“Allegro non troppo” di Bruno Bozzetto

(Italia, 1976)

Ogni tanto capita di tornare su un film che ami e scoprire che il tempo non lo ha scalfito. Non perché lo tratti con i guanti bianchi del cinefilo reverente, ma perché certe opere nascono già complete, già definitive in ogni loro parte. “Allegro non troppo” di Bruno Bozzetto è uno di questi film. Ottantacinque minuti splendidi e indimenticabili, scritti insieme a Guido Manuli e a un giovanissimo Maurizio Nichetti, che avrebbe poi debuttato dietro la macchina da presa tre anni dopo con il delizioso “Ratatataplan“.

Parliamoci chiaro: chiunque abbia mai visto “Fantasia” di Walt Disney — quel capolavoro del 1940 che univa musica classica e animazione con un respiro visionario difficile da eguagliare — sa benissimo che l’omaggio di Bozzetto è dichiarato, esplicito, quasi sfacciato nella sua consapevolezza. Ma “Allegro non troppo” non è mai semplice imitazione. È piuttosto il modo in cui un artista italiano, con la sua ironia, la sua malinconia, il suo gusto per il grottesco e per il poetico insieme, trasforma una fonte di ispirazione in qualcosa di completamente proprio. Bozzetto non copia Disney: gli risponde. E lo fa con una voce così personale e così riconoscibile che il confronto, alla fine, smette di essere pertinente.

Il film è strutturato come una serie di animazioni ispirate a grandi brani di musica classica — Vivaldi, Sibelius, Dvorák, Debussy, Ravel, Albinoni — ciascuna con la propria identità visiva e narrativa. Non c’è un filo che le unisce, non c’è un personaggio che attraversa tutto il film. C’è invece una qualità comune, un’atmosfera che le rende tutte riconoscibilmente figlie dello stesso sguardo: la capacità di essere insieme comiche e commoventi, surreali e universali, leggere nella forma e profonde nella sostanza.

Tra tutti i brani animati — e qui devo essere onesto nel dichiarare la mia prospettiva personale — quello che resta inciso nella memoria con maggiore forza è il “Bolero” di Maurice Ravel. Una scimmia che beve una bottiglia di Coca-Cola, e da quella bottiglia abbandonata inizia a germinare la vita. Un pulcino, un bruco, una rana, piccole creature che si moltiplicano e crescono e si trasformano seguendo l’inesorabile accumulo del Bolero, quella costruzione musicale che non concede tregua, che si gonfia e si espande fino all’esplosione finale. Bozzetto ci mette dentro tutto: l’origine del mondo, l’evoluzione della specie, il ciclo della natura, le conseguenze consapevoli e inconsapevoli dei gesti umani. E lo fa con una matita che è allo stesso tempo precisa e libera, scientifica e poetica. È animazione che vale da sola un biglietto del cinema, e ci mancherebbe.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi alle sequenze animate, per quanto straordinarie. Perché “Allegro non troppo” ha un’altra anima, forse quella più originale e meno imitabile: gli intervalli in bianco e nero girati dal vivo all’interno di un grande teatro vuoto, magnificamente onirici nella loro atmosfera sospesa tra il reale e il surreale.

In questo teatro si muovono personaggi che sembrano usciti da un sogno buffo e malinconico insieme. C’è un direttore d’orchestra feroce e spietato, di quelli che trattano i musicisti come materia da plasmare a proprio piacimento. C’è un’orchestra composta da arzille musiciste attempate, con le loro facce rugose e i loro strumenti e i loro segreti. C’è un presentatore scalcinato e vanaglorio che introduce le animazioni con la solennità di chi si sente molto più importante di quanto sia — e Maurizio Micheli lo interpreta con una bravura che trasforma ogni sua apparizione in una piccola perla di comicità raffinata. E poi c’è lui: il disegnatore muto, interpretato da un giovane Nichetti con quella fisicità sgraziata e tenera che diventerà la sua cifra stilistica, molto simile al personaggio che avrebbe portato sullo schermo in “Ratatataplan”. Un uomo che non parla ma comunica tutto con il corpo, con gli occhi, con il modo in cui si muove in questo teatro vuoto e si innamora della bella ragazza delle pulizie.

Quella storia d’amore silenziosa, sullo sfondo di un mondo sontuoso e volutamente artificiale, ha qualcosa di chapliniano. Non è un paragone buttato lì per alzare il tono: è un’osservazione precisa su come Nichetti attore — e Bozzetto regista nel guidarlo — sapesse già allora che la comicità più vera nasce dal corpo, dal gesto, dalla capacità di dire con un’occhiata quello che cento parole non riuscirebbero a esprimere.

E pensare che Bozzetto aveva contatto Claudio Abbado per il ruolo serio e professionale del direttore d’orchestra, sulla falsa riga di “Fantasia”, ma che solo pochi giorni prima dell’inizio delle riprese Manuli e Nichetti ebbero l’intuizione dell’orchestra composta da anziane musiciste, vittime di un feroce e arcigno direttore, che poi i tre svilupparono nel teatro vecchio, vuoto e in bianco e nero.

“Allegro non troppo” è un’opera straordinaria, irriverente e geniale. Uno di quei dieci film che chiunque dovrebbe portare con sé sull’isola deserta, non solo per rivederselo quando l’umore è grigio, ma perché contiene qualcosa di essenziale su cosa può fare il cinema quando è nelle mani di chi lo ama davvero.

E sì: da far vedere a scuola. Non come compito, non come dovere culturale. Ma come regalo.

Per la chicca: la figlia di John Lasseter, fondatore della Pixar, si è laureata scrivendo una tesi proprio sull’opera di Bozzetto.

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