“Monty Phyton e il Sacro Graal” di Terry Gilliam e Terry Jones

(UK, 1975)

Il cinema può essere tante cose: intrattenimento, arte, riflessione, emozione. Ma raramente è pura, sfrenata anarchia. Una libertà che demolisce ogni convenzione narrativa, ogni pretesa di serietà, ogni aspettativa dello spettatore. E “Monty Python e il Sacro Graal”, diretto nel 1975 da Terry Gilliam e Terry Jones, rappresenta forse uno dei punti più alti di questa poetica del caos.

Il film racconta – se di racconto si può parlare – le avventure di Re Artù e dei suoi cavalieri alla ricerca del Sacro Graal. Ma dimentichiamoci le nobili leggende medievali, le gesta eroiche, i codici cavallereschi. Qui tutto viene sistematicamente smontato, deriso, ribaltato. Artù non ha un cavallo ma un servo che batte noci di cocco per simularne il galoppo. I cavalieri non sono eroi ma buffoni. La ricerca del Graal si trasforma in una serie di episodi surreali che sfidano qualsiasi logica narrativa.

Il genio dei Python sta proprio in questo: prendere un genere codificato – il film in costume, l’epica medievale – e imploderne le fondamenta dall’interno. Non con la parodia grossolana, ma con un’intelligenza sovversiva che smonta i meccanismi stessi del racconto. Le scene si interrompono all’improvviso, i personaggi discutono di logica aristotelica mentre affrontano pericoli mortali, la quarta parete viene abbattuta con nonchalance.

Pensate alla scena del Cavaliere Nero. Artù lo affronta in duello e gli taglia un braccio. Il cavaliere insiste che è solo una ferita superficiale. Gli viene tagliato l’altro braccio. “È solo un graffio.” Le gambe. “Torna qui, codardo, chiamiamola patta!” È una lezione di assurdo puro, portato fino alle sue conseguenze estreme. Il nonsense diventa una forma d’arte.

O la sequenza del Coniglio Assassino, bestia apparentemente innocua che si rivela una macchina di morte. I cavalieri lo affrontano in una escalation di follia che mescola iconografia religiosa e cartoon violence. È ridicolo, è brillante, è perfettamente Python.

Ma sotto la superficie demenziale c’è molto di più. I Python non si limitano a fare ridere: decostruiscono il potere, smascherano l’autorità, ridicolizzano le istituzioni. La celebre scena dei contadini anarchici che discutono di democrazia diretta con Artù – “Non si governa solo perché qualche donna acquatica ti ha lanciato una spada…” – è satira politica acuminata mascherata da sketch comico.

E poi c’è la dimensione metacinematografica. Il film riflette costantemente su se stesso, sui suoi limiti, sul suo budget ridicolo. I cavalieri non hanno cavalli perché non c’erano soldi per comprarli. Il finale è un’interruzione brutale da parte della polizia moderna che irrompe nel Medioevo. È cinema povero che fa della povertà una virtù estetica, un manifesto.

Gilliam e Jones dirigono con uno stile volutamente grezzo, sporco, quasi documentaristico. Le ambientazioni sono fangose, i costumi sgualciti, la fotografia cupa. È il Medioevo come prima di allora non l’avevamo mai visto: fetido, brutale, assurdo. Un contrappunto perfetto alla nobiltà idealizzata delle leggende arturiane.

Gli attori del gruppo Python sono straordinari nel loro virtuosismo comico. Graham Chapman porta in Artù una dignità ferita che rende ancora più ridicole le situazioni. John Cleese è perfetto nel suo registro isterico del Lancillotto. Michael Palin e Terry Jones moltiplicano i personaggi con un’energia inesauribile. Eric Idle porta il suo cinismo tagliente. E Gilliam, dietro la macchina da presa e nei suoi brevi camei, costruisce un universo visivo unico.

La struttura episodica del film – eredità della loro origine televisiva – potrebbe sembrare un difetto. Invece diventa un punto di forza. Ogni sequenza è un’unità autonoma di follia, un esperimento comico che può fallire o trionfare senza compromettere l’insieme. È un film che respira, che si permette digressioni, che non ha paura di perdere tempo in sketch apparentemente inutili.

E la scrittura è semplicemente geniale. I dialoghi hanno una precisione matematica nel costruire l’assurdo. Il senso del ritmo comico è perfetto. Le battute funzionano a più livelli: come gag immediate, come satire culturali, come riflessioni filosofiche travestite da barzellette.

