Alla fine dello scorso millennio il regista francese Luc Besson dirige il film più costoso mai girato in Europa – fino a quel momento – riscuotendo al botteghino un successo clamoroso.
Con una storia classica e universale che Besson ha anche il merito di raccontare con estro, maestria e originalità, “Il quinto elemento” è uno dei film di fantascienza più riusciti degli ultimi anni.
Alla soglia, dopo cinquemila anni, del ritorno nell’universo del male assoluto, l’ex soldato delle truppe speciali della Galassia e ora tassista Korben Dallas (Bruce Willis) incappa casualmente in Leeloo (Milla Jovovich).
La ragazza, frastornata, è il Quinto Elemento, l’unica cosa in grado di fermare il male assoluto che già ai confini della galassia ha iniziato a minacciare la vita. Leeloo è tornata sulla Terra, dopo tanto tempo, per salvarla…
Godibilissima pellicola ricca di effetti speciali, gag e camei con la quale Besson dimostra che anche da questa parte dell’oceano siamo in grado di fra film spettacolari. Come sempre il cineasta francese racconta una donna molto speciale.
La Dreamworks – nata da un’idea del genio di George Lucas – è l’unica casa di produzione di animazione digitale che riesce davvero a competere con la Pixar. Nel corso degli anni sono riusciti, infatti, a creare lungometraggi di alta qualità come questo “La gang del bosco”.
RJ (la cui voce italiana è quella di Luca Ward) è un procione solitario che vive di piccoli espedienti. Ma una sera di primavera commette l’errore di rubare le riserve di cibo al feroce orso Vincent, che sveglia aprendo un pacco di infingarde Tuberine. Per non essere ucciso RJ promette di riportare all’orso tutte le vettoglie rubate, che nel frattempo sono andate perdute.
L’impresa sembra impossibile per un solo procione, ma RJ incapperà in un gruppo di animali ingenui che lo aiuteranno loro malgrado e in buona fede. Ma la bontà è spesso – e fortunatamente – “infettiva”…
Nel cast originale la voce di RJ è quella di Bruce Willis, coadiuvato da Steve Carell, William Shatner, Nick Nolte, Eugene Levy e Avril Lavigne. Nella nostra versione, oltre a Ward, va ricordato Pupo che da doppiatore consumato dona la voce allo scoiattolo iperattivo Hammy, doppiato in originale da Carell.
Scritta da Karey Kirkpatrick, Len Blum, Lorne Cameron e David Hoselton, questa pellicola è davvero un gioiellino.
Che Terry Gilliam sia uno dei registi più visionari degli ultimi cinquant’anni è un dato di fatto. Uno che ha attraversato il cinema con quella capacità unica di mescolare sogno e incubo, realtà e allucinazione, senza mai perdere il filo di un discorso preciso sul mondo che abitiamo. E che questo fantascientifico e apocalittico film sia uno dei migliori del suo decennio, pure. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa che va oltre la semplice constatazione della qualità: c’è un’urgenza, una disperazione visiva che ti prende alla gola e non ti molla fino ai titoli di coda.
La storia la conosciamo, almeno nelle sue linee essenziali. Nel 2035 un virus ha sterminato il 99% della popolazione mondiale. I sopravvissuti vivono sottoterra, in una prigione che è insieme rifugio e condanna. James Cole, interpretato da un Bruce Willis lontano anni luce dai suoi personaggi muscolari, viene scelto per un viaggio nel tempo. La missione: tornare al 1996, trovare l’origine del virus, raccogliere informazioni che permettano agli scienziati del futuro di trovare una cura. Semplice, no? Peccato che niente, in un film di Gilliam, sia mai semplice.
Il riferimento dichiarato è “La Jetée”, quel capolavoro di ventotto minuti che il francese Chris Marker realizzò nel 1962 costruendo un intero film con fotografie fisse, una voice over ipnotica e una storia d’amore impossibile tra le pieghe del tempo. Marker aveva creato qualcosa di unico: un film fotografico che parlava di memoria, di tempo circolare, di destino ineluttabile. E ancora oggi, a ben oltre sessant’anni di distanza, mantiene tutto il suo fascino drammatico e quella capacità di farti sentire il peso schiacciante di un futuro già scritto.
Gilliam prende quella struttura essenziale e la esplode in un delirio visivo barocco, claustrofobico, pieno di quella plastica sporca e opprimente che è diventata la sua firma. Ma non tradisce lo spirito dell’originale. Anzi, lo amplifica, lo porta su un altro livello. Perché quello che interessa a Gilliam non è la fantascienza come genere di evasione, ma come strumento per raccontare l’oggi, le nostre paure, i nostri deliri collettivi.
