“The Wrestler” di Darren Aronofsky

(USA, 2008)

Ci sono film che ti lasciano il segno come un livido. Non quelli che ti fanno urlare di meraviglia nei titoli di coda, ma quelli che ti lavorano dentro in silenzio per giorni, come se qualcosa di irrisolto continuasse a cercare una via d’uscita. “The Wrestler” di Darren Aronofsky è uno di questi. E lo è fin dal primo fotogramma, quando Aronofsky decide di seguire Randy “The Ram” (l’ariete) Robinson con la camera a mano sulle spalle, come un documentarista che non vuole disturbare la vita di un uomo che sta cercando di non scomparire.

Randy è Mickey Rourke. E Mickey Rourke è Randy. Sarebbe inutile provare a separare l’attore dal personaggio, perché Aronofsky ha fatto esattamente questo: ha scelto un uomo che conosce personalmente il sapore della gloria perduta, i corridoi squallidi dei palazzetti di provincia, la distanza siderale tra chi eri e chi sei diventato. Rourke porta nel film tutto se stesso, le cicatrici vere, il corpo consumato ma ancora potente, quello sguardo che sa esattamente dove si trovano i confini tra finzione e autobiografia. La sua è una delle grandi prove attoriali del cinema americano degli ultimi vent’anni, una di quelle interpretazioni che ti fa dimenticare che stai guardando un film.

Nella nostra versione, a dargli voce è Francesco Pannofino, un doppiatore di grande classe capace di trovare la stessa ruvida dolcezza che Rourke costruisce fotogramma per fotogramma. Pannofino non copia, interpreta. Scava nella stessa direzione dell’attore originale e trova qualcosa di autentico che fa sì che il Randy in italiano sia la stessa persona del Randy in inglese. Non è un risultato scontato, e chi si occupa di doppiaggio sa quanto sia raro.

Randy The Ram era una superstar del wrestling negli anni Ottanta. Ora vive in un camper in affitto, lavora nel magazzino di un supermercato dove nessuno lo riconosce più, si arrangia tra incontri semiprofessionistici che lo mettono a rischio ogni weekend. Ma lui torna sempre sul ring. Non perché non sappia fare altro, ma perché lì, e solo lì, capisce ancora chi è. Il ring è l’unico posto in cui Randy Robinson esiste davvero.

Aronofsky costruisce il film con una sobrietà che non ti aspetti dal regista di “Requiem for a Dream”. Niente virtuosismi visivi, niente accelerazioni oniriche. Solo quella camera a mano, quella luce sporca, quei luoghi che puzzano di sudore e solitudine. La scelta stilistica è perfetta perché rispecchia il personaggio: Randy non ha più la capacità di abbellire niente. La sua vita è esattamente quello che sembra.

Accanto a lui, Marisa Tomei costruisce un personaggio che avrebbe potuto essere un semplice contrappunto sentimentale e invece diventa qualcosa di molto più complesso e commovente. La sua Cassidy è una spogliarellista che invecchia in un lavoro pensato per i giovani, che tiene una distanza professionale dal mondo come modo per proteggersi, che riconosce in Randy una solitudine speculare alla propria senza volerlo ammettere. Tomei è sensuale e malincolica nello stesso respiro, e la sua candidatura all’Oscar non era un atto di cortesia ma il riconoscimento di un’interpretazione che sa stare in scena con una naturalezza disarmante. In italiano è Emanuela Rossi a darle voce, con quella morbidezza controllata che si adatta perfettamente al personaggio.

C’è anche una figlia, Stephanie, interpretata da Evan Rachel Wood: il capitolo del rapporto irrecuperabile tra padre assente e figlia ferita è forse il momento in cui “The Wrestler” si avvicina di più al cinema classico americano, a quel filone di racconti sulla redenzione impossibile che ha attraversato decenni di grande cinema. La scena al vecchio molo tra Randy e Stephanie è devastante nella sua semplicità. Non ci sono urla, non ci sono rivelazioni drammatiche. C’è solo il peso di tutto quello che non è stato detto e non potrà mai essere detto.

E poi c’è la musica. La colonna sonora accompagna Randy con quelle note che ben si adattano agli anni Ottanta da cui lui non è mai uscito. Ma su tutto domina “The Wrestler”, la canzone che Bruce Springsteen ha scritto e interpretato appositamente per questo film, per amicizia con lo stesso Rourke. Non è un tema cinematografico nel senso tradizionale del termine: è una canzone che vive di vita propria, che racconta la stessa storia con le parole dove Aronofsky l’ha raccontata con le immagini, girate proprio dove il Boss è cresciuto. Springsteen capisce Randy perché conosce quell’America dei margini, quell’America delle donne e degli uomini che fanno fatica a restare a galla ma che continuano a nuotare. La canzone accompagna i titoli di coda e li trasforma in qualcosa di più emozionante di un classico finale cinematografico.

“The Wrestler” è un film sulla gloria che finisce, sulla dignità che si conquista anche nella sconfitta, sulla difficoltà enorme di cambiare quando l’unica identità che conosci è quella che ti sta uccidendo. Aronofsky non giudica Randy, non lo assolve, non lo trasforma in eroe. Semplicemente lo guarda, con quella camera a mano che gli cammina dietro come un’ombra fedele, e ci dice: eccolo. Questo è un uomo. Guardate.

E noi guardiamo. E non dimentichiamo.

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“The Fighter” di David O. Russell

(USA, 2010)

“The Fighter” esplora le complesse sfaccettature familiari e personali dietro la vera carriera e la vera vita del pugile statunitense Micky Ward. Ma, attenzione, non è solo una storia di pugilato, ma una dissezione cruda e implacabile delle dinamiche familiari e delle lotte interiori che spingono un uomo verso il ring e, ancor di più, verso la redenzione.

Mark Wahlberg, nel ruolo di Micky Ward, è come una corda tesa, sempre sul punto di spezzarsi, ma incredibilmente resiliente. La sua interpretazione è una sinfonia di silenzi e sguardi che dicono tutto senza dire nulla. Ma, come spesso accade nei migliori racconti, sono i personaggi ai margini a catturare l’attenzione. Christian Bale (che vince l’Oscar come migliore attore non protagonista) nei panni del fratellastro Dicky Eklund, è un tornado di energia caotica e devastante. Ex pugile promettente ormai caduto in disgrazia, Dicky è una figura tragica, un uomo che combatte demoni più spaventosi di qualsiasi avversario sul ring: la tossicodipendenza da crack. E Bale lo interpreta con una ferocia che è sia terrificante che profondamente commovente.

E poi c’è Melissa Leo (anche lei premio Oscar come migliore attrice non protagonista), che incarna magistralmente la madre di Micky e Dicky, una donna tanto devota quanto manipolatrice, madre e patriarca di nove figli avuti da uomini diversi. La sua interpretazione è come una mano gelida che ti stringe il cuore, costringendoti a riconoscere la complessità della maternità in un ambiente così spietato e senza sconti, come sono i margini della società americana.

Russell dirige con la precisione di un chirurgo, alternando con maestria le scene di combattimento viscerali con momenti di dramma familiare che tagliano come coltelli affilati. La fotografia di Hoyte van Hoytema cattura la grinta e la desolazione di Lowell, Massachusetts, come una città intrappolata in un incubo senza fine.

La sceneggiatura, firmata da Scott Silver, Paul Tamasy e Eric Johnson, evita i sentieri battuti dei film sportivi, scegliendo invece di immergersi nelle profondità delle relazioni umane. I dialoghi sono taglienti e autentici, come voci che sussurrano segreti oscuri nelle orecchie degli spettatori. Non è un caso, quindi, che come produttore esecutivo ci sia il regista Darren Aronofsky.

La colonna sonora, con brani di The Rolling Stones e degli Aerosmith, non è solo un accompagnamento musicale, ma un pulsante battito cardiaco che sottolinea ogni pugno, ogni urlo, ogni lacrima e ogni bacio appassionato.

“The Fighter” non è solo pugilato, ma un’epopea umana che scava nei recessi più oscuri dell’anima. È una storia di riscatto e sacrificio, di speranza e disperazione, che ti lascia esausto ma stranamente ispirato. Come un bel romanzo, è un viaggio che esplora non solo il coraggio e la determinazione, ma anche le ombre che perseguitano ciascuno di noi. E alla fine, ti rendi conto che il vero combattimento non è mai sul ring, ma sempre dentro di noi.

Nel cast da ricordare anche l’ottima interpretazione di Amy Adamas nei panni di Charlene, la compagna di Micky.

“Requiem For A Dream” di Darren Aronofsky

(USA, 2000)

Tratto dal romanzo omonimo e cult, scritto nel 1978 da Hubert Selby Jr., “Requiem For A Dream” ci racconta l’ascesa agli inferi di quattro tossicodipendenti, Harry (un bravissimo Jared Leto), il suo amico Tyrone (Marlon Wayans), la sua ragazza Marion (una bellissima e fragile Jennifer Connelly) e sua madre Sara, interpretata da Ellen Burstyn, che per l’interpretazione ottiene la candidatura all’Oscar come migliore attrice protagonista.

Sei i primi tre vengono inesorabilmente divorati dall’eroina Sara, invece, ingenuamente cade nella morsa delle anfetamine con la colpevole e micidiale complicità di una televisione aggressiva e letale.

Darren Aronofsky (che poi vincerà il Leone d’Oro per il suo “The Wrestler”, e dirigerà film come “Il cigno nero” e “Noah”) attraverso l’uso claustrofobico dello split screen e dettagli splatter ci da un bel pugno nello stomaco, togliendoci ogni speranza.

Bello e tosto come pochi.

Per la chicca: l’autore del romanzo e della sceneggiatura Hubert Selby Jr, appare in un cameo, nei panni di un secondino razzista che sorveglia Tyrone ai lavori forzati, mentre il regista Aronofsky veste i panni di un componente del pubblico dello show televisivo che ossessiona Sara.

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