Questa delicata e struggente pellicola – distribuita in Italia dalla Fandango – diretta dalla cinese Clara Law e scritta dalla stessa regista assieme al connazionale Eddie Ling-Ching Fong, ci racconta la dolce e amara storia della non vedente B.G. (interpretata da una bravissima Rose Byrne) che incappa nel giovane J.M. (Rikiya Kurokawa), un giapponese fanatico della vecchia Citroen DS del 1967, che è arrivato in Australia per comprarne un esemplare visto in rete.
J.M. è un esperto – forse anche troppo – di informatica, affascinato dall’automobile francese vista nel film “Frank Costello faccia d’angelo”, ed è disposto a tutto per averla, e per questo porta con se B.G. come guida – si esatto, una non vedente come guida – nel cuore selvaggio dell’immenso continente.
Ma la trama in realtà non è forse così importante, qui sono sublimi i paesaggi e gli stati d’animo che arrivano dritti a cuore dallo schermo; così come la non vedente B.G. “vede” e osserva il mondo molto meglio del normo dotato J.M..
Un film davvero sorprendente nella suggestiva tradizione, ormai consolidata, del nuovo cinema orientale.
Questa deliziosa pellicola intimista ci racconta della prima grande battaglia della vita, dura e senza esclusione di colpi, che è l’adolescenza. Così seguiamo l’adolescente Oliver (Craig Roberts) che tenta di diventare popolare a scuola e, soprattutto, farà di tutto per conquistare la sua compagna Jordana.
A complicare le cose, però, ci si mette pure l’ex fidanzato della madre che, casualmente, si trasferisce nella casa accanto alla loro, proprio nel culmine di una profonda crisi fra i suoi genitori Jill (Sally Hawkins) e Lloyd (Noah Taylor). Ad Oliver non rimane che ideare astrusi e “diabolici” piani per raggiungere i suoi scopi…
Con chiarissimi richiami a quel genio visionario di Michel Gondry, “Submarine” ci regala davvero 97 minuti di bel cinema.
Prodotto anche da Ben Stiller (che appare in un piccolo cameo come attore di una soap opera) e diretto da Richard Ayoade (interprete, fra le altre cose, della serie “The IT crowd” e, assieme allo stesso Stiller, del demenziale “Vicini del terzo tipo”) “Submarine” è tratto dall’omonimo romanzo di Joe Dunthorne.
Ho scritto omonimo, ma in realtà solo per noi fortunati lettori italiani non è così: perché il romanzo di Dunthorne nel Belpaese è stato tradotto sagacemente: “Breve indagine sotto il pelo dell’acqua”.
Ma tranquilli, l’edizione cartacea è fuori catalogo e reperibile solo nel mondo dell’usato. E vi prego, non parliamo di edizione digitale …è contro Natura!
Dite quello che vi pare, i delitti educati e senza sangue che si consumano (soprattutto quelli delle prime serie) nella ridente – ma in continuo aggiornamento del numero di abitanti… – Cabot Cove mi stregano sempre.
Ho cercato invano, per anni, una maglietta con il logo dello sceriffo di Cabot Cove, ideale per andare a dormire cullato dai ovattati e innocui sogni. E non facciamo troppo i prevenuti, perché a creare l’arzilla vedova scrittrice di fama internazionale, nonché segugio implacabile, sono stati Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link già autori di serie collaudate e di grande successo come “Il tenente Colombo” o “Ellery Queen”.
Come novità, rispetto alle altre, scelsero una donna come protagonista, e chi meglio di una Miss Marple a stelle e strisce?
Il titolo in originale della serie “Murder, She Wrote” richiama direttamente “Murder, She Said”, titolo orignale del film del 1961 “Assassino sul treno”, tratto dal romanzo di Agatha Christie “Istantanea di un delitto” del 1957.
Nel film a vestire i panni della Marple è la fantastica e indimenticabile Margaret Rutherford, mentre l’altrettanto indimenticabile Angela Lansbury – che nonostante la sua incredibile e decennale carriera cinematografica e teatrale legherà in maniera indelebile il suo viso a quello di Jessica Fletcher, nonostante poi sia un’inglese DOC – la interpreta in “Assassino allo specchio” del 1980 accanto a Liz Taylor e Tony Curtis.