“Monty Python e il Sacro Graal” è un film che ha definito un’estetica, creato un linguaggio, influenzato generazioni di comici e cineasti. È citato, imitato, venerato. Ma resta inimitabile nella sua anarchia pura, nella sua capacità di essere contemporaneamente stupido e brillante, volgare e raffinato, nichilista e gioioso.

È un film che ci ricorda che il cinema può essere libero, che le regole sono fatte per essere infrante, che l’assurdo è una forma legittima di verità. E in tempi in cui tutto sembra preso terribilmente sul serio, questa lezione di leggerezza sovversiva è più preziosa che mai.

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“Brian di Nazareth” di Terry Jones

(UK, 1979)

Nel 1979, Terry Jones dirige quello che probabilmente rappresenta l’apice creativo dei Monty Python: “Brian di Nazareth”. Un’opera che, a distanza di quasi mezzo secolo, conserva intatta la sua forza dirompente e la sua capacità di scandalizzare, far riflettere e, soprattutto, far ridere.

Brian Cohen, interpretato da Graham Chapman, è un giovane ebreo della Giudea del I secolo d.C. che, per una serie di equivoci sempre più grotteschi, viene scambiato per il Messia. La sua vicenda si dipana parallelamente a quella del vero Gesù, di cui sentiamo solo gli echi lontani durante il celeberrimo Discorso della Montagna.

Il gruppo comico britannico, formato da Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin, costruisce una satira feroce ma mai banale del fanatismo religioso, dell’estremismo politico e della stupidità umana in generale. La genialità dell’operazione risiede nel non prendersela direttamente con il cristianesimo o con la figura storica di Gesù, ma piuttosto con l’interpretazione cieca e acritica dei messaggi religiosi e con la tendenza umana a seguire leader carismatici senza porsi domande.

Ciò che rende “Brian di Nazareth” un’opera straordinaria è la sua capacità di essere irriverente senza essere volgare, blasfemo senza essere offensivo verso la sincera fede religiosa. I Python prendono di mira l’istituzione, la dogmatica, il fanatismo, ma mai la spiritualità autentica. È una distinzione sottile ma fondamentale che dimostra la maturità intellettuale degli autori. Una sottigliezza che molti, all’epoca, non compresero, accecati dal bisogno di gridare solo “allo scandalo” soprattutto nei confronti della produzione televisiva internazionale “Gesù di Nazareth” diretta da Franco Zeffirelli nel 1977.

Nell’opera dei Monty Phyton è particolarmente brillante la satira del settarismo politico, incarnata dal “Fronte Popolare di Giudea” e dal “Fronte di Giudea del Popolo”, organizzazioni che si odiano reciprocamente pur condividendo gli stessi identici obiettivi. Un’anticipazione geniale di dinamiche che ritroviamo puntualmente in quasi ogni movimento rivoluzionario.

La scena del mercato dove Brian cerca di nascondersi fingendo di essere un venditore di barbe finte, quella della con lapidazione, l’udienza davanti a Ponzio Pilato (Michael Palin) con il suo difetto di pronuncia, sono momenti di pura comicità che si sono impressi nell’immaginario collettivo, diventando citazioni cult.

Particolarmente riuscita è la gestione dei tempi comici: Terry Jones sa quando indugiare su una battuta e quando invece accelerare il ritmo per non perdere l’attenzione dello spettatore. Il montaggio, curato da Julian Doyle, è serrato ma mai frenetico, permettendo a ogni gag di svilupparsi completamente.

Graham Chapman ci regala una delle sue interpretazioni più convincenti nel ruolo del protagonista. Il suo Brian è un antieroe perfetto: inadeguato, spaventato, ma fondamentalmente onesto. Chapman riesce a mantenere un equilibrio difficilissimo tra comico e drammatico, rendendo credibile un personaggio che potrebbe facilmente scadere nella caricatura.

John Cleese è magnifico nei suoi vari ruoli, dal centurione romano al rivoluzionario. La sua capacità di passare da personaggio all’altro, senza perdere mai la propria identità comica, è straordinaria.

Eric Idle sfoggia il suo talento musicale con “Always Look on the Bright Side of Life”, una canzone apparentemente leggera che nasconde una filosofia esistenziale profonda e che è diventata un vero e proprio inno alla resilienza.

Michael Palin è delizioso in tutti i suoi ruoli, da Ponzio Pilato all’ex lebbroso guarito miracolosamente che rimpiange i bei tempi della questua.

La pellicola scatenò all’epoca polemiche feroci. Fu bandita in numerosi paesi, censurata in altri, e ancora oggi in alcuni luoghi viene proiettata con restrizioni. Nel nostro Paese uscì ufficialmente solo nel 1991. Paradossalmente, questo scandalo non fece altro che aumentare la fama del film e sottolinearne l’importanza culturale.

