“Quell’uragano di papà” di Carmen Finestra, David McFadzean e Matt Williams

(USA, dal 1990 al 1999)

Se c’è una serie che rappresenta al meglio la sit-com familiare americana anni Novanta, con tutti i suoi tic, le sue trovate e quella sana dose di buonismo familiare, è proprio Quell’uragano di papà. Andata in onda dal 1990 al 1999, per ben otto stagioni, ha consacrato Tim Allen come uno dei volti più amati della TV a stelle e strisce, tanto che nel ’95 la Pixar gli avrebbe affidato la voce di Buzz Lightyear in Toy Story, ruolo che da noi lo ha reso decisamente più conosciuto della serie stessa.

Il protagonista, Tim Taylor (curiosa coincidenza col nome dell’attore, o forse no), è il conduttore di Tool Time, programma televisivo dedicato al fai da te e al bricolage, materia che negli Stati Uniti gode di un seguito paragonabile a quello dello sport. Sul palco, circondato da trapani, motoseghe e attrezzi vari, Tim è un vero mattatore: sicuro di sé, un po’ fanfarone, sempre pronto a “potenziare” ogni elettrodomestico fino a farlo esplodere letteralmente. Peccato che questa sicurezza da macho si sgretoli non appena varca la soglia di casa, dove ad aspettarlo ci sono la moglie Jill (una bravissima Patricia Richardson) e i tre figli maschi, Brad, Randy e Mark, tutti rigorosamente in piena tempesta adolescenziale.

È proprio questo contrasto il motore comico della serie: da una parte l’uomo forte e sicuro del piccolo schermo, dall’altra il padre di famiglia disorientato, spesso goffo, che non capisce mai fino in fondo cosa vogliono davvero moglie e figli. Un conflitto tra maschile e femminile raccontato con leggerezza ma anche con più di un guizzo di intelligenza, capace in certi episodi di sfiorare quasi il paradosso, con situazioni che oggi definiremmo “surreali” nel senso migliore del termine.

Chi conosce La vita secondo Jim con Jim Belushi troverà molte affinità strutturali: stesso schema, stessa dinamica marito impacciato/moglie con i piedi per terra. Ma Quell’uragano di papà arriva prima di dieci anni buoni e, a mio parere, mantiene un ritmo comico superiore, meno prevedibile, più fresco. Del resto la serie nasce direttamente dal materiale di stand-up comedy dello stesso Tim Allen, e si sente: le battute sul rapporto uomo-macchina, uomo-attrezzo e uomo-famiglia hanno quella genuinità che solo chi le ha vissute (o inventate) sul palco sa restituire.

Una chicca che vale la pena ricordare: nelle prime stagioni, il ruolo della valletta di Tool Time è affidato a una giovanissima Pamela Anderson, all’epoca ancora lontana dall’immagine patinata che l’avrebbe resa celebre negli anni successivi. Vederla in quei panni, acqua e sapone, fa uno strano effetto a chi la ricorda solo per Baywatch.

Al di là della nostalgia anni Novanta, quello che colpisce rivedendo oggi la serie è quanto fosse, per l’epoca, sorprendentemente lucida nel trattare il tema delle disparità di genere. Senza fare la morale, senza toni pedagogici, Quell’uragano di papà mette costantemente in scena uno scontro (e un confronto) tra un modello di mascolinità un po’ datato e una femminilità che invece avanza, si afferma, spesso vince. Il tutto condito da un’ironia mai cattiva, capace di far ridere ancora oggi, a ben oltre trent’anni dal debutto.

Certo, alcuni episodi risentono inevitabilmente del tempo passato, con quella patina un po’ ingenua tipica delle sit-com pre-2000, ma nel complesso resta una serie solidissima, capace di intrattenere e divertire senza tempo. Se non l’avete mai vista, recuperatela: scoprirete che dietro Buzz Lightyear si nascondeva già un ottimo attore comico.

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“Buffalo ’66” di Vincent Gallo

(USA, 1998)

Vincent Gallo è diventato famoso facendo il modello per Calvin Klein.

