In questo film possiamo goderci la più grande interpretazione di Michael Douglas degli ultimi anni, premiato non a caso con un Golden Globe (era fuori la corsa all’Oscar perché in USA il film è stato trasmesso in televisione).
Lo stesso attore che ha impersonato il detective Nick Curran in “Basic Instinct” e Gordon Gekko in “Wall Street” ci regala il ritratto controverso di Liberace, uno degli artisti più famosi ed eccentrici dell’America della seconda metà del Novecento, palesemente omosessuale ma non ufficialmente – e questo in quegli USA faceva la sua differenza – in una performance paragonabile solo a quella inarrivabile di Ugo Tognazzi in “Splendori e miserie di Madame Royale” diretto da Vittorio Caprioli nel 1970.
Strepitoso, come sempre, anche Matt Damon che veste i panni del toy-boy Scott Thorson, che poi pubblicherà la sua autobiografia da cui è tratto il film.
Che Terry Gilliam sia uno dei registi più visionari degli ultimi cinquant’anni è un dato di fatto. Uno che ha attraversato il cinema con quella capacità unica di mescolare sogno e incubo, realtà e allucinazione, senza mai perdere il filo di un discorso preciso sul mondo che abitiamo. E che questo fantascientifico e apocalittico film sia uno dei migliori del suo decennio, pure. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa che va oltre la semplice constatazione della qualità: c’è un’urgenza, una disperazione visiva che ti prende alla gola e non ti molla fino ai titoli di coda.
La storia la conosciamo, almeno nelle sue linee essenziali. Nel 2035 un virus ha sterminato il 99% della popolazione mondiale. I sopravvissuti vivono sottoterra, in una prigione che è insieme rifugio e condanna. James Cole, interpretato da un Bruce Willis lontano anni luce dai suoi personaggi muscolari, viene scelto per un viaggio nel tempo. La missione: tornare al 1996, trovare l’origine del virus, raccogliere informazioni che permettano agli scienziati del futuro di trovare una cura. Semplice, no? Peccato che niente, in un film di Gilliam, sia mai semplice.
Il riferimento dichiarato è “La Jetée”, quel capolavoro di ventotto minuti che il francese Chris Marker realizzò nel 1962 costruendo un intero film con fotografie fisse, una voice over ipnotica e una storia d’amore impossibile tra le pieghe del tempo. Marker aveva creato qualcosa di unico: un film fotografico che parlava di memoria, di tempo circolare, di destino ineluttabile. E ancora oggi, a ben oltre sessant’anni di distanza, mantiene tutto il suo fascino drammatico e quella capacità di farti sentire il peso schiacciante di un futuro già scritto.
Gilliam prende quella struttura essenziale e la esplode in un delirio visivo barocco, claustrofobico, pieno di quella plastica sporca e opprimente che è diventata la sua firma. Ma non tradisce lo spirito dell’originale. Anzi, lo amplifica, lo porta su un altro livello. Perché quello che interessa a Gilliam non è la fantascienza come genere di evasione, ma come strumento per raccontare l’oggi, le nostre paure, i nostri deliri collettivi.
Le immagini del film sono un pugno nello stomaco. Il sottosuolo del futuro è un labirinto di tubi, metallo arrugginito, luci al neon che tremolano. Non c’è nulla di pulito, di asettico come nella fantascienza patinata. Qui tutto è sporco, vissuto, disperato. Gilliam costruisce un mondo dove la tecnologia non ha portato progresso ma solo una nuova forma di prigionia. E quando Cole viene catapultato nel passato – o forse dovremmo dire nel nostro presente – la follia non diminuisce, cambia solo forma.
La genialità è anche nel modo in cui Gilliam rende indistinguibili realtà e delirio. Cole è pazzo? È davvero un viaggiatore nel tempo o è solo un malato mentale con una storia inventata? E noi spettatori, da che parte stiamo? La macchina da presa ci inganna continuamente, ci fa vedere cose che potrebbero essere vere o potrebbero essere solo nella testa del protagonista. È un gioco pericoloso che Gilliam conduce con maestria assoluta.
Bruce Willis qui è straordinario. Qui c’è un uomo perso, terrorizzato, sempre sanguinante, sempre sul punto di crollare. Gli occhi spalancati di chi ha visto troppo, il corpo provato di chi ha vissuto troppo. È un antieroe perfetto per un film che non ha eroi, solo vittime di un meccanismo più grande di loro.
