“Zazie nel metrò” di Louis Malle

(Francia/Italia, 1960)

In piena Nouvelle Vague, quando il cinema francese stava reinventando il linguaggio cinematografico attraverso le sperimentazioni di Truffaut, Godard e compagni, Louis Malle decide di portare sul grande schermo uno dei romanzi più irriverenti e sperimentali della letteratura francese: “Zazie nel metrò” di Raymond Queneau. Per la sceneggiatura si affida a Jean-Paul Rappeneau, che trent’anni dopo dirigerà lo splendido “Cyrano de Bergerac” con Gérard Depardieu, confezionando insieme un’opera che ancora oggi lascia senza fiato per la sua modernità e audacia visionaria.

Il risultato è un film spettacolare e anarchico che anticipa di decenni linguaggi cinematografici, metafore visive e soluzioni narrative che verranno riprese da registi del calibro di Michel Gondry, Terry Gilliam e persino dagli stessi Monty Python. Malle crea un universo dove la realtà si mescola al sogno, dove i tempi narrativi si dilatano e si comprimono, dove i personaggi sono maschere grottesche che popolano un mondo onirico e surreale. È cinema puro, libero, svincolato da ogni convenzione.

La trama è apparentemente semplice: una madre vedova, desiderosa di passare del tempo con il suo nuovo amante, porta sua figlia Zazie, una ragazzina di dieci anni dalla lingua tagliente e dall’indole ribelle, a Parigi per qualche giorno. La affida allo zio Gabriel, interpretato da un sornione e strambo Philippe Noiret che dimostra ancora una volta il suo straordinario talento nel creare personaggi memorabili. Gabriel, che di mestiere fa la drag queen (cosa che negli anni Sessanta rappresentava già di per sé una scelta coraggiosa e provocatoria), diventa la guida di Zazie in questa esplorazione della capitale francese.

La piccola protagonista ha un sogno apparentemente modesto: andare in metropolitana. Ma un improvviso sciopero dei trasporti pubblici le impedisce di realizzare questo desiderio, trasformando Parigi in un labirinto da attraversare a piedi, dove ogni angolo nasconde incontri bizzarri e situazioni surreali. Incontrando e canzonando con la sua sfacciataggine una galleria di personaggi strani e inquietanti, Zazie attraversa la città come Alice nel paese delle meraviglie, tra venditori ambulanti, turisti sprovveduti e figure ambigue.

Tra questi spicca il personaggio interpretato da Vittorio Caprioli, un satiro che oggi chiameremmo giustamente pedofilo, presenza minacciosa che Malle non edulcora ma rappresenta con lucida crudezza, testimonianza di come il cinema francese dell’epoca sapesse affrontare temi scomodi senza censure ipocrite. L’interpretazione di Caprioli è inquietante e memorabile, perfettamente calibrata nel suo essere repellente.

Dal punto di vista formale, “Zazie nel metrò” è una continua esplosione di invenzioni visive: accelerazioni improvvise del montaggio, scene riprese al rallentatore alternate a sequenze frenetiche, inquadrature impossibili, dialoghi doppiati in modo volutamente innaturale, effetti speciali artigianali ma efficacissimi. Malle gioca con il mezzo cinematografico come un bambino con un giocattolo nuovo, sperimentando ogni possibilità espressiva. Il risultato è un film che non invecchia, perché la sua modernità non è legata alla tecnologia ma all’immaginazione pura.

Philippe Noiret è semplicemente sublime nel ruolo dello zio Gabriel, creando un personaggio tenero e ambiguo, protettivo ma eccentrico, capace di muoversi tra diverse identità con naturalezza disarmante. È una delle sue interpretazioni meno celebrate ma certamente tra le più interessanti, testimonianza della sua incredibile versatilità d’attore.