Ma il suo vero amore è il cinema, amore che lo ha portato a partecipare prima come attore a varie pellicole famose (“La casa degli spiriti” di Billie August del 1993 fra tutte) e poi a debuttare alla regia.

In questa godibilissima e insolita commedia – che ha scritto insieme ad Alison Bagnall, diretto e per la quale ha composto ed interpretato anche le musiche – veste i panni di Billy Brown, un giovane scorbutico che appena uscito di prigione rapisce una ragazza (interpretata da una procace quanto brava Christina Ricci), incontrata in una scuola di tip tap, per portarla a casa dei suoi spacciandola per sua moglie.

L’incontro con i genitori (fantasticamente interpretati da Ben Gazzara e Anjelica Huston) è tanto inquietante quanto esplicativo del suo carattere nevrotico e della sua vita sbandata. Ma la giovane sconosciuta…

Nel cast anche un cameo di Mickey Rourke nei panni dell’allibratore con il quale Billy perde 10.000 dollari, cosa che segnerà la sua esistenza.

Si tratta di una commedia assai originale centrata sulle profonde cicatrici che fin troppo spesso lacerano le persone all’interno della loro stessa famiglia e che, per toni e sfumature, potrebbe aver tranquillamente ispirato “Il lato positivo – Silver Linings Playbook” di David O. Russell del 2012 con Bradley Cooper, Robert De Niro e per il quale Jennifer Lawrence ha vinto l’Oscar come migliore attrice protagonista. 

Da vedere …anche se non si tifa Buffalo.

“Sette spose per sette fratelli” di Stanley Donen

(USA, 1954)

C’è un tipo di amore per il cinema che non si costruisce con la ragione, ma con la memoria, con gli odori del salotto di casa, con la luce del televisore acceso nelle sere d’inverno. Sette spose per sette fratelli, diretto da Stanley Donen nel 1954, appartiene esattamente a questa categoria di film per me: non è (solo) un capolavoro da analizzare con distacco critico, ma è un pezzo della mia infanzia, tornato puntualmente ogni Natale come un parente caro che vive in un’altra città e che si aspetta con gioia.

Sì, lo so, e lo dico subito prima che qualcuno me lo faccia notare: è un film figlio del suo tempo, e come molte pellicole romantiche di quegli anni porta con sé una visione dei rapporti fra uomini e donne che oggi definiremmo, quantomeno, poco progressista. Il riferimento al ratto delle Sabine, evocato apertamente nella sceneggiatura come modello (sciagurato) da seguire per “conquistare” una moglie, è tutto tranne che un esempio da imitare, e guardarlo con gli occhi di oggi fa un po’ sorridere e un po’ storcere il naso. Eppure, dite quello che volete: io di questo film ne sono innamorato, senza riserve, con quella tenerezza incondizionata per le cose che ci hanno formato.

Tratto da un celebre musical andato in scena a Broadway, il film arriva nelle mani di uno dei più grandi coreografi e regi­sti che il cinema americano abbia mai avuto: Stanley Donen. Basterebbe scorrere la sua filmografia per capire di che pasta fosse fatto questo autore, capace di firmare Cantando sotto la pioggia (1952) appena due anni prima, e poi ancora Indiscreto (1958), L’erba del vicino è sempre più verde (1960), Sciarada (1963), fino ai più malinconici e adulti Due per la strada (1967) e The Little Prince (1974) o al fantascientifico distopico Saturn 3 (1980). Donen è stato uno dei pochi regi­sti capaci di far dialogare la leggerezza del musical con una vena più sottile, a tratti agrodolce, che negli anni si è fatta sempre più evidente nella sua produzione. In Sette spose per sette fratelli, però, siamo ancora nel pieno della sua vena più solare e spettacolare, quella che sa trasformare un cantiere edile, delle asce da boscaiolo e un mucchio di legname in un palcoscenico di danza memorabile.

