“Hamnet – Nel nome del figlio” di Chloé Zhao

(USA/UK, 2025)

Ci sono film che parlano di morte ma parlano davvero di vita. Non quelli che la morte la mostrano con dolore studiato a tavolino e musiche che ti dicono quando piangere, ma quelli che la morte la lasciano sedere in silenzio accanto ai personaggi, come una presenza che non se ne va ma con la quale, faticosamente, si impara a condividere lo spazio. “Hamnet” di Chloé Zhao è uno di questi. E lo capisci fin dai primi istanti, quando la macchina da presa accarezza l’Inghilterra elisabettiana con quella luce naturale, quasi pittorica, che la regista cinese americana usa come firma stilistica fin dai tempi dello splendido “Nomadland“.

Il punto di partenza è il romanzo di Maggie O’Farrell, un libro che ha trascinato milioni di lettori dentro la storia vera, o almeno verosimile, di Agnes Hathaway e suo marito, uno scrittore che a Stratford-upon-Avon tutti chiamano ancora semplicemente Will. Non William Shakespeare, non il mito, non l’icona. Solo Will. Un marito giovane, un padre presente ma distratto, un uomo che lavora le parole come si lavora la creta ma che non riesce sempre a trovare quelle giuste per le persone che ama. Zhao lo capisce e lo fa capire: il genio non è scudo contro il dolore, anzi a volte è il modo più sofisticato per non saperlo reggere.

I suoi due piccoli gemelli, Judith e Hamnet, vengono assaliti dalla peste. Ed è intorno a questa sentenza implacabile che il film costruisce la sua architettura emotiva, partendo dal prima, rallentando il durante, e continuando con il dopo. Perché la morte dei figli non finisce. Resta lì, occupa spazio, ridisegna i confini di ogni cosa: i gesti quotidiani, i silenzi a tavola, le notti insonni, il modo in cui due persone smettono di guardarsi negli occhi perché in quegli occhi rivedono troppo.

E qui entra in scena Jessie Buckley.

Bisognerebbe trovare il coraggio di dire che ci sono interpretazioni che rendono quasi superflua la critica. Non perché la critica non serva, ma perché di fronte a certe prove attoriali ci si ritrova a fare esattamente quello che io di solito non amo: guardare in silenzio, senza mediazioni. Buckley costruisce Agnes come se non stesse costruendo nulla. La osservi e pensi: questa donna esiste, respira, ha memoria nel corpo oltre che nella testa.

È un’attrice che appartiene alla tradizione delle grandi interpreti anglosassoni capaci di portare sullo schermo una complessità morale e psicologica che non ha bisogno di didascalie. Come Rachel Roberts de “Io sono un campione” di Lindsay Anderson, Maggie Smith di “La strana voglia di Jean” di Ronald Neame o Cate Blanchett in “Blue Jasmine” di Woody Allen, ma con forse qualcosa di più selvatico, di meno addomesticato. Agnes nel corpo di Buckley non è la moglie del genio, non è la donna sacrificata sull’altare della gloria altrui. È una persona intera, che raccoglie erbe curative e le usa con sapienza antica, che ama con una intensità che spaventa chi le sta accanto, che affronta il lutto con una resistenza silenziosa e ostinata che fa molto più paura delle lacrime.

La regia di Zhao porta qui tutta la sensibilità maturata nel cinema americano dei grandi spazi e dei margini della società, ma la adatta a un paesaggio interiore europeo, stratificato di significati storici e letterari. Le sue inquadrature trovano la trascendenza nel quotidiano: una cucina dove si taglia il pane, un campo di lavanda che il vento piega, le mani di una madre che si muovono nella casa ormai troppo silenziosa. Non c’è retorica, non c’è magnificenza operistica. C’è la vita che continua anche quando non dovrebbe, o forse proprio perché non può fare altro.

Il film affronta anche il tema del rapporto tra vita e creazione artistica senza cadere nella trappola agiografica. Il Will di questo film non è Shakespeare come lo immaginiamo: non è il bardo che sa già di essere il bardo. È un uomo che usa la scrittura anche per elaborare ciò che non riesce a dire in un’altra lingua. L’Amleto che nascerà da questa tragica esperienza è anche un modo per restituire al figlio una forma di eternità che la vita gli ha negato. Il nome cambiato di una lettera, il teatro come tomba e resurrezione insieme.

