(USA, 2025)
Paul Thomas Anderson torna e lo fa come sa fare lui: con quella precisione quasi chirurgica che ti convince di essere davanti a un artigiano del racconto, uno che costruisce immagini come fossero tavole di legno incastrate a mano. E poi, quando meno te lo aspetti, ti accorgi che il legno sta bruciando.
“Una battaglia dopo l’altra” è un film lungo, denso, stratificato come una cipolla che non finisci mai di sbucciare. Al centro c’è Bob, interpretato da Leonardo DiCaprio: ex rivoluzionario, ex tutto. Un uomo che ha creduto, che ha lottato, che ha impugnato armi e idee con la stessa ferocia. E adesso? …Adesso vive nel crepuscolo delle sue stesse scelte, in quel limbo dove il passato bussa forte e il presente non sa rispondere. C’è una figlia, ma lontana. C’è un Paese che non lo riconosce più. E c’è lui, che forse non riconosce più sé stesso. La battaglia, stavolta, non è per cambiare il mondo, ma per sopravvivere al mondo.
Accanto a lui, Benicio Del Toro è Sergio, il sensei. Una figura che sembra uscita da un racconto zen, ma con l’ombra di chi ha visto cose che non può raccontare. Un mentore, sì, ma anche un fantasma. Uno che sa tutto e niente, che custodisce la chiave della vita, ma non te la vuole dare. E poi c’è Sean Penn. E qui bisogna fermarsi un attimo. Perché Penn, in questo film, è semplicemente devastante. Non interpreta un cattivo: incarna il caos. Il ritorno di tutte le rivoluzioni fallite, di tutti gli incubi che credevi di aver seppellito. È un corpo che parla più delle parole, un volto scolpito nella pietra. È Penn in versione mitologica, quasi animale. Guardarlo è come stare sotto una burrasca che non vuole finire mai.
Anderson si muove su un terreno che conosce, quello delle utopie logorate, delle speranze che si sono fatte vecchie. Mescola guerra e memoria, paternità e ideologia, affetti e ossessioni. La macchina da presa salta nel tempo, ci lascia senza coordinate. Anche noi, spettatori, dobbiamo perderci per poi poter ritrovare qualcosa. Il montaggio è frantumato, la fotografia è livida, le musiche si dissolvono in rumori di fondo. Tutto concorre a creare un universo dove il tempo non è una linea, ma un cerchio. Dove il passato e il presente si guardano da lontano, come due animali che non sanno se attaccarsi o riconoscersi.
DiCaprio è straordinario proprio perché è umano. Umano e inadeguato. Un eroe stanco che non sa più recitare la parte dell’eroe. Del Toro porta in scena la malinconia di chi ha visto troppo, un personaggio fatto di silenzi e piccoli gesti. Ma è Penn a rubare la scena, con una performance che sembra uscita da un’altra epoca del cinema: eccessiva, imprevedibile, vitale. Una forza della natura.
“Una battaglia dopo l’altra” non è un film facile. È ambizioso, disarticolato, a tratti persino sfilacciato. Anderson non cerca l’equilibrio: cerca l’impatto. E ci sono momenti in cui la trama sembra sul punto di esplodere sotto il peso delle sue stesse idee. Eppure è proprio lì, in quella imperfezione, che il film trova la sua forza. Nel coraggio di essere scomposto, di non voler piacere a tutti i costi. È un film che parla di rivoluzioni politiche, sì, ma soprattutto di rivoluzioni interiori. Di genitori e figli. Di colpe, di compromessi. Di quello che resta quando tutto è già successo.
Alla fine, la battaglia più grande non è quella che si combatte sullo schermo. È quella che continua dentro chi guarda. Perché Anderson ci costringe a fare i conti con una domanda semplice e tremenda: quando abbiamo smesso di lottare? Quando abbiamo deciso che la speranza era soprattutto troppa fatica?
Questo film non si limita a intrattenere. Ti prende per le spalle e ti costringe a guardare indietro, dentro, avanti. Pulsa, respira, ferisce. È forse il film più umano che Anderson abbia mai girato.
Per me, un colpo pieno. Uno di quei rari film che, finiti i titoli di coda, continuano a lavorarti dentro. Come tutte le battaglie che contano davvero.
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