Ed è proprio qui che il film raggiunge la sua vetta più alta, quella che lo consegna definitivamente alla storia del cinema: la sequenza di ballo ambientata nel cantiere, con i fratelli Pontipee e i pretendenti delle ragazze che si sfidano a colpi di salti, capriole e passi acrobatici sopra assi di legno e travi in equilibrio. È coreografia allo stato puro, firmata da Michael Kidd, capace di trasformare il lavoro manuale in gesto atletico e il gesto atletico in danza vera e propria. Non è solo intrattenimento: è un pezzo di cinema che ha insegnato a generazioni di coreografi e regi­sti come si possa raccontare energia, competizione e desiderio senza bisogno di una sola parola.

Al centro della storia ci sono naturalmente i sette fratelli Pontipee, boscaioli rozzi e generosi che vivono isolati sulle montagne dell’Oregon, e le sette ragazze che, loro malgrado, finiranno per innamorarsene, in un crescendo di equivoci, gelosie, canzoni orecchiabili e colori sgargianti tipici del Technicolor più smagliante. Fra i sette fratelli, la mia preferenza va senza esitazione a Gedeone, forse il più impulsivo e insieme il più sincero del gruppo, quello che meglio incarna l’ingenuità un po’ goffa che rende simpatici anche i personaggi meno raccomandabili.

E se dovessi scegliere una sposa, fra le sette meravigliose protagoniste, la mia scelta cadrebbe senza dubbio su Dorcas, interpretata da una splendida Julie Newmar, allora agli inizi della sua carriera e già dotata di quella presenza scenica felina che pochi anni dopo l’avrebbe consacrata come una delle Catwoman più iconiche della storia della televisione, nella celebre serie televisiva Batman degli anni Sessanta. C’è qualcosa di curiosamente coerente nel vederla già qui, giovanissima, muoversi con quella grazia elastica e quello sguardo magnetico che diventeranno il suo marchio di fabbrica.

Sette spose per sette fratelli resta, con tutti i suoi limiti storici e ideologici, un film gioioso, luminoso, capace di far scattare in piedi anche lo spettatore più pigro durante le sue scene di danza. È cinema popolare nel senso più nobile del termine: quello che intrattiene, fa sognare e, volente o nolente, resta dentro per sempre. E per me, ogni dicembre che passa, torna a essere l’appuntamento fisso con un pezzo della mia infanzia che non ha alcuna intenzione di appassire.

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“VIP, mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1968)

Questa pellicola rappresenta uno dei più brillanti esempi del genio creativo di Bruno Bozzetto, maestro indiscusso dell’animazione italiana. In questo lungometraggio visionario, il regista milanese non si limita a intrattenere, ma costruisce una satira tagliente sulla società dei consumi, anticipando con sorprendente lucidità tematiche che sarebbero diventate centrali nei decenni successivi.

La storia ruota attorno alla dinastia dei VIP, una famiglia di supereroi geneticamente perfezionati che da generazioni proteggono il mondo. L’ultimo erede, SuperVip, incarna tutte le qualità dell’eroe tradizionale: alto, muscoloso, intelligente e dotato di superpoteri. Suo fratello minore, MiniVip, rappresenta invece il fallimento genetico della stirpe: minuto, miope, goffo e apparentemente privo di qualsiasi capacità straordinaria.

Quando la perfida Happy Betty – magnate della catena di supermercati HB – mette in atto un piano diabolico per conquistare il mondo, nemmeno SuperVip può resistere. La malefica industriale ha infatti sviluppato un congegno rivoluzionario: un minuscolo razzo che, inserito nel cervello umano, trasforma le persone in consumatori zombie, completamente assuefatti alla pubblicità televisiva e pronti ad acquistare compulsivamente i prodotti HB. In un colpo di scena che sovverte il classico paradigma dell’eroe, sarà proprio il sottovalutato MiniVip a doversi fare carico del destino dell’umanità.