Il film rappresenta anche un momento di svolta nella carriera del gruppo: dopo questo successo, i Monty Python si concentreranno sempre più su progetti individuali, rendendo “Brian di Nazareth” una sorta di canto del cigno della loro collaborazione più intensa.

A quarantacinque anni dalla sua uscita, “Brian di Nazareth” mantiene intatta la sua forza comica e la sua rilevanza sociale. In un’epoca in cui il fanatismo religioso e il settarismo politico sono drammaticamente attuali, la lezione dei Monty Python appare più che mai necessaria.

È un film che fa ridere e fa pensare, che intrattiene e educa, che diverte e inquieta. È, in una parola, quello che il cinema dovrebbe sempre essere: arte e intrattenimento fusi in un’opera che parla al presente rimanendo fedele al suo tempo.

Un capolavoro assoluto della commedia cinematografica, da rivedere periodicamente per ricordarci quanto sia salutare, di tanto in tanto, ridere di noi stessi e delle nostre convinzioni più radicate.

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“Brazil” di Terry Gilliam

(UK, 1985)

L’aggettivo visionario, per Terry Gilliam, è forse troppo riduttivo. Gilliam – oltre ad essere uno storico Monty Phyton – è un vero e proprio rivoluzionario dell’immagine. E questo suo film del 1985 – insieme a “L’esercito delle 12 scimmie” – è per me il più visionario e rivoluzionario di tutte le sue opere. Realizzato poi in anni in cui gli effetti speciali erano “fatti a mano” e con pupazzi o modellini.

Sam Lowry (un bravissimo Jonathan Price) è un grigio e goffo impiegato in un futuro non troppo lontano dove il mondo è dominato dalla burocrazia asservita al potere. La sua vita scorre tranquilla fino a quando non incontra la donna che sogna tutte le notti. La ragazza in realtà si chiama Jill (Kim Greist) fa la camionista, ed è segretamente sotto inchiesta…

Strepitosa satira surreale degli edonistici anni Ottanta, con cupe ambientazioni kafkiane e sequenze da vero e puro action, “Brazil” è un film cult che con gli anni diventa sempre più bello. Vanno ricordati i deliziosi camei di Robert De Niro, Ian Holm e Michael Palin, e la spettacolare citazione finale de “La corazzata Kotiomkin” del maestro Ejzenstein …di fantozziana memoria.

La sceneggiatura del film, scritta dallo stesso Gilliam assieme a Tom Stoppard (premio Oscar per lo script di “Shakespeare in Love” di John Madden) e Charles McKeown (che nel film interpreta Mr Lime), viene candidata giustamente all’Oscar.

“I banditi del tempo” di Terry Gilliam

(UK, 1981)

C’è un tipo di cinema che non si lascia imbrigliare in nessuna categoria, che sfugge alle definizioni come sabbia fra le dita, e che per questa sua irriducibile libertà finisce per abitare in modo permanente l’immaginario di chi lo vede. “I banditi del tempo” di Terry Gilliam è esattamente questo tipo di cinema: un’opera visionaria, anarchica, irriverente e profondamente malinconica che ancora oggi, a oltre quarant’anni dalla sua uscita, conserva intatto il suo potere di meraviglia e inquietudine.

La storia, lo sappiamo, è quella di Kevin, un undicenne solitario e curioso che vive in una casa dove i genitori sono completamente assorti nell’idolatria degli elettrodomestici e della televisione, una critica feroce e divertentissima alla società dei consumi che Gilliam confeziona con il sorriso sulle labbra ma l’inchiostro avvelenato. Nella sua cameretta, una notte, dal guardaroba escono sei nani un po’ goffi ma molto avidi: Randall, Fidgit, Strutter, Og, Wally e Vermin. Questi sei improbabili compagni di avventura hanno sottratto all’Essere Supremo la mappa dell’universo – una sorta di bozza della creazione piena di buchi temporali che il Creatore deve ancora rifinire – e intendono usarla per arricchirsi razziando oggetti preziosi attraverso i secoli. Kevin, suo malgrado, si ritrova trascinato con loro in un viaggio attraverso il tempo che lo porterà a toccare con mano l’antica Grecia, il Medioevo, il Titanic e molto altro ancora.

Ma sarebbe un errore ridurre “I banditi del tempo” alla sua trama, perché Gilliam – come sempre – è molto più interessato all’immagine che alla narrazione. La storia è solo il pretesto per costruire un universo visivo sontuoso, grottesco e onirico, dove ogni inquadratura sembra estratta da un sogno febbricitante o da un incubo allegro. Ed è proprio qui che il film rivela la sua vera natura: non è una avventura per ragazzi, non è una satira, non è un fantasy. È tutte queste cose insieme e nessuna di esse, e in questo risiede la sua grandezza.