Quando, alla fine della sua vacanza parigina, la madre viene a riprendere Zazie, la bambina finalmente potrà salire sul metrò. Ma sarà troppo stanca per l’avventura vissuta e finirà per addormentarsi proprio sul più bello, in un finale malinconico e ironico che suggella perfettamente questo viaggio iniziatico. Alla domanda della madre su cosa abbia fatto a Parigi, Zazie risponderà con una frase che racchiude tutto il senso del film: “Sono invecchiata”. Perché “Zazie nel metrò” è questo: un’esplorazione del mondo adulto attraverso gli occhi di una bambina che perde l’innocenza scoprendo la complessità e la follia del reale.

Spettacolare, visionario, imperdibile. Un capolavoro misconosciuto che merita di essere riscoperto.

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“Django Unchained” di Quentin Tarantino

(USA, 2012)

Il grande, geniale e folle Quentin Tarantino ci regala un’altra stupenda pellicola da godere fotogramma per fotogramma. Duecentocinquanta minuti di puro cinema? No, “solo” 165, ma volano via come una pallottola ben piazzata, tra dialoghi tagliati col coltello, inquadrature da vero maestro e una colonna sonora che ti entra sottopelle e non ti molla più.

Siamo nel 1858, circa due anni prima della Guerra civile americana. Django (Jamie Foxx) è uno schiavo in catene, strappato alla moglie Broomhilda e venduto come bestiame. A liberarlo è un improbabile dentista tedesco, il dottor King Schultz, cacciatore di taglie dalla parlantina fluida e dalla pistola ancora più veloce. Il patto è semplice: Django lo aiuterà a trovare tre fratelli ricercati, e in cambio Schultz lo aiuterà a ritrovare la sua donna. Comincia così un western atipico, selvaggio e feroce, che attraversa il Texas per arrivare poi fino al Mississippi, lasciandosi dietro una scia di cadaveri.

E, come sempre, nei fiotti splatter di sangue, Tarantino ci mette un tema duro e spietato: il razzismo e le atroci persecuzioni subite dalle persone di colore nell’America dell’Ottocento, apparentemente così lontana ma in realtà, purtroppo, non così remota. Lo fa senza sconti e senza moralismi, con la sua consueta capacità di mescolare l’orrore e la risata, il grottesco e la tragedia. Basta pensare alla scena del Ku Klux Klan con i cappucci, cuciti alla meglio, che non lasciano vedere dai buchi: ridi, sì, ma di quella risata amara che poi ti si ferma in gola. Perché sotto la patina pop e le esplosioni di sangue (tantissimo e rosso come non mai) batte un cuore furioso e sincero.

Come accade spesso nella storia, i più spietati non sono solo i padroni viziati e arroganti come Calvin J. Candie, uno strepitoso Leonardo DiCaprio, mellifluo, vanesio e crudele, che si muove nella sua Candyland come un piccolo imperatore decadente. Sono soprattutto i kapò, quelli che dall’interno quell’orrore contribuiscono a tenerlo in piedi. Come il “negro Stephen”, interpretato da uno stratosferico Samuel L. Jackson, da triplo Oscar (se solo l’Academy avesse un po’ più di coraggio!): vera mente oscura di Candyland, vecchio servo che comanda più del padrone e che con uno sguardo fa gelare il sangue. Il personaggio più odioso del film e, probabilmente, il più memorabile.

Ma con l’arrivo del dottor King Schultz, un affabile e implacabile Christoph Waltz (che si aggiudica la sua seconda statuetta come miglior attore non protagonista dopo quella per Bastardi senza gloria, altro regalo tarantiniano e primo attore nella storia a vincere due Oscar interpretando per il primo un fervente razzista e nel secondo un implacabile antirazzista), e dell’uomo libero Django, le cose cambieranno per sempre. Waltz è semplicemente delizioso: gentiluomo e killer, elegante e spietato, capace di una frase educata un istante prima di sparare. Foxx gli tiene testa con una presenza fisica potente, un’ira sorda che cresce di scena in scena fino all’esplosione finale. E Kerry Washington, nei panni della sfortunata Broomhilda, dà al film il suo cuore romantico.