Oltre al rebus legato all’individuazione del colpevole, le avventure della nostra Jessicona non hanno molto in comune con quelle frutto della penna di Agatha Christie.
A Cabot Cove, nonostante una continua e inesorabile strage, si vive un’aria serena e domenicale, e spesso subito dopo l’arresto del colpevole – sempre reo confesso e prodigo di spiegazioni dettagliate – ci si fa tutti una bella risata.
Ma chissenefrega, con quella casa sempre perfetta e con quella carta da parati e quelle passamanerie, sono sempre cinquanta minuti ben spesi davanti alla tv, magari sbracati sul divano!
Eccoci alla seconda avventura del detective privato Cormoran Strike, reduce della guerra in Afghanistan e figlio illegittimo della grande rock star Johnny Rockeby, nonché frutto del genio di J. K. Rowling che per lui usa lo pseudonimo di Robert Galbraith.
Forse non avrà la stessa potenza narrativa del primo (“Il richiamo del cuculo”), ma Strike è sempre un eroe tosto e fascinoso che combatte contro le ingiustizie e, soprattutto, contro il feroce dolore che la protesi alla sua gamba (parte della quale è rimasta in Afghanistan) spesso gli procura.
Mettiamoci poi che questo sanguinoso “Baco da seta” è ambientato nel mondo dell’editoria inglese che, come probabilmente tutte le altre editorie planetarie, è pieno di geni ma anche di squali e potenziali assassini.
Parlando di editoria va sottolineato come la Rowling, a differenza di molti famosi autori nostrani per i quali è peccato mortale anche solo pensare al termine “ebook” (accettando però di buon grado che l’edizione digitale del loro ultimo libro abbia vergognosamente lo stesso prezzo, o quasi, di quella cartacea), parli serenamente di edizioni digitali e di auto-pubblicazione on line senza paura di essere fulminata all’istante.
Il debutto dell’inafferrabile Arsenico Lupin III risale al 1967 sulle pagine del settimanale “Futabasha”, frutto del genio del disegnatore Monkey Punch (al secolo Kazuhiko Katō).
Visto il successo del manga, venne deciso di realizzare una serie animata per la televisione in 23 puntate. A dirigerla vennero chiamati Isao Takahata, Masaaka Osumi e il grande Hayao Miyazaki.
Di tutte le successive serie e lungometraggi che vennero prodotti, dedicati al ladro più simpatico della storia, questi 23 episodi sono quelli che preferisco in assoluto. Goemon, Jigen, la prosperosa Fujiko e il grande Zazà Zenigata vivranno mille altre avventure, ma quelle col buon vecchio Arsenico in giacca verde sono le migliori, così come quella del lungometraggio, realizzato sempre dal maestro Miyazaki “Lupin III – Il castello di Cagliostro” del 1979.
Appena finito di vedere questo splendido film – tratto dal libro di Andrew Hodges, scritto da Graham Moore e diretto dal norvegese Morten Tyldum – non sono riuscito a fare a meno di pensare che nel nostro Paese c’è ancora gente che, dietro atteggiamenti perbenisti, dissimula la propria ottusa e meschina omofobia.
Ma torniamo al film: il carattere singolare di Alan Turing (interpretato da uno straordinario Benedict Cumberbatch che molti dicono essersi già prenotato l’Oscar come migliore attore) e soprattutto la sua incredibile genialità lo hanno portato fin dall’infanzia alla solitudine.
E l’essere di origini ebraiche e soprattutto omosessuale (cosa ai suoi tempi contro la legge) lo porteranno a vivere una vita breve, umiliante e desolante.
Questo nonostante abbia fatto una delle cose più grandi del suo tempo: salvare numerose vite umane (circa 14 milioni!) facendo terminare in anticipo la Seconda Guerra Mondiale.