E poi c’è Madeleine Stowe, nella parte della dottoressa Kathryn Railly, psichiatra che si trova coinvolta in questa spirale temporale contro la sua volontà. Gilliam le regala alcuni dei momenti più struggenti del film. L’amore che nasce tra lei e Cole è impossibile, condannato in partenza, ma proprio per questo ancora più potente. È un amore che sfida il tempo stesso, che si aggrappa disperatamente a momenti rubati sapendo che non c’è futuro, che non ci può essere. La scena finale, quella in aeroporto, con Kathryn che corre mentre capisce cosa sta per succedere – e naturalmente non aggiungo altro… – è di una bellezza devastante. È cinema puro, emozione allo stato cristallino.
Ma forse l’interpretazione più indimenticabile è quella di Brad Pitt. Il giovane Brad, ancora lontano dalle icone patinate che diventerà, azzecca totalmente la parte di Jeffrey Goines, lo schizofrenico esaltato figlio di un potente scienziato. È un personaggio che potrebbe facilmente scadere nella macchietta, in una interpretazione sopra le righe fine a se stessa. Invece Pitt lo rende terribilmente credibile, quasi profetico. I suoi deliri paranoici sul consumismo, sulla distruzione dell’ambiente, sulla follia collettiva della nostra società, risuonano con una verità inquietante. È pazzo, sì, ma è anche l’unico che sembra vedere chiaramente dove stiamo andando.
“L’esercito delle 12 scimmie” non è solo un film sulla fantascienza e sui viaggi nel tempo. È un film sulla memoria, sulla follia, sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso in un mondo dove le immagini ci bombardano continuamente. È un film sulla paura della fine, sull’apocalisse che sentiamo arrivare ma che non riusciamo a fermare. E, soprattutto, è un film sull’amore impossibile, sull’umanità che resiste anche quando tutto sembra perduto.
Gilliam ci racconta che forse siamo già pazzi, forse viviamo già in un manicomio globale dove i ruoli di sano e malato si sono invertiti. E lo fa senza predicare, senza slogan facili, semplicemente mostrandoci un mondo – anzi, due mondi, quello del presente e quello del futuro – che sono specchi deformanti l’uno dell’altro.
A oltre trent’anni dalla sua uscita, il film mantiene intatta tutta la sua forza visionaria. Anzi, paradossalmente, sembra ancora più attuale. Perché quel virus che sterminava l’umanità non ci sembra più così impossibile, non dopo quello che abbiamo vissuto. E quella sensazione di impotenza di fronte a forze più grandi di noi, quella paranoia diffusa, quella difficoltà a distinguere verità e menzogna, sono diventate parte del nostro quotidiano.
Gilliam ha creato un capolavoro che sta lì, scomodo, disturbante, bellissimo. Un film che ci ricorda che il cinema può ancora essere visionario, può ancora raccontare il nostro tempo attraverso storie impossibili, può ancora commuoverci e spaventarci nello stesso istante. E questo, in un’epoca di franchising prevedibili e sequel inutili, è un dono prezioso che non possiamo permetterci di dimenticare.
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Se all’incirca il 13% dei maggiori blockbuster hollywoodiani porta la firma di Steven Spielberg e George Lucas ci sarà un motivo!
E quando il primo decide di realizzare un’idea del secondo, le cose diventano ancora più spettacolari, e “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta” è il migliore degli esempi.
Spielberg riesce a portare sul grande schermo la storia geniale creata da Lucas, scritta insieme a Philip Kaufman e Lawrence Kasdan, sul professore universitario e archeologo d’azione che deve combattere i nazisti, creando un nuovo linguaggio visivo che cambia per sempre il cinema d’avventura.
Il tutto farcito con una deliziosa e sorniona ironia che con il passare degli anni non perde un colpo.
Non voglio parlare dei sequel, fra cui l’unico all’altezza è “Indiana Jones e l’ultima crociata”, per non rovinare tutto (del quarto merita un pensiero solo l’affascinante caschetto nero della bella e crudele Cate Blanchett).
