uno sposo di cartone per una sposa che sta solo cercando di liberarsi dei propri genitori?

Rental Family – Nelle vite degli altri parte da una domanda scomoda e la trasforma, quasi subito, in un mestiere: quello di Phillip Vanderploeg, attore americano naufragato a Tokyo, che sopravvive interpretando padri, fidanzati e amici a pagamento per un’agenzia – la Rental Family del titolo – specializzata in famiglie, parenti e amanti “a noleggio”. Il rischio, in una storia così, è quello di scivolare nella dimostrazione a tesi, nel film che spiega se stesso ogni cinque minuti. Hikari – pseudonimo della regista e sceneggiatrice giapponese Mitsuyo Miyazaki che non ha alcuna parentela col maestro Hayao Miyazaki – riesce fortunatamente a evitare gran parte di queste trappole, costruendo un’opera che parla di solitudine e di finzione senza quasi mai alzare la voce.

Protagonista è Phillip Vanderploeg, interpretato da Brendan Fraser, un attore che a Tokyo vive ai margini del suo stesso mestiere, ricordato solo per un vecchio spot di dentifricio e incapace di trovare un ruolo che gli restituisca un senso di appartenenza. Quando entra nel giro delle “famiglie a noleggio” – un fenomeno realmente esistente in Giappone, dove è possibile assumere un padre, un marito o un amico per un’occasione, un funerale, una recita da mettere in scena davanti a genitori troppo esigenti o troppo assenti – Phillip scopre un mestiere che assomiglia sinistramente al suo: recitare per qualcuno che ha bisogno di credere a una menzogna necessaria.

È qui che il film trova il suo miglior registro, quello della commedia agrodolce che osserva con tenerezza le piccole ipocrisie quotidiane senza però giudicarle. Le sequenze in cui Phillip si presta ai ruoli più diversi – sposo in un matrimonio di convenienza, amico immaginario, finto giornalista, figura paterna per una bambina che non ha mai conosciuto un padre – funzionano proprio perché Hikari non le tratta come macchiette, ma come piccoli drammi in miniatura, capaci di generare comicità e commozione nello stesso respiro. Fraser, dal canto suo, conferma quanto emerso dopo il premio Oscar per The Whale: la sua è oggi una recitazione fatta di sguardi trattenuti e di un corpo che porta sulle spalle stanchezza e desiderio di riscatto, qualità che si adattano perfettamente a un personaggio costretto a interpretare sempre qualcun altro per ritrovare, paradossalmente, se stesso.

Il film funziona meglio quando si concentra sul rapporto tra Phillip e Mia, la bambina per cui l’attore finisce per diventare un padre a noleggio che rischia di trasformarsi in qualcosa di più vero e permanente. È in queste scene che Hikari dosa con più cura ironia e malinconia, senza scadere nel sentimentalismo a buon mercato che pure, in altri momenti della pellicola, forse fa capolino. Perché va detto: Rental Family non ha il coraggio di spingersi fino in fondo nelle implicazioni più scomode della sua premessa. Il tema della finzione a pagamento porterebbe con sé domande scottanti sull’autenticità degli affetti, sul confine tra empatia professionale e sfruttamento emotivo, sulla solitudine strutturale di una società iperconnessa e iperisolata come quella giapponese contemporanea. Hikari le accarezza, le lascia intravedere, ma alla fine preferisce quasi sempre la strada più rassicurante, quella del film che vuole lasciare lo spettatore con il cuore caldo e la lacrima pronta, piuttosto che con l’inquietudine di una domanda rimasta senza risposta.

C’è un romanzo che, a ben guardare, racconta da tempo qualcosa di molto simile: lo splendido Le storie degli altri di Anne Tyler, storia di Barnaby Gaitlin, trentenne di Baltimora con un matrimonio finito alle spalle e un debito mai saldato con i genitori, che si guadagna da vivere entrando nelle case di anziani e persone sole per occuparsi di ciò che loro non possono più fare. Anche Barnaby, come Phillip, varca ogni giorno la soglia di esistenze non sue, e anche lui – proprio come l’attore interpretato da Fraser – scopre che occuparsi delle vite altrui è spesso il solo modo che gli resta per rimettere ordine nella propria.

Tyler, da sempre cantrice delle famiglie sfrangiate e delle piccole redenzioni quotidiane, sembra aver scritto con decenni d’anticipo il manifesto letterario di ciò che Hikari mette in scena sullo schermo: l’idea che prendersi cura – anche a pagamento, anche per finzione – non tolga nulla all’autenticità del gesto, e che a volte sia proprio nel mestiere di badare agli altri che un uomo smarrito ritrova, quasi di soppiatto, la propria strada. Dove il romanzo di Tyler lavora però in profondità, scavando nella psicologia del protagonista con la pazienza tipica della sua scrittura, il film di Hikari si accontenta troppo della superficie, senza scavare davvero nelle ragioni della solitudine che racconta.

A sostenere il film contribuisce comunque un cast di contorno solido, su tutti Takehiro Hira nel ruolo del titolare della “Rental Family”, e Mari Yamamoto, capace di ritagliarsi uno spazio importante anche in un impianto narrativo pensato principalmente attorno al protagonista americano. La fotografia di Takurō Ishizaka restituisce una Tokyo fatta di superfici lucide e interni ordinati, mentre le musiche firmate da Jónsi e Alex Somers accompagnano il racconto con un tappeto sonoro morbido, forse fin troppo compiacente nei momenti in cui il film cerca l’emozione a ogni costo.

Resta, alla fine della visione, la sensazione di un’occasione parzialmente colta: la premessa era di quelle rare, capaci di dire qualcosa di vero sulla nostra epoca di legami precari e affetti a scadenza, ma Hikari sceglie la strada della carezza piuttosto che quella del graffio.

Un film che comunque intrattiene, che in alcuni momenti riesce persino a toccare corde autentiche, ma che alla fine si tiene a debita distanza dalle domande più scomode che la sua stessa storia gli poneva davanti. Consigliato a chi cerca una commedia malinconica gentile, capace di scaldare il cuore senza pretendere troppo dalla mente.

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