
(USA, 1993)
C’è un momento, verso la fine di “Carlito’s Way”, in cui non vedi una via d’uscita. Non per Carlito Brigante. Non per qualcuno che abbia vissuto troppo a lungo in quel mondo fatto di sangue, cemento e neon che Brian De Palma dipinge con la maestria di un pittore rinascimentale innamorato della decadenza. E quando hai paura che il destino sia già scritto, ti accorgi che questo non è solo un gangster movie, ma una tragedia greca ambientata tra le strade di Spanish Harlem e i locali notturni della New York degli anni Settanta.
Al Pacino è Carlito Brigante, un criminale portoricano che esce di galera dopo cinque anni grazie a un cavillo legale orchestrato dal suo avvocato, l’untuoso e ambizioso David Kleinfeld, interpretato da un Sean Penn irriconoscibile, con capelli ricci e occhiali spessi, incarnazione perfetta dell’uomo di legge che ha venduto l’anima al diavolo. Carlito ha trentasette anni, ma ne sente sessanta. Ha visto troppo, fatto troppo, perso troppo. E soprattutto, sa che il mondo che conosceva non esiste più. Le regole sono cambiate, i volti sono nuovi, i ragazzini che ora comandano la strada non hanno né il suo codice d’onore né il suo rispetto per la vecchia scuola.
La sua unica ambizione è semplice, quasi commovente nella sua umiltà: mettere da parte 75.000 dollari, comprare un noleggio auto alle Bahamas e sparire sotto il sole dei Caraibi insieme a Gail (una delicata Penelope Ann Miller), la ballerina che è l’unico legame con una vita normale, l’unico amore vero che Carlito abbia mai conosciuto. Ma come diceva John Lennon nella sua splendida “Beautiful Boy (Darling Boy)”: “la vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti”, e Carlito scoprirà sulla propria pelle quanto questa massima sia dolorosamente vera.
Brian De Palma dirige con uno stile barocco e visionario, utilizzando quella grammatica cinematografica che lo ha reso inconfondibile: carrellate serpeggianti che seguono i personaggi attraverso le viscere dei nightclub, ralenti che dilatano l’emozione fino a renderla insopportabile, split screen che moltiplicano i punti di vista. La sequenza d’apertura, con Carlito ferito che ripercorre mentalmente gli eventi che lo hanno portato lì, è puro cinema: De Palma ci mostra subito la fine, trasformando tutto ciò che seguirà in un lungo, straziante conto alla rovescia.
La New York di “Carlito’s Way” è una metropoli glamour e corrotta, tutta luci al neon, discoteche che pulsano al ritmo della disco music, vestiti sgargianti e atmosfere ammalianti. La colonna sonora è una meraviglia, ogni brano contribuisce a ricreare quell’epoca dorata e al tempo stesso tossica. Patrick Doyle firma poi una partitura orchestrale che amplifica il romanticismo tragico della storia, rendendola ancora più straziante.
Al Pacino è semplicemente monumentale. Dimenticate il Pacino urlante e sopra le righe: qui è contenuto, riflessivo, malinconico. I suoi occhi raccontano più di mille battute. Carlito Brigante è un uomo stanco, che cerca disperatamente di essere migliore di ciò che è stato, ma che scopre che il passato non ti molla mai, che la strada ha una memoria lunga e vendicativa. Quando dice “Il sogno non muore finché non muori tu”, capisci che sta parlando di speranza, ma anche di condanna.
Sean Penn, irriconoscibile fisicamente e sorprendente nella caratterizzazione, regala un personaggio viscido e patetico, un uomo che si è spinto troppo oltre nel tradire i propri principi e che trascinerà Carlito con sé nella spirale della violenza. Il rapporto tra i due è il cuore nero del film: l’amicizia che diventa zavorra mortale.
“Carlito’s Way” è un film struggente perché parla di sogni impossibili, di redenzione negata, di amore che arriva troppo tardi. È un film romantico perché De Palma crede davvero che Carlito meriti una seconda possibilità, e ce lo fa amare proprio mentre capiamo che quella possibilità molto probabilmente gli verrà negata. La sequenza finale alla Grand Central Station è una lezione di cinema puro, di tensione costruita millimetricamente, di speranza che si sgretola passo dopo passo.
Indimenticabile, sì. Perché quando un film ti lascia con quella sensazione di vuoto nello stomaco, quella mescolanza di ammirazione e dolore, vuol dire che ha toccato qualcosa di profondo. “Carlito’s Way” è un capolavoro malinconico, la prova che Brian De Palma è un poeta della tragedia urbana e che Al Pacino, quando incontra il materiale giusto, è semplicemente immortale.
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