Oscar (ovviamente) anche come miglior sceneggiatura originale. E come potrebbe essere altrimenti? I dialoghi di Tarantino sono musica: lunghi, ironici, deliranti, pieni di digressioni che sembrano superflue e invece costruiscono tensione. La famosa cena a Candyland, con il teschio, il martelletto e quel sorriso che si spegne, è una lezione di scrittura e di regia, di quelle che si dovrebbero far studiare nelle scuole di cinema di tutto il mondo.

Django Unchained è poi l’ennesimo omaggio del cineasta statunitense al grande cinema italiano (almeno c’è lui che si ricorda chi siamo stati…). Il titolo viene dal Django di Sergio Corbucci del 1966, la colonna sonora pesca a piene mani dal repertorio del maestro Ennio Morricone e dal tema originale di Luis Bacalov, gli zoom improvvisi e i primi piani sugli occhi sono puro spaghetti western doc. E il punto più alto dell’omaggio è la scena tra Franco Nero, l’originale Django, e lo stesso Foxx, che gli dice il suo nome:

– Django… la D è muta – dice Foxx.
– Lo so! – risponde stizzito Franco Nero.

Una battuta, due secondi, e il cerchio si chiude. Un passaggio di testimone fra generazioni di cinema, firmato da un regista che il nostro cinema lo ama più di quanto, forse, lo amiamo noi.

Voto? Un bel 9 e 3/4 su 10. Il 10/10 manca solo perché qualche minuto in meno nel finale, forse, non avrebbe fatto male. Ma quando esci dalla sala o ti alzi dal divano, con il sangue ancora negli occhi e la musica in testa, hai solo una cosa da dire:

…EDDAJE (stavolta la D non è muta!).

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“Requiem For A Dream” di Darren Aronofsky

(USA, 2000)

Tratto dal romanzo omonimo e cult, scritto nel 1978 da Hubert Selby Jr., “Requiem For A Dream” ci racconta l’ascesa agli inferi di quattro tossicodipendenti, Harry (un bravissimo Jared Leto), il suo amico Tyrone (Marlon Wayans), la sua ragazza Marion (una bellissima e fragile Jennifer Connelly) e sua madre Sara, interpretata da Ellen Burstyn, che per l’interpretazione ottiene la candidatura all’Oscar come migliore attrice protagonista.

Sei i primi tre vengono inesorabilmente divorati dall’eroina Sara, invece, ingenuamente cade nella morsa delle anfetamine con la colpevole e micidiale complicità di una televisione aggressiva e letale.

Darren Aronofsky (che poi vincerà il Leone d’Oro per il suo “The Wrestler”, e dirigerà film come “Il cigno nero” e “Noah”) attraverso l’uso claustrofobico dello split screen e dettagli splatter ci da un bel pugno nello stomaco, togliendoci ogni speranza.

Bello e tosto come pochi.

Per la chicca: l’autore del romanzo e della sceneggiatura Hubert Selby Jr, appare in un cameo, nei panni di un secondino razzista che sorveglia Tyrone ai lavori forzati, mentre il regista Aronofsky veste i panni di un componente del pubblico dello show televisivo che ossessiona Sara.

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“Quando c’era Marnie” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2014)

E’ passato fugacemente per le sale italiane “Quando c’era Marnie” di Hiromasa Yonebayashi (già regista di “Arietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” e stretto collaboratore del maestro Miyazaki), prodotto dallo Studio Ghibli che ha già annunciato – sob! – la momentanea chiusura a causa del flop commerciale de “La storia della principessa splendente” e del ritiro dello stesso Miyazaki.

Tratto dall’omonimo libro della scrittrice britannica Joan Gale Robinson, edito nel 1967, e fra i 50 libri che più hanno influenzato l’opera di Hayao Miyazaki, “Quando c’era Marnie” ci racconta la difficile adolescenza della tredicenne Anna, rimasta orfana a tre anni e per questo adottata.

Sulla sua strada incontrerà, tra sogno e realtà, una coetanea con un fascino e una dolcezza particolari, a cui si sentirà profondamente legata…

Un’opera delicata e struggente che, come tutti i film dello studio Ghibli, merita senz’altro di essere vista.