“Hamnet” non è un film facile. È lento nel senso nobile del termine, quello che richiede presenza e disponibilità, che non regala scorciatoie emotive ma costruisce il suo effetto con pazienza e precisione. Chi cerca una storia tradizionale di perdita e redenzione troverà un film che sfugge a ogni schema narrativo prevedibile. Chi è disposto a seguire Agnes nel suo dolore senza guida e senza conforto troverà qualcosa di raro: un film che tratta il lutto con lo stesso rispetto silenzioso che meriterebbe nella vita vera.

Jessie Buckley dovrebbe essere ricordata a lungo per questo ruolo. Da ricordare anche le interpretazioni di Emily Watson nei panni di Mary, la suocera di Agnes, e del piccolo Jacobi Jupe in quelli di Hamnet. E Chloé Zhao conferma che il suo cinema ha trovato una propria voce capace di parlare del tempo, della perdita e della bellezza con una coerenza rara. Fra i produttori di questa pellicola ci sono anche Steven Spielberg e Sam Mendes.

“Hamnet – Nel nome del figlio” è uno di quei film che ti lasciano addosso qualcosa che non sai esattamente nominare, ma che riconosci ogni volta che torni a pensarci.

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“La sposa cadavere” di Mike Johnson e Tim Burton

(USA/UK, 2005)

Tim Burton è davvero un geniaccio visionario, e ha iniziato la sua carriera come disegnatore e animatore per la Disney. Cresciuto guardando i più classici B movie anni Cinquanta e Sessanta, shakera in maniera sublime queste sue due anime, regalandoci spesso pellicole indimenticabili come questa “La sposa cadavere” girata in stop-motion.

Proprio le sue due anime vengono richiamate simbolicamente all’inizio del film, quando sui titoli di testa appare un gatto del tutto simile a Vincent, il protagonista del suo primo cortometraggio datato 1982. Così come quando Victor e Victoria si incontrano per la prima volta, lui suona un pianoforte marca “Harryhausen”, marca che è un omaggio al genio degli effetti speciali e dei mostri cinematografici più inquietanti dei film anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta Ray Harryhausen.

Per scrivere la sceneggiatura John August, Pamela Pettler e Caroline Thompson si basano sui personaggi creati dallo stesso Burton assieme a Carlo Grangel (disegnatore e animatore di film come “Madagascar”, “Kung Fu Panda”, “Bee Movie” e “Hotel Transylvania”) che a loro volta prendono spunto da un racconto folkloristico della cultura ebraica del Seicento.

I Van Dort possiedono una pescheria grazie alla quale sono diventati la famiglia più ricca del paese. L’unica cosa che gli manca è far dimenticare le umili origini dalle quali la signora e il signor Van Dort provengono. Gli Everglot, invece, sono la famiglia più blasonata del paese, ma che però è ormai sul lastrico. Per assecondare le rispettive esigenze, le due famiglie organizzano un matrimonio combinato fra i rispettivi figli unici: Victor Van Dort (che nella versione originale è doppiato da Johnny Depp) e Victoria Everglot (Emily Watson).

Ma il carattere timido e impacciato di Victor cozza con la rigida formalità che un evento del genere esige, e così il ragazzo preso dal panico fugge nel bosco. Lì, suo malgrado, risveglierà il cadavere di Emily (Helena Bonham Carter) una giovane donna uccisa il giorno del suo matrimonio…      

Come capita spesso, Burton ci racconta una storia dove i mostri più orrendi non sono i cadaveri che riprendono vita, ma i vivi eleganti e di bell’aspetto…

Da vedere.  

Per la chicca: il personaggio di Bonejangles, lo scheletro che cantando e ballando accoglie Victor nel regno dei morti, è ispirato al grande Sammy Davis Jr.

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“Storia di una ladra di libri” di Brian Percival

(USA/Germania, 2013)

Non sono molti i film che parlano della Germania vittima della Germania, ovvero di quella parte della popolazione tedesca che, nel proprio piccolo, cercò in tutti i modi possibili di arginare o limitare la follia sanguinaria del Terzo Reich.

Come questo film diretto da Brian Percival – ispirato al best seller del 2005 “La bambina che salvava i libri” dell’australiano Marcus Zusak – che, grazie anche alle splendide interpretazioni dei protagonisti – fra cui spiccano Geoffrey Rush, Emily Watson e Sophie Nélisse – ci racconta la storia della dodicenne Liesel, abbandonata dalla madre, e adottata da Rosa e Hans Hubermann.

Nella nuova famiglia Liesel imparerà a leggere e ad amare i libri, ma siamo in Germania alle soglie della Seconda Guerra Mondiale…

Davvero un bel film di formazione, che ci ricorda – e non è mai abbastanza – l’orrore della guerra e delle discriminazioni.