E pensare che per il ruolo da protagonista Spielberg voleva Tom Selleck, che però si era appena impegnato in maniera esclusiva nella serie “Magnum P.I.”, e Harrison Ford fu una sorta di “ripiego” suggerito da Lucas…
Quanto questo film ha inciso nell’immaginario collettivo? …Dopo averlo visto, dite la verità, i ruderi maya non sono più gli stessi!
Questo docufilm, premiato con il Leone d’Oro lo scorso anno, ci dona una ritratto di Roma degno di quelli che hanno firmato Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e Ettore Scola.
Definirlo un semplice documentario è sinceramente troppo riduttivo, anche se ogni fotogramma è stato rubato direttamente dalla realtà.
E qui non ho la minima intenzione di impegolarmi in una discussione filosofica sul documentario, che secondo alcuni falsa la realtà per il solo fatto di riprenderla…
Ma bando alla ciance, e godiamoci questa bella pellicola sull’affascinante e viva “grande bellezza” delle periferie romane.
Questo è uno dei film che porterei sull’isola deserta.
Già quando lo vidi la prima volta al cinema, e tutte le volte che poi lo rivedo – anche se la sua programmazione è davvero e inspiegabilmente rara – mi lascia, nel bene e nel male, frastornato per ore.
Kevin Smith scrive e dirige una delle migliori commedie (non solo sentimentali) degli anni Novanta, con un bravo Ben Affleck e una bravissima e fascinosissima Joey Lauren Adams, che mette allo scoperto le paure e le ossessioni – troppo spesso stupide e infantili – che rischiano di compromettere l’amore vero.
Ossessioni a cui soprattutto noi uomini “virili” diamo stoltamente sempre troppo credito.
Ambientato nel mondo dei comics americani, “In cerca di Amy” ha un altro grande merito: quello di raccontare, senza false ipocrisie o stupidi preconcetti, il mondo gay e lesbo che deve confrontarsi quotidianamente con quello etero.
Per la chicca: Kevin Smith appare nel film nei panni del mitico Silent Bob, e sarà lui a spiegarci chi e quando si è …in cerca di Amy.
Da far vedere nelle scuole, soprattutto agli adolescenti che si affacciano per la prima volta nel mondo dell’amore e del sesso.
Negli Stati Uniti la figura dello speaker cinematografico è giustamente riconosciuta e pubblicamente apprezzata, al contrario che da noi dove dei doppiatori, molto spesso e salvo alcune rare eccezioni, si ignora il nome oltre che il volto.
Ho usato il termine speaker e non doppiatore perché in USA i film stranieri non sono quasi mai doppiati, ma le “voci” al cinema ci sono lo stesso, come ad esempio nei trailer e negli spot.
Ed è proprio in questo singolare quanto poco conosciuto mondo che Lake Bell ambienta questa divertente e insolita commedia.
In un mondo (e qui mi rifaccio pari pari al titolo originale) in cui le donne hanno poco spazio, una giovane figlia d’arte prova a sfidare i suoi colleghi maschi…
D’altronde, pensandoci bene anche da noi è così: quanti trailer cinematografici narrati da una voce femminile vi vengono in mente?
E infine, per la fredda cronaca, la regista nonché protagonista del film Lake Bell è stata premiata al Sundance Film Festival.
Simon Grim è un introverso e patologicamente timido netturbino che vive con la madre e la sorella. La sua vita cambierà per sempre quando uno sconosciuto prenderà in affitto il sottoscala della casa in cui vive.
Henry, il nuovo inquilino, è un sedicente scrittore che convince Simon a liberare la parte creativa repressa nel suo profondo, donandogli un blocco e una matita per scrivere poesie. Cosa che avrà conseguenze inimmaginabili…
Hal Hartely, considerato fra i maggiori esponenti del cinema indipendente americano, firma una black-commedy d’avanguardia, premiata al Festival di Cannes come migliore sceneggiatura.
Talmente d’avanguardia che, fra le altre cose, anticipa la Primavera Digitale: quello che diventerà poi l’editore del protagonista viene presentato nel suo ufficio mentre si confronta con alcuni suoi collaboratori per capire e affrontare l’enorme cambiamento che a breve arriverà nell’editoria mondiale grazie all’avvento della lettura attraverso i computer e i portatili: siamo nel 1997!!!
Qui parliamo di uno stratosferico cast artistico con i due premi Oscar Meryl Streep e Julia Roberts affiancate da Sam Shepard, Ewan McGregor, Juliette Lewis, Benedict Cumberbach oltre ad altri grandi attori – soprattutto di teatro – meno noti in Italia come Margo Martindale e Chris Cooper.