Ciò che rende “VIP mio fratello superuomo” un’opera straordinaria è la sua incredibile capacità di previsione socioculturale. Nel 1968, quando in Italia esisteva solo la televisione pubblica e il concetto di televisione commerciale era ancora embrionale, Bozzetto immaginava già gli effetti potenzialmente devastanti della pubblicità televisiva sulla psiche umana e sul comportamento dei consumatori. La visione distopica di persone ridotte a automi del consumo anticipa sorprendentemente i dibattiti che si sarebbero sviluppati negli anni ’80 e ’90 sull’influenza dei media.

Altrettanto profetica è la caratterizzazione dei personaggi. Nel contrasto tra SuperVip e MiniVip, Bozzetto demolisce il culto della perfezione fisica e dell’apparenza, proponendo un antieroe vulnerabile ma dotato di intelligenza emotiva e resilienza, caratteristiche che alla fine si riveleranno più preziose della forza bruta. Questa decostruzione dell’archetipo dell’eroe tradizionale anticipa di decenni l’evoluzione del genere supereroistico contemporaneo.

L’influenza di questa pellicola sulla cultura pop successiva è innegabile e vastissima. “I gemelli” (1988) di Ivan Reitman, con la coppia DeVito-Schwarzenegger, riprende palesemente la dinamica dei fratelli diversissimi costretti a collaborare. Ma l’eco del lavoro di Bozzetto si estende ben oltre.

La famiglia di supereroi in uniforme rossa de “”Gli incredibili” (2004) della Pixar richiama immediatamente l’estetica dei VIP, mentre la critica al consumismo sfrenato e alla manipolazione mediatica è diventata un tema ricorrente in numerose opere contemporanee.

Dal punto di vista stilistico, Bozzetto crea un universo visivo inconfondibile. Il suo tratto essenziale ma estremamente espressivo, unito a un uso sapiente del colore e a soluzioni di montaggio innovative, conferisce al film un’identità unica. Le sequenze psichedeliche che rappresentano le allucinazioni pubblicitarie sono particolarmente memorabili e testimoniano la volontà sperimentale dell’autore.

Lo stile grafico minimalista di Bozzetto non è solo una scelta estetica, ma anche una dichiarazione d’intenti: contrapporre la semplicità genuina dell’animazione artigianale italiana al gigantismo dell’industria americana, dimostrando come sia possibile creare opere profonde anche con mezzi limitati.

“VIP mio fratello superuomo” si inserisce nella trilogia di lungometraggi che, insieme a “West & soda” (1965) e “Allegro non troppo” (1976), rappresenta l’apice della carriera di Bozzetto. Ciascuna di queste opere reinterpreta e sovverte generi cinematografici consolidati: il western, il film di supereroi e il film musicale.

A distanza di oltre mezzo secolo, questo capolavoro dell’animazione italiana conserva intatta la sua forza satirica e la sua capacità di intrattenere spettatori di tutte le età. In un’epoca in cui il dibattito su consumismo, manipolazione mediatica e culto dell’apparenza è più attuale che mai, rivedere “VIP mio fratello superuomo” significa riscoprire non solo un classico dell’animazione, ma anche un’opera di straordinaria attualità.

Come tutte le creazioni di Bozzetto – dal “Signor Rossi” ai cortometraggi più sperimentali – questo film conferma il talento visionario di un autore che ha saputo elevare il cinema d’animazione italiano a livelli di eccellenza internazionale, combinando intrattenimento, riflessione sociale e innovazione stilistica in un equilibrio perfetto.

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“Una poltrona per due” di John Landis

(USA, 1983)

Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) è l’aristocratica giovane promessa manageriale della potentissima agenzia finanziaria Duke & Duke, in mano ai fratelli Mortimer (Don Ameche) e Randolph (Ralph Bellamy) Duke.

Randolph, oltre ad amare la finanza e – come il fratello – i soldi che questa produce, è un patito di studi sociologici. Per questo sfida il fratello con una scommessa: le contingenze ambientali incidono in maniera determinante sul comportamento umano, qualsiasi uomo onesto, messo in condizioni critiche può diventare un criminale, e viceversa.