“4 mosche di velluto grigio” di Dario Argento

(Italia/Francia, 1971)

Sul maestro Dario Argento è stato detto e scritto molto, e io che non amo affatto gli horror o gli splatter, soprattutto nelle sue prime cinque pellicole, lo considero comunque uno dei più grandi registi italiani (e non solo) di tutti i tempi.

Per questo meglio di tanti saggi e manuali per aspiranti sceneggiatori, è opportuno rivedere “4 mosche di velluto grigio” per capire come si scrive e realizza un film dal meccanismo perfetto.

Se “Profondo Rosso” – almeno per me – rappresenta l’apice del genio di Argento (oltre ad essere uno dei capolavori della cinematografia mondiale) “4 mosche di velluto grigio” è sempre un gran bel film.

A partire dalla sequenza dei titoli di testa con il ritmo calzante della batteria in parallelo alla lotta di Roberto Tobias (Michael Brandon) con la zanzara che alla fine riesce a schiacciare con i piatti – lotta che ricorda quella del perfido Snaky (l’indimenticabile Jack Elman) nel mitico “C’era una volta il West” del grande Sergio Leone, e scritta qualche anno prima proprio dallo stesso Argento – per arrivare fino alla sequenza finale girata a 18.000 fotogrammi per secondo.

Guardandolo si capisce che grande cinefilo è Dario Argento, che sceglie di chiamare la via in cui abita Tobias (che nella realtà è nel quartiere romano dell’Eur) “F. Lang”, in omaggio al grande cineasta tedesco, maestro dell’espressionismo cinematografico tanto amato dal regista, che lo richiamerà ancora più chiaramente in “Suspiria” del 1977 inserendo, fra l’altro, nel cast Joan Bennett, attrice legata sentimentalmente per anni allo stesso Fritz Lang.

Davvero un gran film.

“Birra ghiacciata ad Alessandria” di John Lee Thompson

(UK, 1958)

Io che non sono un amante dei film bellici adoro, invece, questa pellicola che racconta un evento realmente accaduto sul fronte africano nel 1942.

Non parliamo di grandi manovre o strategici attacchi aerei, ma di una scalcinata ambulanza militare inglese che da Tobruk, assediata dai tedeschi (tornata oggi tristemente alle cronache) deve raggiungere Alessandria per portare in salvo due giovani ausiliare rimaste sul fronte per errore.

A scortare le due ragazze ci sono il capitano Anson (impersonato da uno strepitoso John Mills), militare capace ma logorato nei nervi dal fronte e per questo dedito all’alcol, e il sergente Pugh (Harry Handrews che sembra nato per questo ruolo).

Durante un rifornimento, al gruppo si unisce il capitano sudafricano Van der Poel (un giovane e volitivo Anthony Quayle) rimasto indietro.

Sotto gli effetti dell’alcol Anson commetterà una leggerezza che costerà la vita a una delle due ragazze e per questo, mortificato, prometterà a se stesso di non bere più fino a quando raggiungeranno Alessandria, dove c’è un piccolo bar che serve una gustosissima birra ghiacciata in bottiglia.

Ma la strada per quel bar è dura, drammatica e piena di colpi di scena…

Tratto dal romanzo di Christopher Landon e diretto dal grande artigiano della macchina da presa J. Lee Thompson, “Birra ghiacciata ad Alessandria” è un bell’esempio del miglior cinema inglese del dopoguerra.

Da vedere d’estate con un bella birra fresca accanto al divano!

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“We Want Sex” di Nigel Cole

(UK, 2010)

Sembra incredibile, ma ancora nel 1968 il salario di uomini e donne era diverso, ovviamente in sfavore delle donne.

“We Want Sex”, il cui titolo originale è: “Made in Dagenham”, è una commedia drammatica britannica che racconta un episodio fondamentale nella storia dei diritti delle donne nel Regno Unito. Diretto da Nigel Cole nel 2010, il film è basato su eventi realmente accaduti nel 1968 presso lo stabilimento Ford di Dagenham.

