
(Italia, 1975)
C’è una domanda che ogni bambina e ogni bambino degli anni Settanta si è posto almeno una volta davanti al piccolo schermo, e che probabilmente non ha mai articolato con queste parole, ma che aveva esattamente questa forma: è possibile essere fieramente se stessi in un mondo che ha già deciso cosa dovresti diventare? Nino e Toni Pagot, con “Grisù il draghetto”, hanno risposto con poco più di dieci minuti di cartone animato per episodio, un piccolo drago verde dal carattere testardo e un padre che fa il tifo per lui anche quando non lo dà a vedere.
Non capita troppo spesso che una serie animata italiana degli anni Settanta riesca a sopportare il peso del tempo senza cedere sotto il suo ginocchio. “Grisù”, prodotta nel 1975 e trasmessa in Italia dalla Rai, non solo regge: si rivela sorprendentemente solida, quasi architettonica nella sua semplicità. I Pagot — due nomi che chi frequenta la storia dell’animazione italiana conosce bene, legati com’erano già al glorioso Calimero — avevano capito una cosa che sfugge a molti narratori anche più blasonati: le bambine e i bambini non hanno bisogno di essere trattati da “bambini”. Hanno bisogno di storie vere, con personaggi che vogliono qualcosa e non sempre riescono ad ottenerla.
Grisù vuole fare il pompiere. È un drago, quindi soffia fuoco, e soffia fuoco nei momenti meno opportuni, spesso esattamente quando non dovrebbe. Ogni episodio è una variazione su questo tema, ma attenzione: non nel senso della ripetizione stanca, piuttosto nel senso della musica jazz, dove il tema è il punto di partenza e non il punto di arrivo. Ogni puntata costruisce una situazione nuova, la carica di aspettative, e poi lascia che Grisù faccia quello che Grisù fa: vale a dire, combinare un guaio nel tentativo di fare la cosa “giusta”. Il caos è sempre dietro l’angolo. Il cuore del protagonista, però, non vacilla mai.
Il padre, Fumè, è un personaggio che meriterebbe un’analisi a parte. Drago orgoglioso e tradizionalista, porta sulle spalle il peso di una comunità che ha le sue regole, le sue aspettative, i suoi codici non scritti, e tra questi codici, quello che dice inesorabilmente che un drago fa il drago e non il pompiere. Eppure Fumè non è il cattivo della storia. Non lo è mai. È un padre che non capisce il figlio ma lo ama comunque, e questa sfumatura — questa distinzione sottile tra il non capire e il non accettare — è una delle cose più adulte che “Grisù” si permette di raccontare in un formato che dura pochi minuti.
La struttura narrativa della serie è volutamente semplice, quasi spartana. Non ci sono archi multipli, non ci sono cattivi ricorrenti nel senso classico del termine, non ci sono sottotrame che si dipanano su più episodi. C’è Grisù, c’è il suo sogno, e ci sono gli ostacoli, spesso generati da lui stesso, che è il tipo di ironia che forse fa meno ridere ma che fa pensare di più. Il formato breve, che negli anni Settanta era una scelta quasi obbligata per la televisione di allora, diventa qui un valore: ogni storia è un’unità autonoma, con il suo inizio, il suo sviluppo e la sua risoluzione, e questa pulizia narrativa ha qualcosa di quasi artigianale che oggi, nell’era della serialità compulsiva e degli episodi che finiscono sempre a metà, si riscopre con un certo sollievo.
Dal punto di vista visivo, “Grisù” appartiene chiaramente alla sua epoca. I fondali sono piatti, le animazioni parche, i colori scelti con una tavolozza che non cercava effetti speciali ma riconoscibilità immediata. Eppure il design del protagonista — quel verde brillante, quella faccia rotonda, quella fiamma involontaria che schizza fuori sempre dal lato sbagliato — ha una coerenza espressiva che funziona ancora oggi. Grisù è simpatico non perché glielo abbiano disegnato in faccia, ma perché ogni linea del suo corpo comunica intenzione. Vuole. Cerca. Ci prova. E questo basta.
La sigla, con quella melodia orecchiabile e quel testo che spiega tutto senza spiegare niente, è uno di quei manufatti culturali che entrano nel cervello di un bambino di sei anni e non se ne vanno più neanche quando quel bambino ne ha cinquanta (abbondantemente e gaiardamente superati…) e chi scrive può confermarlo con una certa dose di orgoglioso imbarazzo.
Quello che “Grisù il draghetto” lascia, guardato oggi con gli occhi di chi allora non era ancora nato o era appena arrivato al mondo, è qualcosa di più sottile di una semplice ondata di nostalgia. È la conferma che le storie più oneste sono quelle che non promettono lieti fini garantiti, ma mostrano il percorso. Grisù non diventa pompiere perché il mondo cambia le sue regole per lui. Diventa il protagonista della propria storia perché non smette di provarci. E questa, in fondo, è la morale più utile che un cartone animato possa consegnare a una bambina e a un bambino e, sia detto sottovoce, anche a qualche adulto che ha smesso di provarci troppo presto.
I Pagot – che non a caso pochi anni dopo collaboreranno con il maestro Hayao Miyazaki per la serie “Il fiuto di Sherlock Holmes” – sapevano quello che facevano. E si vede. Da vedere, senza fiammiferi nelle vicinanze…
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