Per un dollaro come posta Mortimer accetta, e quando il ladruncolo Billy Ray Valentine (uno strepitoso Eddie Murphy) gli capita fra i piedi…

John Landis firma una memorabile commedia a incastro – che consacra al grande successo internazionale Eddy Murphy e l’esplosiva Jamie Lee Curtis (nel ruolo della prostituta Ophelia) – che si vede e rivede cento volte senza stancarsi mai.

E poi, a riguardandola oggi, si legge ancora meglio quella graffiante critica all’America “edonista” e “reaganiana” protagonista del decennio.

“Rhoda” di James L. Brooks e Allan Burns

(USA, dal 1974 al 1978)

Questa divertente sit-com nasce come spin-off di “Mary Tyler Moore”, altra serie famosissima negli States agli inizi degli anni Settanta, nella quale Rhoda (sempre interpretata da Valerie Harper) aveva il ruolo di amica della protagonista, contraltare delle vicende amorose e lavorative della bella e fin troppo perfetta Mary Richards.

Ma il successo di Rhoda, intelligente e spiritosa ma schiacciata dalla figura materna e per questo spesso sfortunata con gli uomini, convince i produttori a dedicarle una serie tutta sua.

Da Minneapolis Rhoda Morgenstern torna a New York per fare la vetrinista. Lì il suo contraltare sarà la sorella minore Brenda (Julie Kavner). Le vicende di Rhoda sono indubbiamente molto più divertenti e spesso cattive di quelle della serie da cui nasce, e ancora oggi godibilissime.

Non è un caso quindi che uno dei creatori della serie, James L. Brooks, sia anche uno dei produttori e coautori, insieme a Matt Groening, de “I Simpson”, e che Julie Kavner sia l’attrice che da oltre vent’anni dona la voce a Marge Simpson.

“Quarto potere” di Orson Welles

(USA, 1941)

Ispirato alla vera vita del magnate dell’informazione William Randolph Hearst – e nonostante l’età – “Quarto potere” è un film che va visto e rivisto periodicamente, come si fa con certi riti necessari alla comprensione del presente. L’ascesa e la caduta politica e sociale di Charles Foster Kane sono fra le migliori fotografie del secolo breve, quel Novecento tragico e contraddittorio che ha partorito sogni e mostri in egual misura.

Come capita spesso per i capolavori che anticipano i tempi, la pellicola d’esordio di Orson Welles fu un clamoroso flop al botteghino. Le ire che suscitò a Hollywood – soprattutto quelle dello stesso Hearst, che si vide spiattellato sullo schermo in tutta la sua grandezza e miseria – segnarono per sempre la carriera cinematografica del giovane enfant prodige. Welles aveva poco più di venticinque anni quando realizzò quest’opera, eppure già possedeva quella maturità visionaria che avrebbe fatto scuola per generazioni di registi.

Tanto per chiarire, il nome Rosebud (in italiano Rosabella) che nel film è la slitta con cui giocava da bambino il protagonista – elemento chiave nella narrazione, oggetto di una ricerca ossessiva che attraversa l’intera pellicola – nella realtà dei fatti era l’appellativo con cui Hearst chiamava le parti intime della sua amante Marion Davies. Un dettaglio piccante, certo, ma anche emblematico della ferocia con cui Welles demoliva il mito dell’uomo potente, riducendolo alle sue pulsioni più intime e segrete.

Per comprendere meglio Welles e il suo capolavoro consiglio di vedere il film per la tv “RKO 281 – La vera storia di Quarto potere” diretto nel 1999 da Benjamin Ross, che ricostruisce dettagliatamente la genesi travagliata dell’opera, le battaglie legali, le pressioni politiche, il tentativo di Hearst di far distruggere ogni copia del film. È una storia nella storia, un meta-cinema che illumina quanto sia sempre stato rivoluzionario – …e pericoloso – raccontare certe verità.