La storia segue Rita O’Grady (interpretata magistralmente da Sally Hawkins), un’operaia apparentemente comune che si ritrova a guidare uno sciopero di 187 cucitrici per ottenere la parità salariale con i colleghi maschi. Quello che inizia come una piccola protesta si trasforma in un movimento nazionale che porterà all’approvazione dell’Equal Pay Act nel 1970.

Il titolo italiano del film deriva da un divertente equivoco: durante una manifestazione, uno striscione con la scritta “We Want Sex Equality” (Vogliamo uguaglianza sessuale) viene mostrato solo parzialmente, lasciando visibile solo “We Want Sex” (Vogliamo sesso).

Il cast eccellente include anche Bob Hoskins nel ruolo del sindacalista Albert, Miranda Richardson nei panni della Segretaria di Stato Barbara Castle, e Rosamund Pike come la moglie di un dirigente Ford che simpatizza con la causa delle operaie.

Cole riesce a bilanciare momenti di comicità genuina con scene di forte impatto emotivo, mostrando le difficoltà personali che le protagoniste affrontano nella loro battaglia. Il film esplora i sacrifici familiari, l’opposizione sociale e le tensioni all’interno del movimento operaio stesso.

Ciò che rende “We Want Sex” particolarmente efficace è la sua capacità di trattare temi importanti come la discriminazione di genere e la lotta di classe senza risultare didascalico. La pellicola celebra il coraggio di donne ordinarie che hanno fatto la storia, rimanendo sempre autentica e coinvolgente.

La ricostruzione storica è accurata e la fotografia ricrea perfettamente l’atmosfera della fine degli anni ’60. La colonna sonora, ricca di hit dell’epoca, contribuisce all’immersione nel periodo.

“We Want Sex” è un film che unisce intrattenimento e impegno sociale, ricordandoci che i diritti che oggi diamo per scontati sono stati conquistati con determinazione e sacrificio da donne e uomini che hanno lottato contro i pregiudizi dei loro datori di lavori, ma anche dolorosamente, in questo caso, contro quelli dei loro mariti e fratelli. È una pellicola che merita di essere riscoperta, capace di ispirare e commuovere senza mai risultare retorica.

Del 1968 vengono ricordate fin troppe cose – molte delle quali sono rimaste sempre e solo nella capoccia di chi, enfatico, continua a raccontarle – ma i fatti di Dagenham sono fra i pochi che devono essere ricordati come dovere civico e sociale.

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“Le vie del signore sono finite” di Massimo Troisi

(Italia, 1987)

Scritto da Massimo Troisi e dalla sua partner lavorativa e, per un periodo anche di vita Anna Pavignano (relazione che terminò dopo la realizzazione di “Scusate il ritardo”), “Le vie del signore sono finite” ci riporta nel ventennio (epoca storica negli anni Ottanta poco rivisitata, se non da Tinto Brass…) e ci racconta la storia di Camillo, un barbiere di Acqualsalubre – un piccola e irreale località termale del sud Italia – inventore di pozioni per capelli e dermatiti, ma afflitto da una grave quanto misteriosa malattia psicosomatica che lo costringe ciclicamente su una sedia a rotelle.

Come sempre, nei film di Troisi, l’intimo e il personale hanno un ruolo focale nella vicenda dei protagonisti, e così Camillo per affrontare la sua malattia dovrà affrontare se stesso e soprattutto i suoi sentimenti.

Davvero un gran bel film, che ci ricorda che perdita abbiano subito il nostro cinema e la nostra cultura in generale con la morte prematura del suo regista.

Nel cast appaiono anche Massimo Bonetti e Marco Messeri (davvero bravo nel ruolo del fratello morboso di Camillo), amici intimi di Troisi anche nella vita reale.

Il film vince meritatamente il Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura.