Da vedere a far vedere a scuola, soprattutto a quegli adolescenti così solerti nel commentare o deridere gli altri sui social.
Dopo lo strepitoso “Se mi lasci ti cancello” (che il cielo abbia pietà di colui che ha scelto il titolo in italiano…) Michel Gondry torna a casa e gira a Parigi questo “L’arte del sogno” con protagoniste due star internazionali come Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg.
Chi, per paura di affrontare una delusione d’amore, non si è rifugiato in un sogno pur sapendo che così, molto probabilmente, il treno sarebbe passato senza più tornare?
Fra i più geniali e visionari registi degli ultimi anni, Michel Gondry ci spiega come affrontare e convivere con queste paure intime e profonde.
Da vedere, soprattutto, quando ci si è innamorati di qualcuno che ancora non ci ricambia.
Ogni tanto capita di tornare su un film che ami e scoprire che il tempo non lo ha scalfito. Non perché lo tratti con i guanti bianchi del cinefilo reverente, ma perché certe opere nascono già complete, già definitive in ogni loro parte. “Allegro non troppo” di Bruno Bozzetto è uno di questi film. Ottantacinque minuti splendidi e indimenticabili, scritti insieme a Guido Manuli e a un giovanissimo Maurizio Nichetti, che avrebbe poi debuttato dietro la macchina da presa tre anni dopo con il delizioso “Ratatataplan“.
Parliamoci chiaro: chiunque abbia mai visto “Fantasia” di Walt Disney — quel capolavoro del 1940 che univa musica classica e animazione con un respiro visionario difficile da eguagliare — sa benissimo che l’omaggio di Bozzetto è dichiarato, esplicito, quasi sfacciato nella sua consapevolezza. Ma “Allegro non troppo” non è mai semplice imitazione. È piuttosto il modo in cui un artista italiano, con la sua ironia, la sua malinconia, il suo gusto per il grottesco e per il poetico insieme, trasforma una fonte di ispirazione in qualcosa di completamente proprio. Bozzetto non copia Disney: gli risponde. E lo fa con una voce così personale e così riconoscibile che il confronto, alla fine, smette di essere pertinente.
Il film è strutturato come una serie di animazioni ispirate a grandi brani di musica classica — Vivaldi, Sibelius, Dvorák, Debussy, Ravel, Albinoni — ciascuna con la propria identità visiva e narrativa. Non c’è un filo che le unisce, non c’è un personaggio che attraversa tutto il film. C’è invece una qualità comune, un’atmosfera che le rende tutte riconoscibilmente figlie dello stesso sguardo: la capacità di essere insieme comiche e commoventi, surreali e universali, leggere nella forma e profonde nella sostanza.
Tra tutti i brani animati — e qui devo essere onesto nel dichiarare la mia prospettiva personale — quello che resta inciso nella memoria con maggiore forza è il “Bolero” di Maurice Ravel. Una scimmia che beve una bottiglia di Coca-Cola, e da quella bottiglia abbandonata inizia a germinare la vita. Un pulcino, un bruco, una rana, piccole creature che si moltiplicano e crescono e si trasformano seguendo l’inesorabile accumulo del Bolero, quella costruzione musicale che non concede tregua, che si gonfia e si espande fino all’esplosione finale. Bozzetto ci mette dentro tutto: l’origine del mondo, l’evoluzione della specie, il ciclo della natura, le conseguenze consapevoli e inconsapevoli dei gesti umani. E lo fa con una matita che è allo stesso tempo precisa e libera, scientifica e poetica. È animazione che vale da sola un biglietto del cinema, e ci mancherebbe.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi alle sequenze animate, per quanto straordinarie. Perché “Allegro non troppo” ha un’altra anima, forse quella più originale e meno imitabile: gli intervalli in bianco e nero girati dal vivo all’interno di un grande teatro vuoto, magnificamente onirici nella loro atmosfera sospesa tra il reale e il surreale.