La sceneggiatura è firmata dallo stesso Gilliam insieme a Michael Palin, suo compagno di mille avventure nel gruppo dei Monty Python. Palin compare anche nel film in un delizioso cameo insieme alla bravissima Shelley Duvall, e la loro presenza porta con sé quella vena di surreale british humour che è impossibile non amare. Ma il vero coup de théâtre del film è il suo cast di supporto, davvero stellare e per certi versi incredibile: Ian Holm nei panni di un Napoleone bizzoso e affascinato dagli uomini di piccola statura, un magnetico Sean Connery nel ruolo del re Agamennone, John Cleese in un memorabile cameo come un Robin Hood improbabile e vagamente fastidioso, Jim Broadbent, e infine il grande Ralph Richardson che interpreta l’Essere Supremo con una distaccata, borghese normalità che è fra le cose più comiche e perturbanti che il cinema degli anni Ottanta abbia mai prodotto.

A produrre il film è George Harrison, il più riflessivo dei Beatles, che si occupò anche di contribuire alla colonna sonora: una scelta non casuale per un progetto così radicalmente alternativo e anticommerciale. La collaborazione di Harrison con Gilliam fu una di quelle felici coincidenze della storia del cinema che solo il destino sa combinare, e il risultato è un film che porta il segno inconfondibile di una libertà creativa totale.

Per la chicca: gli effetti speciali del film, oggi ancora sorprendenti, furono realizzati quasi interamente “a mano”, senza l’ausilio di computer o effetti digitali, con una creatività artigianale che rende il risultato ancora più straordinario e commovente. Guardarli oggi, sapendo come sono stati fatti, aggiunge un livello ulteriore di ammirazione per il lavoro di Gilliam e della sua troupe.

Il finale del film, poi, è di quelli che restano. Come sempre non lo anticipo, ma dico solo che Gilliam non concede sconti a nessuno – né ai suoi personaggi né agli spettatori – e che nella conclusione c’è tutto il suo modo di guardare il mondo: con affetto, con ironia, e con una lucidità che fa quasi male.

“I banditi del tempo” è un film da vedere e rivedere, lasciandosi andare senza resistenza al suo fiume di immagini, lasciando che la logica si accomodi in un angolo e che sia la meraviglia a prendere il timone. È uno di quei rari casi in cui il cinema riesce a essere contemporaneamente gioco e poesia, intrattenimento e riflessione.

Imperdibile.

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“L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam

(USA,1995)

Che Terry Gilliam sia uno dei registi più visionari degli ultimi cinquant’anni è un dato di fatto. Uno che ha attraversato il cinema con quella capacità unica di mescolare sogno e incubo, realtà e allucinazione, senza mai perdere il filo di un discorso preciso sul mondo che abitiamo. E che questo fantascientifico e apocalittico film sia uno dei migliori del suo decennio, pure. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa che va oltre la semplice constatazione della qualità: c’è un’urgenza, una disperazione visiva che ti prende alla gola e non ti molla fino ai titoli di coda.

La storia la conosciamo, almeno nelle sue linee essenziali. Nel 2035 un virus ha sterminato il 99% della popolazione mondiale. I sopravvissuti vivono sottoterra, in una prigione che è insieme rifugio e condanna. James Cole, interpretato da un Bruce Willis lontano anni luce dai suoi personaggi muscolari, viene scelto per un viaggio nel tempo. La missione: tornare al 1996, trovare l’origine del virus, raccogliere informazioni che permettano agli scienziati del futuro di trovare una cura. Semplice, no? Peccato che niente, in un film di Gilliam, sia mai semplice.

Il riferimento dichiarato è “La Jetée”, quel capolavoro di ventotto minuti che il francese Chris Marker realizzò nel 1962 costruendo un intero film con fotografie fisse, una voice over ipnotica e una storia d’amore impossibile tra le pieghe del tempo. Marker aveva creato qualcosa di unico: un film fotografico che parlava di memoria, di tempo circolare, di destino ineluttabile. E ancora oggi, a ben oltre sessant’anni di distanza, mantiene tutto il suo fascino drammatico e quella capacità di farti sentire il peso schiacciante di un futuro già scritto.

Gilliam prende quella struttura essenziale e la esplode in un delirio visivo barocco, claustrofobico, pieno di quella plastica sporca e opprimente che è diventata la sua firma. Ma non tradisce lo spirito dell’originale. Anzi, lo amplifica, lo porta su un altro livello. Perché quello che interessa a Gilliam non è la fantascienza come genere di evasione, ma come strumento per raccontare l’oggi, le nostre paure, i nostri deliri collettivi.

Le immagini del film sono un pugno nello stomaco. Il sottosuolo del futuro è un labirinto di tubi, metallo arrugginito, luci al neon che tremolano. Non c’è nulla di pulito, di asettico come nella fantascienza patinata. Qui tutto è sporco, vissuto, disperato. Gilliam costruisce un mondo dove la tecnologia non ha portato progresso ma solo una nuova forma di prigionia. E quando Cole viene catapultato nel passato – o forse dovremmo dire nel nostro presente – la follia non diminuisce, cambia solo forma.

La genialità è anche nel modo in cui Gilliam rende indistinguibili realtà e delirio. Cole è pazzo? È davvero un viaggiatore nel tempo o è solo un malato mentale con una storia inventata? E noi spettatori, da che parte stiamo? La macchina da presa ci inganna continuamente, ci fa vedere cose che potrebbero essere vere o potrebbero essere solo nella testa del protagonista. È un gioco pericoloso che Gilliam conduce con maestria assoluta.

Bruce Willis qui è straordinario. Qui c’è un uomo perso, terrorizzato, sempre sanguinante, sempre sul punto di crollare. Gli occhi spalancati di chi ha visto troppo, il corpo provato di chi ha vissuto troppo. È un antieroe perfetto per un film che non ha eroi, solo vittime di un meccanismo più grande di loro.

E poi c’è Madeleine Stowe, nella parte della dottoressa Kathryn Railly, psichiatra che si trova coinvolta in questa spirale temporale contro la sua volontà. Gilliam le regala alcuni dei momenti più struggenti del film. L’amore che nasce tra lei e Cole è impossibile, condannato in partenza, ma proprio per questo ancora più potente. È un amore che sfida il tempo stesso, che si aggrappa disperatamente a momenti rubati sapendo che non c’è futuro, che non ci può essere. La scena finale, quella in aeroporto, con Kathryn che corre mentre capisce cosa sta per succedere – e naturalmente non aggiungo altro… – è di una bellezza devastante. È cinema puro, emozione allo stato cristallino.

Ma forse l’interpretazione più indimenticabile è quella di Brad Pitt. Il giovane Brad, ancora lontano dalle icone patinate che diventerà, azzecca totalmente la parte di Jeffrey Goines, lo schizofrenico esaltato figlio di un potente scienziato. È un personaggio che potrebbe facilmente scadere nella macchietta, in una interpretazione sopra le righe fine a se stessa. Invece Pitt lo rende terribilmente credibile, quasi profetico. I suoi deliri paranoici sul consumismo, sulla distruzione dell’ambiente, sulla follia collettiva della nostra società, risuonano con una verità inquietante. È pazzo, sì, ma è anche l’unico che sembra vedere chiaramente dove stiamo andando.

“L’esercito delle 12 scimmie” non è solo un film sulla fantascienza e sui viaggi nel tempo. È un film sulla memoria, sulla follia, sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso in un mondo dove le immagini ci bombardano continuamente. È un film sulla paura della fine, sull’apocalisse che sentiamo arrivare ma che non riusciamo a fermare. E, soprattutto, è un film sull’amore impossibile, sull’umanità che resiste anche quando tutto sembra perduto.

Gilliam ci racconta che forse siamo già pazzi, forse viviamo già in un manicomio globale dove i ruoli di sano e malato si sono invertiti. E lo fa senza predicare, senza slogan facili, semplicemente mostrandoci un mondo – anzi, due mondi, quello del presente e quello del futuro – che sono specchi deformanti l’uno dell’altro.

A oltre trent’anni dalla sua uscita, il film mantiene intatta tutta la sua forza visionaria. Anzi, paradossalmente, sembra ancora più attuale. Perché quel virus che sterminava l’umanità non ci sembra più così impossibile, non dopo quello che abbiamo vissuto. E quella sensazione di impotenza di fronte a forze più grandi di noi, quella paranoia diffusa, quella difficoltà a distinguere verità e menzogna, sono diventate parte del nostro quotidiano.

Gilliam ha creato un capolavoro che sta lì, scomodo, disturbante, bellissimo. Un film che ci ricorda che il cinema può ancora essere visionario, può ancora raccontare il nostro tempo attraverso storie impossibili, può ancora commuoverci e spaventarci nello stesso istante. E questo, in un’epoca di franchising prevedibili e sequel inutili, è un dono prezioso che non possiamo permetterci di dimenticare.

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