“In ordine di sparizione” di Hans Petter Moland

(Norvegia/Svezia, 2014)

Quando questa drammatica commedia nera, scritta da Kim Fupz Aakeson e Finn Gjerdrum, è stata presentata in Italia (da un distributore indipendente, è giusto ricordarlo) sono stati richiamati autori come Tarantino, Kitano o i fratelli Coen, ma nessuno – incredibilmente! – ha parlato di Mario Monicelli o di Alberto Sordi e, soprattutto, del loro strepitoso “Un borghese piccolo piccolo” al quale questo film è palesemente ispirato.

Nils Dickman (un bravo quanto implacabile Stellan Skarsgård) vive una vita tranquilla in un piccolo paesino al nord della Norvegia, nel quale guida lo spazzaneve che libera l’unica strada d’accesso alla località.

Anche se “immigrato” dalla Svezia, Nils è ben voluto da tutta la comunità, tanto che gli viene assegnato il premio “Uomo dell’anno”.

Ma la mattina dopo la sua vita viene stravolta dalla notizia agghiacciante della morte per overdose del suo unico figlio. Il grave lutto compromette anche il suo matrimonio che in breve tempo naufraga con l’abbandono da parte di sua moglie.

In procinto di suicidarsi, Nils scopre casualmente che suo figlio è stato vittima di un complotto, capitando a sua insaputa nelle mani di feroci spacciatori . La vendetta del conducente di spazzaneve sarà implacabile quanto cruenta…

Da ricordare anche l‘interpretazione di Bruno Ganz, nei panni del capo di una famiglia di balcanici al quale per errore viene ucciso il figlio, e che si ritroverà davanti Nils nel momento del giudizio finale.

Fa bene pensare che il nostro grande cinema, anche se passato, ancora è fonte di ispirazione.

“Mortacci” di Sergio Citti

(Italia, 1989)

C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel modo in cui certi film scivolano nel dimenticatoio. “Mortacci” di Sergio Citti, uscito nel 1989, è uno di questi casi che grida vendetta. Non stiamo parlando di un’operetta minore o di un esperimento maldestro, ma di un lavoro che sta a pieno titolo nel solco della nostra grande commedia, quella capace di far ridere e piangere nella stessa sequenza, quella che non ha paura di guardare negli angoli bui dell’animo umano per tirarci fuori la verità, nuda e cruda come un’apparizione notturna.

La sceneggiatura porta firme che da sole basterebbero a certificare un pedigree di tutto rispetto: Sergio Citti naturalmente, ma anche Ottavio Jemma, David Grieco e soprattutto l’indimenticabile, insostituibile Vincenzo Cerami. E poi c’è l’ombra lunga di Pier Paolo Pasolini, che secondo le cronache del tempo aveva regalato l’idea originale a Citti molti anni prima, quasi un testamento spirituale. Impossibile non pensare, guardando questo film, a “‘A livella” del grande Totò, quella poesia immortale dove la morte livella tutto e tutti, principi e plebei, ricchi e straccioni.

L’idea è tanto semplice quanto folgorante: un piccolo cimitero dove le anime dei morti “vivono” in una sorta di limbo, condannate ad aspettare che l’ultimo vivente che si ricorda di loro trapassi a sua volta. Solo allora potranno finalmente completare il loro viaggio nell’aldilà, liberarsi dal peso della memoria altrui. È un purgatorio-parcheggio dove il tempo scorre strano, dove convivono morti recenti e anime che stazionano da secoli, tutti in attesa della stessa benedetta dimenticanza.

A fare da coro c’è Lucillo Cardellini, interpretato da un Sergio Rubini che qui dimostra tutta la sua capacità di passare dal registro drammatico a quello tragicomico con naturalezza disarmante. Lucillo è il nuovo arrivato, il soldato che era stato creduto morto in una missione di pace in Libano e che, tornato al paese, ha scoperto di essere diventato un eroe nazionale a sua insaputa. Il paese intero aveva lucrato sulla sua presunta morte, costruendo un museo, organizzando commemorazioni. Quando lui torna, con la sua carne e le sue ossa vive che smentiscono il mito, non resta che una soluzione: deve morire davvero, perché al paese serve un eroe morto, non uno vivo che fa domande scomode.

È a Lucillo che gli altri morti raccontano le loro storie, ed è qui che Citti dà il meglio di sé, orchestrando un carosello di vicende umane che sono insieme ridicole e strazianti, grottesche e tremendamente vere. C’è Tommaso Grillo, il veterano interpretato da Galeazzo Benti, quello che ha inventato il modo di dire “chi dorme non prende pesci” e altri proverbi, condannato proprio per questo a non essere mai dimenticato. C’è l’episodio con Alvaro Vitali e Aldo Giuffrè, forse il momento più viscerale del film. E poi c’è Malcolm McDowell nei panni di Edmondo, un attore che anche da morto continua a recitare, a mettere in scena il proprio pathos amoroso come fosse ancora su un palcoscenico.

A presidiare questo campionario di umanità varia c’è Domenico, il custode del cimitero interpretato da un Vittorio Gassman, come quasi sempre, in stato di grazia. Rozzo, cinico, disonesto, Domenico è uno che non si fa scrupoli a depredare le salme che dovrebbe custodire, un personaggio che incarna tutta la miseria morale dell’esistenza ma che Gassman tratteggia con una sfumatura di umanità che lo rende quasi tenero nella sua spregiudicatezza. E quando Mariangela Melato appare, briosa ed energica come sempre, il quadro si completa con quella capacità tipicamente italiana di mescolare il sublime e il triviale senza soluzione di continuità.

Quello che Citti fa in “Mortacci” è operazione di alta chirurgia narrativa. Prende il registro della commedia all’italiana, quella tradizione che va da Monicelli a Risi passando per Scola, e ci innesta dentro atmosfere surreali che devono molto al Fellini più visionario e a un certo espressionismo popolare che Pasolini aveva teorizzato e praticato. Il risultato è un film stratificato, dove il grottesco non è mai fine a se stesso ma serve a indagare le magagne della società italiana, la grettezza, l’ipocrisia, quella fame di apparire che divora tutto, persino i morti.

La fotografia di Cristiano Pogany e le musiche di Francesco De Masi contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, onirica ma mai irreale, dove il cimitero diventa una quinta teatrale perenne, un palcoscenico su cui si consuma l’ultimo atto della commedia umana. Non c’è niente di horror in questo film, niente che voglia spaventare o turbare con effetti da grand guignol. È tutto tremendamente quotidiano, familiare, quasi consolatorio nella sua visione della morte come passaggio naturale.

Oggi, a distanza di tanti anni, “Mortacci” merita di essere riscoperto per quello che è: un figlio legittimo e di tutto rispetto della nostra grande commedia, un’opera che aggiunge alla tradizione motivi insoliti e atmosfere che sanno di favola nera e di realismo magico insieme. Un film che parla della morte per parlare della vita, che mette in scena i morti per giudicare i vivi, che usa il grottesco come bisturi per aprire le piaghe di una società che ha smarrito il senso del sacro.

Perché è proprio questo il punto. I vivi del film di Citti fanno esattamente quelle pagliacciate di cui parlava Totò: costruiscono miti falsi, celebrano eroi inesistenti, si arrampicano sulle disgrazie altrui per ricavarne vantaggi. I morti invece sono finalmente liberi da quelle maschere, possono guardarsi per quello che sono stati davvero, senza fronzoli né ipocrisie. La morte diventa paradossalmente un momento di verità, l’unico spazio dove si può essere autentici. Come diceva il Principe della risata: “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”

Se la commedia italiana è stata capace di raccontare l’Italia meglio di mille saggi sociologici, “Mortacci” ne è un esempio cristallino. È un film scomodo, irregolare, a tratti persino fastidioso nella sua franchezza, ma proprio per questo necessario. Perché ci ricorda che la memoria dei vivi può essere un peso per i morti, che le celebrazioni sono più per chi resta che per chi se n’è andato, che la vera pace si trova forse anche nella dimenticanza. Un piccolo, grande capolavoro ingiustamente dimenticato che meriterebbe di tornare alla luce.

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