Le immagini del film sono un pugno nello stomaco. Il sottosuolo del futuro è un labirinto di tubi, metallo arrugginito, luci al neon che tremolano. Non c’è nulla di pulito, di asettico come nella fantascienza patinata. Qui tutto è sporco, vissuto, disperato. Gilliam costruisce un mondo dove la tecnologia non ha portato progresso ma solo una nuova forma di prigionia. E quando Cole viene catapultato nel passato – o forse dovremmo dire nel nostro presente – la follia non diminuisce, cambia solo forma.
La genialità è anche nel modo in cui Gilliam rende indistinguibili realtà e delirio. Cole è pazzo? È davvero un viaggiatore nel tempo o è solo un malato mentale con una storia inventata? E noi spettatori, da che parte stiamo? La macchina da presa ci inganna continuamente, ci fa vedere cose che potrebbero essere vere o potrebbero essere solo nella testa del protagonista. È un gioco pericoloso che Gilliam conduce con maestria assoluta.
Bruce Willis qui è straordinario. Qui c’è un uomo perso, terrorizzato, sempre sanguinante, sempre sul punto di crollare. Gli occhi spalancati di chi ha visto troppo, il corpo provato di chi ha vissuto troppo. È un antieroe perfetto per un film che non ha eroi, solo vittime di un meccanismo più grande di loro.
E poi c’è Madeleine Stowe, nella parte della dottoressa Kathryn Railly, psichiatra che si trova coinvolta in questa spirale temporale contro la sua volontà. Gilliam le regala alcuni dei momenti più struggenti del film. L’amore che nasce tra lei e Cole è impossibile, condannato in partenza, ma proprio per questo ancora più potente. È un amore che sfida il tempo stesso, che si aggrappa disperatamente a momenti rubati sapendo che non c’è futuro, che non ci può essere. La scena finale, quella in aeroporto, con Kathryn che corre mentre capisce cosa sta per succedere – e naturalmente non aggiungo altro… – è di una bellezza devastante. È cinema puro, emozione allo stato cristallino.
Ma forse l’interpretazione più indimenticabile è quella di Brad Pitt. Il giovane Brad, ancora lontano dalle icone patinate che diventerà, azzecca totalmente la parte di Jeffrey Goines, lo schizofrenico esaltato figlio di un potente scienziato. È un personaggio che potrebbe facilmente scadere nella macchietta, in una interpretazione sopra le righe fine a se stessa. Invece Pitt lo rende terribilmente credibile, quasi profetico. I suoi deliri paranoici sul consumismo, sulla distruzione dell’ambiente, sulla follia collettiva della nostra società, risuonano con una verità inquietante. È pazzo, sì, ma è anche l’unico che sembra vedere chiaramente dove stiamo andando.
“L’esercito delle 12 scimmie” non è solo un film sulla fantascienza e sui viaggi nel tempo. È un film sulla memoria, sulla follia, sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso in un mondo dove le immagini ci bombardano continuamente. È un film sulla paura della fine, sull’apocalisse che sentiamo arrivare ma che non riusciamo a fermare. E, soprattutto, è un film sull’amore impossibile, sull’umanità che resiste anche quando tutto sembra perduto.
Gilliam ci racconta che forse siamo già pazzi, forse viviamo già in un manicomio globale dove i ruoli di sano e malato si sono invertiti. E lo fa senza predicare, senza slogan facili, semplicemente mostrandoci un mondo – anzi, due mondi, quello del presente e quello del futuro – che sono specchi deformanti l’uno dell’altro.
A oltre trent’anni dalla sua uscita, il film mantiene intatta tutta la sua forza visionaria. Anzi, paradossalmente, sembra ancora più attuale. Perché quel virus che sterminava l’umanità non ci sembra più così impossibile, non dopo quello che abbiamo vissuto. E quella sensazione di impotenza di fronte a forze più grandi di noi, quella paranoia diffusa, quella difficoltà a distinguere verità e menzogna, sono diventate parte del nostro quotidiano.
Gilliam ha creato un capolavoro che sta lì, scomodo, disturbante, bellissimo. Un film che ci ricorda che il cinema può ancora essere visionario, può ancora raccontare il nostro tempo attraverso storie impossibili, può ancora commuoverci e spaventarci nello stesso istante. E questo, in un’epoca di franchising prevedibili e sequel inutili, è un dono prezioso che non possiamo permetterci di dimenticare.
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