Ciò che rende “Quarto potere” immortale non è solo la sua audacia narrativa o le innovazioni tecniche che introdusse (la profondità di campo, i movimenti di macchina, il montaggio non lineare, l’uso drammatico delle ombre), ma la sua capacità di raccontare una parabola universale sul potere, sulla solitudine, sull’impossibilità di possedere davvero ciò che conta. Kane può comprare tutto – giornali, opere d’arte, politici, persino l’amore – eppure muore solo, pronunciando una parola che nessuno comprende, aggrappato al ricordo di un’innocenza perduta per sempre.

Il film anticipa temi che sono oggi più attuali che mai: la manipolazione dell’informazione, il culto della personalità, la costruzione mediatica del consenso, il conflitto tra verità e propaganda. Ogni inquadratura di “Quarto potere” è una lezione di cinema e di vita, ogni dialogo nasconde strati di significato che emergono solo alla visione successiva.

Non è un caso, quindi, che il film che ripercorre le vicende di Julian Assange si intitoli “Il quinto potere”. Welles aveva capito, con decenni di anticipo, che il vero potere nel mondo moderno non è quello dei re o dei generali, ma quello di chi controlla l’informazione, di chi decide cosa la gente deve sapere e cosa deve ignorare. Kane è il prototipo del moderno magnate dei media, anticipazione inquietante di figure che avremmo poi incontrato nella realtà, nel recente passato, fino ai signori dei social network contemporanei.

“Quarto potere” rimane un’opera necessaria, un vaccino contro la retorica del successo a ogni costo, un memento sulla vanità delle ambizioni terrene. Immortale, davvero. Perché, come mi è già capitato di ricordare: certi film non invecchiano, semplicemente ci aspettano, pronti a rivelarci qualcosa di nuovo ogni volta che torniamo a guardarli.

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Federico Fellini

A vent’anni dalla morte del grande Federico Fellini è ancora viva e fertile la sua eredità.

Al cinema, come molti della mia generazione, in realtà ne ho viste poche di opere felliniane: “E la nave va” (1983) con la mia scuola media, “Ginger e Fred”(1986), ”Intervista”(1987) e “La voce della Luna”(1990).

Il resto della sua cinematografia  – tranne poi in qualche rara retrospettiva in pellicola – solo attraverso il piccolo schermo.

E nonostante questo, film come “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, il grande “8 e ½” e “Amarcord” mi hanno stregato e affascinato.

Del suo genio, soprattutto oggi, tutti ne parlano sviscerandone ogni piccolo elemento ma, oltre a queste cose, io vorrei semplicemente ricordare la grande ironia che impregna ogni sua opera. Non è un caso che fosse nato come autore di battute e gag, fra gli altri di Aldo Fabrizi, lavoro per il quale incontrerà Sergio Amidei, Roberto Rossellini e Anna Magnani sul set di “Roma Città Aperta”.

Film per il quale firma due scene memorabili: l’imbarazzo di don Pietro (interpretato da Fabrizi) davanti alla statua di una ninfa nuda e la fantastica battuta: “ammappelà Don Piè che padellata che j’avete dato!” che poco dopo dice un ragazzino alla stesso don Pietro.

Di battute e sketch esilaranti sono pieni tutti i suoi film, ma io ne preferisco due su tutte: la ricostruzione di una sera all’avanspettacolo durante la Seconda Guerra Mondiale in “Roma”, e i due pittori sospesi sulla grande scenografia in “Intervista”.

Un ultima cosa: leggendo di come Fellini fosse stato e sia tutt’ora un monumento alla cultura italiana, l’emblema di come il genio italico possa essere amato e preso ad esempio nel mondo mi chiedo – oggi come vent’anni fa – ma perché allora aveva tutti quei problemi per trovare produttori disposti a finanziargli un film?

Mi ricordo bene, infatti, che alla fine degli anni Ottanta, fra gli addetti ai lavori, ci si lamentava di questo. E’ vero, il cinema italiano a causa della televisione era economicamente – e non solo! – in crisi.

Ma era davvero così complicato e rischioso produrre un film che certamente poi si sarebbe stato venduto in tutto il mondo? I più maligni imputavano la cosa non tanto a ragioni di distribuzione, ma a una specie di ripicca nata dal film “Ginger & Fred”.

Nel film una vecchia coppia di ballerini viene richiamata sulla ribalta per partecipare a uno show revival presso una televisione privata, il cui proprietario è uno strano commendatore che vanta di avere un passato artistico di nome Lombardoni …ma certamente si tratta di cattiverie, solo cattiverie!

“Labyrinth – Dove tutto è possibile” di Jim Henson

(USA/UK, 1986)

A Jim Henson, prematuramente scomparso nel 1990, quelli della mia generazione devono tanto.

E’ lui infatti, insieme alla moglie Jane (scomparsa pochi mesi fa), a portare la grande tradizione dei burattini sul piccolo schermo che avrà il suo apice negli anni Settanta col mitico “Il Muppet Show”.

Ma tornando a questo fantastico film – e l’aggettivo non è certo casuale – il cui soggetto è stato scritto dallo stesso Henson insieme a Dennis Lee mentre la sceneggiatura è firmata da Terry Jones (uno dei mitici Monty  Python), “Labyrinth” legittima definitivamente il genere fantasy nel mondo del cinema e dei giochi di ruolo prima, e dei videogiochi poi.

La storia di Sarah (una luminosa Jennifer Connelly) è davvero immortale: costretta per l’ennesima volta a fare la babysitter al fratellino Toby, lancia un anatema al quale risponde subito Jareth il Re dei Goblin (un diabolico e fascinoso David Bowie) che rapisce il piccolo.

Il viaggio di Sarah, che dovrà attraversare il labirinto per salvare il fratello, rimane uno dei viaggi nella fantasia pura più belli della storia del cinema.

Due cose su tutto: la Gora dell’Eterno Fetore – i cui effluivi posso uccidere – e Sir Didymus e il suo fide destriero Ambrogio… indimenticabili!

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“Shantaram” di Gregory David Roberts

(Neri Pozza, 2007)

Ci sono biografie che aiutano a comprendere un’epoca e un luogo, e questa autobiografia di Gregory David Roberts ci illumina su una nazione e sul suo popolo: l’India.

Roberts è un giovane attivista politico australiano, che viene condannato a 19 anni di carcere per le rapine commesse. Ma Roberts è anche un tossicodipendente, e per lui la vita nel carcere è sempre più insostenibile, per questo decide di evadere e di espatriare.

I suoi mezzi gli permettono una fuga sicura fino a Bombay (allora si chiamava ancora così, parliamo della fine degli anni Settanta) dove Roberts decide di stabilirsi per sparire agli occhi della Giustizia australiana.

Col passare del tempo entrerà sempre più nel tessuto della città e della nazione che lo ospitano. Le esperienze, a volte sublimi e a volte tragiche, lo porteranno finalmente a ritrovare se stesso.

Con gli occhi di Roberts scopriamo la vita negli Slum, il “Leopold Cafè” (che qualche anno fa è stato davvero vittima di un attentato sanguinario), la vita nelle infernali carceri indiane, il combattere per sopravvivere e soprattutto il grande spirito di accoglienza che è insito nel popolo che abita il sub continente indiano.

Chi si spaventa – sbagliando… – per le dimensioni dell’edizione cartacea si compri un e-reader!

Nel giugno del 2007 ho avuto la fortuna di incontrare personalmente Gregory David Roberts in una libreria romana mentre presentava il suo libro. Ho avuto il piacere di parlare con lui per molto tempo, non solo del suo splendido testo ma anche di altri autori come ad esempio Stephen King, condividendo con lui, per esempio, che uno dei pochi adattamenti all’altezza delle sue opere era – allora – la prima serie televisiva “L’ombra dello scorpione“. E mentre mi parlava non potevo fare a meno di osservare il suo corpo tonico e teso come quello di un atleta, il suo viso segnato dalla vita e il suo sguardo da pantera pronta a vendere cara la pelle.

Indimenticabile.

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