
(USA, dal 1990 al 1999)
Se c’è una serie che rappresenta al meglio la sit-com familiare americana anni Novanta, con tutti i suoi tic, le sue trovate e quella sana dose di buonismo familiare, è proprio Quell’uragano di papà. Andata in onda dal 1990 al 1999, per ben otto stagioni, ha consacrato Tim Allen come uno dei volti più amati della TV a stelle e strisce, tanto che nel ’95 la Pixar gli avrebbe affidato la voce di Buzz Lightyear in Toy Story, ruolo che da noi lo ha reso decisamente più conosciuto della serie stessa.
Il protagonista, Tim Taylor (curiosa coincidenza col nome dell’attore, o forse no), è il conduttore di Tool Time, programma televisivo dedicato al fai da te e al bricolage, materia che negli Stati Uniti gode di un seguito paragonabile a quello dello sport. Sul palco, circondato da trapani, motoseghe e attrezzi vari, Tim è un vero mattatore: sicuro di sé, un po’ fanfarone, sempre pronto a “potenziare” ogni elettrodomestico fino a farlo esplodere letteralmente. Peccato che questa sicurezza da macho si sgretoli non appena varca la soglia di casa, dove ad aspettarlo ci sono la moglie Jill (una bravissima Patricia Richardson) e i tre figli maschi, Brad, Randy e Mark, tutti rigorosamente in piena tempesta adolescenziale.
È proprio questo contrasto il motore comico della serie: da una parte l’uomo forte e sicuro del piccolo schermo, dall’altra il padre di famiglia disorientato, spesso goffo, che non capisce mai fino in fondo cosa vogliono davvero moglie e figli. Un conflitto tra maschile e femminile raccontato con leggerezza ma anche con più di un guizzo di intelligenza, capace in certi episodi di sfiorare quasi il paradosso, con situazioni che oggi definiremmo “surreali” nel senso migliore del termine.
Chi conosce La vita secondo Jim con Jim Belushi troverà molte affinità strutturali: stesso schema, stessa dinamica marito impacciato/moglie con i piedi per terra. Ma Quell’uragano di papà arriva prima di dieci anni buoni e, a mio parere, mantiene un ritmo comico superiore, meno prevedibile, più fresco. Del resto la serie nasce direttamente dal materiale di stand-up comedy dello stesso Tim Allen, e si sente: le battute sul rapporto uomo-macchina, uomo-attrezzo e uomo-famiglia hanno quella genuinità che solo chi le ha vissute (o inventate) sul palco sa restituire.
Una chicca che vale la pena ricordare: nelle prime stagioni, il ruolo della valletta di Tool Time è affidato a una giovanissima Pamela Anderson, all’epoca ancora lontana dall’immagine patinata che l’avrebbe resa celebre negli anni successivi. Vederla in quei panni, acqua e sapone, fa uno strano effetto a chi la ricorda solo per Baywatch.
Al di là della nostalgia anni Novanta, quello che colpisce rivedendo oggi la serie è quanto fosse, per l’epoca, sorprendentemente lucida nel trattare il tema delle disparità di genere. Senza fare la morale, senza toni pedagogici, Quell’uragano di papà mette costantemente in scena uno scontro (e un confronto) tra un modello di mascolinità un po’ datato e una femminilità che invece avanza, si afferma, spesso vince. Il tutto condito da un’ironia mai cattiva, capace di far ridere ancora oggi, a ben oltre trent’anni dal debutto.
Certo, alcuni episodi risentono inevitabilmente del tempo passato, con quella patina un po’ ingenua tipica delle sit-com pre-2000, ma nel complesso resta una serie solidissima, capace di intrattenere e divertire senza tempo. Se non l’avete mai vista, recuperatela: scoprirete che dietro Buzz Lightyear si nascondeva già un ottimo attore comico.
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