In questo teatro si muovono personaggi che sembrano usciti da un sogno buffo e malinconico insieme. C’è un direttore d’orchestra feroce e spietato, di quelli che trattano i musicisti come materia da plasmare a proprio piacimento. C’è un’orchestra composta da arzille musiciste attempate, con le loro facce rugose e i loro strumenti e i loro segreti. C’è un presentatore scalcinato e vanaglorio che introduce le animazioni con la solennità di chi si sente molto più importante di quanto sia — e Maurizio Micheli lo interpreta con una bravura che trasforma ogni sua apparizione in una piccola perla di comicità raffinata. E poi c’è lui: il disegnatore muto, interpretato da un giovane Nichetti con quella fisicità sgraziata e tenera che diventerà la sua cifra stilistica, molto simile al personaggio che avrebbe portato sullo schermo in “Ratatataplan”. Un uomo che non parla ma comunica tutto con il corpo, con gli occhi, con il modo in cui si muove in questo teatro vuoto e si innamora della bella ragazza delle pulizie.
Quella storia d’amore silenziosa, sullo sfondo di un mondo sontuoso e volutamente artificiale, ha qualcosa di chapliniano. Non è un paragone buttato lì per alzare il tono: è un’osservazione precisa su come Nichetti attore — e Bozzetto regista nel guidarlo — sapesse già allora che la comicità più vera nasce dal corpo, dal gesto, dalla capacità di dire con un’occhiata quello che cento parole non riuscirebbero a esprimere.
E pensare che Bozzetto aveva contatto Claudio Abbado per il ruolo serio e professionale del direttore d’orchestra, sulla falsa riga di “Fantasia”, ma che solo pochi giorni prima dell’inizio delle riprese Manuli e Nichetti ebbero l’intuizione dell’orchestra composta da anziane musiciste, vittime di un feroce e arcigno direttore, che poi i tre svilupparono nel teatro vecchio, vuoto e in bianco e nero.
“Allegro non troppo” è un’opera straordinaria, irriverente e geniale. Uno di quei dieci film che chiunque dovrebbe portare con sé sull’isola deserta, non solo per rivederselo quando l’umore è grigio, ma perché contiene qualcosa di essenziale su cosa può fare il cinema quando è nelle mani di chi lo ama davvero.
E sì: da far vedere a scuola. Non come compito, non come dovere culturale. Ma come regalo.
Per la chicca: la figlia di John Lasseter, fondatore della Pixar, si è laureata scrivendo una tesi proprio sull’opera di Bozzetto.
Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloudCastopodSpotifyYouTube e Amazon Music.
Non sono molti i film che parlano della Germania vittima della Germania, ovvero di quella parte della popolazione tedesca che, nel proprio piccolo, cercò in tutti i modi possibili di arginare o limitare la follia sanguinaria del Terzo Reich.
Come questo film diretto da Brian Percival – ispirato al best seller del 2005 “La bambina che salvava i libri” dell’australiano Marcus Zusak – che, grazie anche alle splendide interpretazioni dei protagonisti – fra cui spiccano Geoffrey Rush, Emily Watson e Sophie Nélisse – ci racconta la storia della dodicenne Liesel, abbandonata dalla madre, e adottata da Rosa e Hans Hubermann.
Nella nuova famiglia Liesel imparerà a leggere e ad amare i libri, ma siamo in Germania alle soglie della Seconda Guerra Mondiale…
Davvero un bel film di formazione, che ci ricorda – e non è mai abbastanza – l’orrore della guerra e delle discriminazioni.
L’era digitale ci sta regalando ottimi film d’animazione oltre a quelli della Pixar.
Fra questi ci metto senza dubbio alcuno “Cativissimo Me” sia il primo, ma soprattutto il secondo per il ruolo più cruciale, rispetto al primo, dei Minions, i goffi pasticcioni e irresistibili assistenti di Gru.
E nel finale del secondo andiamo oltre, con una vera e propria clip nella migliore tradizione delle più “cafone” e virili boyband degli ultimi decenni, i Minions cantano la storia d’amore dei protagonisti.
E sempre nella migliore della tradizioni delle più importanti boyband il testo la fa da padrona, eccolo a beneficio dei più critici: