“Nella valle di Elah” di Paul Haggis

(USA, 2007)

Il regista vincitore dell’Oscar per il film “Crash – Contatto fisico” Paul Haggis firma una delle migliori pellicole contro la guerra degli ultimi decenni.

Con un cast di prim’ordine, fra cui spiccano Tommy Lee Jones, Charlize Theron e Susan Sarandon, Haggis ci racconta la devastazione mentale e morale senza ritorno dei giovani militari che tornano in patria dopo essere stati a “esportare democrazia” in Medio Oriente.

Un film davvero duro e drammatico, forse anche troppo per il pubblico americano che al botteghino – a differenza di “Crash” – non l’ha poi così apprezzato ma, citando il grande Marco Paolini, una doverosa ode civile in favore delle vittime materiali e morali di tutte le guerre.

Con una scena finale che rimane negli annali del cinema, soprattutto quello che si scaglia e protesta vigorosamente contro ogni guerra, questo film andrebbe fatto vedere a scuola.

“La Cosa” di John Carpenter

(USA, 1982)

Quel gran genio della off-Hollywood di John Carpenter firma uno dei capolavori indiscussi del cinema horror di tutti i tempi.

Remake de “La cosa di un altro mondo”, diretto nel 1951 ufficialmente da Christian Nyby ma sotto la supervisione – come riportano le cronache del tempo – del grande Howard Hawks e tratto dal racconto di John W. Campbell Jr., film che come molti altri del suo tempo usa la metafora della fantascienza per ossessionare gli americani con il terrore “rosso”.

Ma Carpenter, anche se nel 1982 la Guerra Fredda non era affatto finita, la lascia da parte per concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti, chiusi e costretti in un ambiente ostile, con la terrificante consapevolezza che il mostro può assumere le sembianze di ognuno di loro. Sequenze ed effetti speciali da brividi, e colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone.

Per la chicca: John Carpenter appare in una fotografia dentro la base norvegese, proprio alla Hitchcock…

“Leoni per agnelli” di Robert Redford

(USA, 2007)

Grande manifesto contro la guerra firmato da Robert Redford con una coppia stellare che duetta da brividi come Maryl Streep e Tom Cruise.

Rispettivamente nel ruolo di una giornalista famosa e indipendente che intervista un giovane e rampante senatore americano a favore dell’intervento bellico in Iraq.

E la domanda è: esiste ancora il grande giornalismo davvero libero e indipendente?

Con questo film le tre grandi stelle di Hollywood si schierarono palesemente contro l’amministrazione di George W. Bush che continuava a mandare soldati – sia uomini che donne ovviamente – al fronte.

Un enigmatico e nebuloso fronte non ben definito, che inghiotte vite come un pozzo senza fondo.

Il titolo, che su due piedi può sembrare assurdo, non è “merito” dei nostri grandi distributori, ma è la traduzione netta di quello originale “Lions for Lambs”, che si riferisce ad una frase scritta, durante la Prima Guerra Mondiale, nel diario di un alto ufficiale tedesco in relazione alle truppe inglesi: ”Mai visti combattere tanti leoni comandati da tanti agnelli”.

Da far vedere a scuola.

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“Highlander – L’ultimo immortale” di Russell Mulcahy

(UK, 1986)

Ci sono molti motivi per rivedere questo film – la cui reputazione con il passare degli anni è stata purtroppo “infangata” da imbarazzanti quanto inspiegabili sequel – ma su tutti brillano l’originalità della storia, la spettacolare regia di Russell Mulcahy – con cambio scene e sequenze ancora oggi scopiazzate – e la colonna sonora firmata dai Queen.

Che poi un francese (Christophe Lambert) faccia uno scozzese, e uno scozzese (Sean Connery) faccia uno spagnolo è un altro discorso…

Ma la strana coppia funziona, e pure bene, e il film rimane avvincente fino all’ultimo nonostante gli anni passati dalla sua realizzazione.

Merito, riconosciamoglielo, anche del cattivo incarnato da Clancy Brown, la cui spietatezza è paragonabile solo a quella del capitano Hadley, che lo stesso Brown interpreta qualche anno dopo ne “Le ali della libertà”.

…Immortale…

“Rent” di Chris Columbus

(USA, 2005)

Chris Columbus firma l’adattamento cinematografico del famoso musical scritto da Jonathan Larson, grande successo di pubblico e critica a Broadway dal 1996.

L’idea nacque agli inizi degli anni Novanta, e partiva da una sorta di rilettura de “La Bohème” di Giacomo Puccini, ambientata nella New York fine anni Ottanta.

Ma nella “grande mela” bohèmien del 1989 dominano due grandi flagelli: l’eroina e l’AIDS, argomenti allora tabù sui palcoscenici ma che invece Larson inserisce in “Rent” senza ipocrisie, assieme all’omosessualità e soprattutto all’omofobia.

Il suo musical in breve tempo diventa il manifesto di una generazione e di un’epoca, grazie anche alle musiche immortali, sempre firmate da Larson.

Ma lo stesso autore non potrà godere neanche di un applauso per la sua opera: la mattina del 25 gennaio 1996, poche ore dopo che si era conclusa l’ultima prova generale, e a poche dalla prima, Jonathan Larson muore per un aneurisma celebrale a soli 36 anni.

La vita a volte è inquietante: sorte simile – oltre incredibilmente al cognome… – a quella di Stieg Larsson scomparso pochi mesi prima che uscisse il suo “Uomini che odiano le donne”, uno dei maggiori successi editoriali planetari degli ultimi anni.

Anche se non amo troppo gli adattamenti cinematografici di musical (“Grease” è l’eccezione che conferma la regola), questo firmato da Columbus – e prodotto anche da Robert De Niro – è godibile fino all’ultimo fotogramma grazie a un cast davvero all’altezza, fra cui spicca la bellissima Rosario Dawson.

Strepitosa e splendida la canzone d’apertura “Seasons of Love”: da ascoltare la mattina come sveglia per iniziare bene la giornata.

“Carlito’s Way” di Brian De Palma

(USA, 1993)

C’è un momento, verso la fine di “Carlito’s Way”, in cui non vedi una via d’uscita. Non per Carlito Brigante. Non per qualcuno che abbia vissuto troppo a lungo in quel mondo fatto di sangue, cemento e neon che Brian De Palma dipinge con la maestria di un pittore rinascimentale innamorato della decadenza. E quando hai paura che il destino sia già scritto, ti accorgi che questo non è solo un gangster movie, ma una tragedia greca ambientata tra le strade di Spanish Harlem e i locali notturni della New York degli anni Settanta.

Al Pacino è Carlito Brigante, un criminale portoricano che esce di galera dopo cinque anni grazie a un cavillo legale orchestrato dal suo avvocato, l’untuoso e ambizioso David Kleinfeld, interpretato da un Sean Penn irriconoscibile, con capelli ricci e occhiali spessi, incarnazione perfetta dell’uomo di legge che ha venduto l’anima al diavolo. Carlito ha trentasette anni, ma ne sente sessanta. Ha visto troppo, fatto troppo, perso troppo. E soprattutto, sa che il mondo che conosceva non esiste più. Le regole sono cambiate, i volti sono nuovi, i ragazzini che ora comandano la strada non hanno né il suo codice d’onore né il suo rispetto per la vecchia scuola.

La sua unica ambizione è semplice, quasi commovente nella sua umiltà: mettere da parte 75.000 dollari, comprare un noleggio auto alle Bahamas e sparire sotto il sole dei Caraibi insieme a Gail (una delicata Penelope Ann Miller), la ballerina che è l’unico legame con una vita normale, l’unico amore vero che Carlito abbia mai conosciuto. Ma come diceva John Lennon nella sua splendida “Beautiful Boy (Darling Boy)”: “la vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti”, e Carlito scoprirà sulla propria pelle quanto questa massima sia dolorosamente vera.

Brian De Palma dirige con uno stile barocco e visionario, utilizzando quella grammatica cinematografica che lo ha reso inconfondibile: carrellate serpeggianti che seguono i personaggi attraverso le viscere dei nightclub, ralenti che dilatano l’emozione fino a renderla insopportabile, split screen che moltiplicano i punti di vista. La sequenza d’apertura, con Carlito ferito che ripercorre mentalmente gli eventi che lo hanno portato lì, è puro cinema: De Palma ci mostra subito la fine, trasformando tutto ciò che seguirà in un lungo, straziante conto alla rovescia.

La New York di “Carlito’s Way” è una metropoli glamour e corrotta, tutta luci al neon, discoteche che pulsano al ritmo della disco music, vestiti sgargianti e atmosfere ammalianti. La colonna sonora è una meraviglia, ogni brano contribuisce a ricreare quell’epoca dorata e al tempo stesso tossica. Patrick Doyle firma poi una partitura orchestrale che amplifica il romanticismo tragico della storia, rendendola ancora più straziante.

Al Pacino è semplicemente monumentale. Dimenticate il Pacino urlante e sopra le righe: qui è contenuto, riflessivo, malinconico. I suoi occhi raccontano più di mille battute. Carlito Brigante è un uomo stanco, che cerca disperatamente di essere migliore di ciò che è stato, ma che scopre che il passato non ti molla mai, che la strada ha una memoria lunga e vendicativa. Quando dice “Il sogno non muore finché non muori tu”, capisci che sta parlando di speranza, ma anche di condanna.

Sean Penn, irriconoscibile fisicamente e sorprendente nella caratterizzazione, regala un personaggio viscido e patetico, un uomo che si è spinto troppo oltre nel tradire i propri principi e che trascinerà Carlito con sé nella spirale della violenza. Il rapporto tra i due è il cuore nero del film: l’amicizia che diventa zavorra mortale.

“Carlito’s Way” è un film struggente perché parla di sogni impossibili, di redenzione negata, di amore che arriva troppo tardi. È un film romantico perché De Palma crede davvero che Carlito meriti una seconda possibilità, e ce lo fa amare proprio mentre capiamo che quella possibilità molto probabilmente gli verrà negata. La sequenza finale alla Grand Central Station è una lezione di cinema puro, di tensione costruita millimetricamente, di speranza che si sgretola passo dopo passo.

Indimenticabile, sì. Perché quando un film ti lascia con quella sensazione di vuoto nello stomaco, quella mescolanza di ammirazione e dolore, vuol dire che ha toccato qualcosa di profondo. “Carlito’s Way” è un capolavoro malinconico, la prova che Brian De Palma è un poeta della tragedia urbana e che Al Pacino, quando incontra il materiale giusto, è semplicemente immortale.

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“Che strano chiamarsi Federico” di Ettore Scola

(Italia, 2013)

Il grande Ettore Scola firma un imperdibile e intimo ritratto di quello che è stato uno dei più grandi autori cinematografici del Novecento, nonché suo amico, Federico Fellini.

I rispettivi nipoti dei due grandi registi impersonano i giovani cineasti che si conobbero nella redazione della rivista “Marc’Aurelio”, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, fucina dei più grandi autori comici e satirici italiani dell’epoca come Ruggero Maccari, Marcello Marchesi, Stefano Vanzina, Vittorio Metz, Age e Furio Scarpelli, tanto per dirne alcuni.

Il film ripercorrere la loro amicizia fatta anche di notti passate in automobile nel ventre di Roma oltre che dietro la macchina da presa.

Il tutto ricostruito nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, luogo nel quale Fellini giro’ quasi tutti i suoi film, costruendo set indimenticabili, e dove infine gli venne allestita la camera ardente.

Ma bando alla commozione, Fellini – e questo lo raccontano tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo – non era affatto un “bravo ragazzo”: per lui la bugia era arte.

E così Scola lo ricorda come un anziano Pinocchio sempre in fuga dai Carabinieri…

Da vedere.

“Il ragazzo selvaggio” di François Truffaut

(Francia, 1970)

Per scrivere la sceneggiatura di questo struggente film, Truffaut e Jean Gruault si rifecero direttamente al vero diario del dottor Jean Itard, il medico che accolse in casa sua il ragazzo trovato in una foresta francese nel 1798.

Come molti altri film di François Truffaut, anche “Il ragazzo selvaggio” è un inno in difesa dei bambini, dei ragazzi e di tutti i più piccoli e deboli della società.

Lui, che passò molto tempo della sua giovinezza in riformatorio, con la sua cinematografia ha contribuito a creare quell’attenzione all’infanzia – e anche alla disabilità – che oggi sembra scontata ma che fino a poco tempo fa non lo era affatto.

Per questo, per esempio, ogni volta che vado all’Ikea ed entrando nel reparto bambini leggo la scritta “Per i più importanti del mondo” penso al maestro François Truffaut.

Aggiungo, infine, che nulla mi toglie dalla testa che David Lynch si sia ispirato a questa indimenticabile pellicola per girare dieci anni dopo il suo “The Elephant Man”, e non solo per il bianco e nero.

“Il miglio verde” di Frank Darabont

(USA, 1999)

Dopo lo splendido “Le ali della libertà”, Frank Darabont firma la regia del suo secondo adattamento di un’opera del Re Stephen King.

Questa volta si tratta di un romanzo a puntate, successivamente ricompattato per esigenze editoriali, fra i più duri contro la pena di morte scritti da King.

Come in “Rita Hayworth e la redenzione del carcere di Shawshank”, “Il miglio verde” è ambientato nell’America degli anni Cinquanta, periodo centrale nella narrativa del Re, e che lo stesso Darabont riesce a ricreare magistralmente sul grande schermo.

Ma la bellezza di questo film è dovuta anche a un cast straordinario fra cui spiccano ovviamente Tom Hanks – altro grande paladino a favore dell’abolizione della pena di morte negli USA -, Michael Clarke Duncan, David Morse e Sam Rockwell, davvero squilibrato e spietato.

Per la chicca: Darabont ha raccontato che Duncan (scomparso prematuramente nel 2012) era alto 1,94 centimetri, ma per renderlo “gigantesco” – come vuole il racconto – rispetto agli altri, l’attore dovette recitare la maggior parte delle scene su uno sgabello visto che Hanks è 1,84 e Morse 1,93.

“Una squillo per l’ispettore Klute” di Alan J. Pakula

(USA, 1971)

Troppo spesso questo noir è classificato semplicemente come un thriller, ma in realtà è molto di più.

Una straordinaria, bellissima e soprattutto incontenibilmente sensuale Jane Fonda – che per questo ruolo ha vinto non a caso l’Oscar – incarna Bree Daniel, una giovane squillo – che oggi molti chiamerebbero escort – implicata, suo malgrado, nella scomparsa di un ricco uomo d’affari suo cliente.

Per mantenere il riserbo la famiglia assolda l’ex ispettore di polizia Klute (un glaciale Donald Sutherland) che dovrà confrontarsi con un mondo apparentemente luccicante, ma in realtà spietato e crudele.

Grazie anche all’interpretazione di Jane Fonda, il film descrive dolorosamente e senza false ipocrisie la strada che porta una ragazza a prostituirsi – fatta soprattutto di abusi e violenze – e il mondo della prostituzione in generale dove chi si prostituisce viene sfruttato come mero capo di bestiame, in tutti i sensi.

Tosto.