Il tutto diretto da John Wells, creatore e regista della serie “E.R. – Medici in prima linea” ispirata ai racconti di Michael Crichton.
Ma non basta! La sceneggiatura è tratta dall’opera teatrale vincitrice del premio Pulitzer nel 2008 “Agosto: foto di famiglia” scritta da Tracy Letts.
Sulla deflagrazione di una famiglia dopo “Natale in casa Cupiello” del grande Eduardo De Filippo era davvero difficile aggiungere qualcosa di nuovo, ma Letts – autore anche della sceneggiatura cinematografica – ci riesce, e pure bene.
Mettiamoci poi la bravura stellare della Streep che riesce anche ad essere affascinante nei panni di una malata di cancro con parruccone e occhiali neri, e quella della Roberts che – da grande attrice – invecchia appositamente arrotondandosi le curve e mostrando un’insopportabile ricrescita.
Insomma, un grande film da vedere e godere fotogramma per fotogramma.
La biografia di Peter Sellers racconta di come l’attore abbia dovuto penare per molti anni prima di poter portare sullo schermo il romanzo “Oltre il giardino” scritto nel 1970 da Jerzy Kosinski, visto che si sentiva nel profondo portato a dare vita al suo protagonista Chance, ma nessun produttore era disposto a realizzare un film così tagliente con lui, icona della commedia leggera e per famiglie.
Ma se abbiamo dovuto aspettare tanto, comunque ne è valsa la pena! Hal Ashby, uno dei migliori registi “off Hollywood” di quegli anni, oltre a Sellers, dirige un cast strepitoso fra cui spiccano la bellissima e bravissima Shirley MacLaine e il grande “vecchio” Melvyn Douglas, che vince l’Oscar come miglior attore non protagonista.
Con tutto il rispetto per Douglas, grida ancora vendetta la mancata statuetta a Sellers – che era candidato come miglior attore protagonista – che in questo film sfodera la sua più grande interpretazione regalandoci un personaggio indimenticabile e simbolo dei suoi tempi più di tanti saggi o articoli.
L’attore inglese pagò l’essere sempre visto come un semplice comico/clown (nel pieno rispetto delle due arti) e per questo molti considerarono la sua strepitosa interpretazione come qualcosa di casuale.
Ovviamente non era così: Sellers era un animale da palcoscenico e da macchina da presa come ce ne sono stati pochi altri.
Per comprenderlo meglio consiglio di vedere il film biografico “Tu chiamami Peter” di Stephen Hopkins con un grande Geoffrey Rush nei panni di Perter Sellers.
Tornando al film, ci sarebbe da commentare le mille battute e situazioni irresistibili che formano un fantastico crescendo, ma io rimango ogni volta estasiato anche dai ciak scartati e senza sonoro che Ashby usa come sfondo ai titoli di coda: memorabili.
Alcuni trovarono, all’uscita del film, la scena finale troppo surreale, ma quando un paio d’anni dopo salì alla Casa Bianca Ronald Reagan in molti – dicono le malelingue – …furono costretti a ricredersi.
Questo capolavoro nato dal genio di Tim Burton è uno dei venticinque (venti sono troppo pochi, figuratevi dieci!) film da portare sull’isola deserta.
Diretto da un esperto del genere come Henry Selick (che qualche anno dopo firmerà un altro bel film come “Coraline e la porta magica”) “Nightmare Before Christmas” ci porta nelle inquietanti e allo stesso tempo tenere atmosfere gotiche burtaniane tipiche della notte di Ognissanti; condite con le musiche scritte e interpretate – nella versione inglese – da un altro genio quale Danny Elfman (leader degli Oingo Boingo prima di diventare autore di colonne sonore spesso candidate all’Oscar come quelle di “Will Hunting”, “Men in Black”, “Big Fish” e “Milk”).
Ma noi italiani abbiamo avuto una fortuna in più: il grande artista geniale Renato Zero (e guai a chi me lo tocca!) ha tradotto e interpretato le canzoni del film nella versione italiana.
Nel vedere le due versioni non esistono dubbi: Renato Zero tutta la vita! D’altronde il cane di Jack Skeletron si chiama proprio Zero…