“L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam

(USA,1995)

Che Terry Gilliam sia uno dei registi più visionari degli ultimi cinquant’anni è un dato di fatto. Uno che ha attraversato il cinema con quella capacità unica di mescolare sogno e incubo, realtà e allucinazione, senza mai perdere il filo di un discorso preciso sul mondo che abitiamo. E che questo fantascientifico e apocalittico film sia uno dei migliori del suo decennio, pure. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa che va oltre la semplice constatazione della qualità: c’è un’urgenza, una disperazione visiva che ti prende alla gola e non ti molla fino ai titoli di coda.

La storia la conosciamo, almeno nelle sue linee essenziali. Nel 2035 un virus ha sterminato il 99% della popolazione mondiale. I sopravvissuti vivono sottoterra, in una prigione che è insieme rifugio e condanna. James Cole, interpretato da un Bruce Willis lontano anni luce dai suoi personaggi muscolari, viene scelto per un viaggio nel tempo. La missione: tornare al 1996, trovare l’origine del virus, raccogliere informazioni che permettano agli scienziati del futuro di trovare una cura. Semplice, no? Peccato che niente, in un film di Gilliam, sia mai semplice.

Il riferimento dichiarato è “La Jetée”, quel capolavoro di ventotto minuti che il francese Chris Marker realizzò nel 1962 costruendo un intero film con fotografie fisse, una voice over ipnotica e una storia d’amore impossibile tra le pieghe del tempo. Marker aveva creato qualcosa di unico: un film fotografico che parlava di memoria, di tempo circolare, di destino ineluttabile. E ancora oggi, a ben oltre sessant’anni di distanza, mantiene tutto il suo fascino drammatico e quella capacità di farti sentire il peso schiacciante di un futuro già scritto.

Gilliam prende quella struttura essenziale e la esplode in un delirio visivo barocco, claustrofobico, pieno di quella plastica sporca e opprimente che è diventata la sua firma. Ma non tradisce lo spirito dell’originale. Anzi, lo amplifica, lo porta su un altro livello. Perché quello che interessa a Gilliam non è la fantascienza come genere di evasione, ma come strumento per raccontare l’oggi, le nostre paure, i nostri deliri collettivi.

Le immagini del film sono un pugno nello stomaco. Il sottosuolo del futuro è un labirinto di tubi, metallo arrugginito, luci al neon che tremolano. Non c’è nulla di pulito, di asettico come nella fantascienza patinata. Qui tutto è sporco, vissuto, disperato. Gilliam costruisce un mondo dove la tecnologia non ha portato progresso ma solo una nuova forma di prigionia. E quando Cole viene catapultato nel passato – o forse dovremmo dire nel nostro presente – la follia non diminuisce, cambia solo forma.

La genialità è anche nel modo in cui Gilliam rende indistinguibili realtà e delirio. Cole è pazzo? È davvero un viaggiatore nel tempo o è solo un malato mentale con una storia inventata? E noi spettatori, da che parte stiamo? La macchina da presa ci inganna continuamente, ci fa vedere cose che potrebbero essere vere o potrebbero essere solo nella testa del protagonista. È un gioco pericoloso che Gilliam conduce con maestria assoluta.

Bruce Willis qui è straordinario. Qui c’è un uomo perso, terrorizzato, sempre sanguinante, sempre sul punto di crollare. Gli occhi spalancati di chi ha visto troppo, il corpo provato di chi ha vissuto troppo. È un antieroe perfetto per un film che non ha eroi, solo vittime di un meccanismo più grande di loro.

E poi c’è Madeleine Stowe, nella parte della dottoressa Kathryn Railly, psichiatra che si trova coinvolta in questa spirale temporale contro la sua volontà. Gilliam le regala alcuni dei momenti più struggenti del film. L’amore che nasce tra lei e Cole è impossibile, condannato in partenza, ma proprio per questo ancora più potente. È un amore che sfida il tempo stesso, che si aggrappa disperatamente a momenti rubati sapendo che non c’è futuro, che non ci può essere. La scena finale, quella in aeroporto, con Kathryn che corre mentre capisce cosa sta per succedere – e naturalmente non aggiungo altro… – è di una bellezza devastante. È cinema puro, emozione allo stato cristallino.

Ma forse l’interpretazione più indimenticabile è quella di Brad Pitt. Il giovane Brad, ancora lontano dalle icone patinate che diventerà, azzecca totalmente la parte di Jeffrey Goines, lo schizofrenico esaltato figlio di un potente scienziato. È un personaggio che potrebbe facilmente scadere nella macchietta, in una interpretazione sopra le righe fine a se stessa. Invece Pitt lo rende terribilmente credibile, quasi profetico. I suoi deliri paranoici sul consumismo, sulla distruzione dell’ambiente, sulla follia collettiva della nostra società, risuonano con una verità inquietante. È pazzo, sì, ma è anche l’unico che sembra vedere chiaramente dove stiamo andando.

“L’esercito delle 12 scimmie” non è solo un film sulla fantascienza e sui viaggi nel tempo. È un film sulla memoria, sulla follia, sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso in un mondo dove le immagini ci bombardano continuamente. È un film sulla paura della fine, sull’apocalisse che sentiamo arrivare ma che non riusciamo a fermare. E, soprattutto, è un film sull’amore impossibile, sull’umanità che resiste anche quando tutto sembra perduto.

Gilliam ci racconta che forse siamo già pazzi, forse viviamo già in un manicomio globale dove i ruoli di sano e malato si sono invertiti. E lo fa senza predicare, senza slogan facili, semplicemente mostrandoci un mondo – anzi, due mondi, quello del presente e quello del futuro – che sono specchi deformanti l’uno dell’altro.

A oltre trent’anni dalla sua uscita, il film mantiene intatta tutta la sua forza visionaria. Anzi, paradossalmente, sembra ancora più attuale. Perché quel virus che sterminava l’umanità non ci sembra più così impossibile, non dopo quello che abbiamo vissuto. E quella sensazione di impotenza di fronte a forze più grandi di noi, quella paranoia diffusa, quella difficoltà a distinguere verità e menzogna, sono diventate parte del nostro quotidiano.

Gilliam ha creato un capolavoro che sta lì, scomodo, disturbante, bellissimo. Un film che ci ricorda che il cinema può ancora essere visionario, può ancora raccontare il nostro tempo attraverso storie impossibili, può ancora commuoverci e spaventarci nello stesso istante. E questo, in un’epoca di franchising prevedibili e sequel inutili, è un dono prezioso che non possiamo permetterci di dimenticare.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

Un pensiero su ““L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam”

  1. Pingback: “Brazil” di Terry Gilliam | Valerio Tagliaferri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *