Quanto tempo si può vivere mentendo su un evento fondamentale della propria esistenza? Uno, dieci o trent’anni? …Ma soprattutto: a che prezzo ci si riesce?
Rachel Singer (Helen Mirren) è una ex agente del Mossad. E’ nota in tutto il Paese perché è stata lei, assieme a Stephen Gold (Tom Wilkinson) e David Peretz (Ciaràn Hinds) nel 1965 nell’allora Berlino Est, a scovare, catturare e poi uccidere Dieter Vogel (Jesper Christensen) il sanguinario e spietato chirurgo del campo di concentramento di Birkenau.
A poco più di trent’anni da quei fatti, Rachel è l’ospite d’onore alla presentazione del libro di sua figlia Sarah, dedicato proprio a quei giorni, che leggendo alcuni brani le fa rivivere…
Berlino Est, 1965. La giovane Rachel Singer (Jessica Chastain) passa il confine per unirsi a due suoi colleghi del Mossad: Stephen Gold (Marton Csokas) e David Peretz (Sam Warthington) che sono sulle tracce di Vogel. L’identificazione e la cattura di Vogel riescono perfettamente, grazie al coraggio di Rachel, ma per un disguido il ritorno a Berlino Ovest no. Mentre i tre agenti aspettano ordini per un nuovo tentativo di espatrio clandestino, Vogel si libera e colpisce, sfigurandola, Rachel che però riesce a ucciderlo prima che riesca a fuggire.
Poco dopo la fine della presentazione del libro di Sarah, Rachel viene raggiunta da Stephen, che oggi è diventato membro del Governo oltre che il suo ex marito. L’uomo le riporta la tragica notizia che David, poche ore prima, si è suicidato. Rachel è costretta così a dover affrontare il suo passato …quello vero.
Tosto film d’azione con un grande cast, quasi tutto britannico, e comunque tutto proveneite dai palcoscenici teatrali inglesi o americani, regista compreso.
Remake del film israeliano “Ha-Hov” scritto da Assaf Bernstein e Ido Rosenblum, e diretto dallo stesso Bernstein nel 2007.
Qualche simpatico buontempone ancora scherza sulla storia dell’emancipazione delle donne e su come queste vergognosamente venivano – e purtroppo a volte ancora oggi vengono – trattate e considerate.
Se ci fermiamo un attimo a pensare che nel nostro Paese il voto alle donne è stato concesso solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da fare gli spiritosi. E allora andiamo in Gran Bretagna, alla fine del XIX Secolo.
Il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy) viene assunto dal noto Dottor Darlymple (un bravissimo Jonathan Price) proprietario del più famoso studio medico di Londra che cura il male del momento: l’isteria femminile. Ovviamente parliamo solo di quella che affligge le ricche signore dell’alta borghesia e aristocrazia britannica. E la cura che propone il serio Dottor Darlymple non è altro che una masturbazione travestita da terapia medica. Tutte la altre donne si devono arrangiare. E se qualcuna esagera nell’essere troppo ribelle e volitiva, il Codice Penale di Sua Maestà prevede l’isterectomia coatta.
Darlymple ha due figlie femmine: Emiliy (Felicity Jones) e Charlotte (Maggie Gyllenhaal). La prima è la classica e remissiva donna che la società maschile esige, la seconda invece è volitiva, ribelle e indomita, proprio una spina nel fianco nel becero e conservatore padre. Viste le ottime capacità di Granville, Darlymple gli propone un accordo: sposare sua figlia Emily e succedergli un giorno come titolare dello studio. I sogni del giovane medico sembrano finalmente realizzarsi, ma i dolori lancinanti alla mano, che aumentano inesorabilmente dopo ogni seduta, e il suo successivo scarso rendimento li fanno naufragare.
Per fortuna l’amico d’infanzia di Granville, Lord Edmund St. John-Smythe (Rupert Everett), è un patito di nuovi macchinari a corrente elettrica, e sta mettendo a punto una sorta di piumino elettrico. Il nuovo e strano strumento verrà preso da Granville come spunto per realizzare il primo vibratore della storia…
Scritto da Jonah Lisa Dyer, Stephen Dyer e Howard Gensler, “Hysteria” ci racconta con eleganza e pungente ironia la nascita di uno degli strumenti più utili della storia, che ha contribuito a liberare le donne, così come la pillola anticoncezionale, da una schiavitù mentale, fisica e medievale. Strumento che però purtroppo ancora oggi troppi considerano – per ragioni quelle davvero imbarazzanti – un vero e proprio tabù.
Questo struggente film diretto da Yoshifumi Kondō e scritto da Hayao Miyazaki, è ispirato al manga per ragazze “Sospiri del cuore” di Aoi Hiiragi. Prodotto e realizzato dallo Studio Ghibli, nasce da un’idea dello stesso Miyazaki.
Il maestro del cinema d’animazione giapponese è stato sempre attento al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, e la sua sensibilità si respira tutta in questa bellissima pellicola.
Shizuku è una stundetessa delle medie in vacanze per l’estate. La sua passione è la lettura e così si reca quasi ogni giorno nella biblioteca civica della città o in quella della sua scuola per prendere sempre nuovi libri in prestito.
Casualmente si accorge che un certo Seiji Amasawa ha preso sempre prima tutti i libri che lei chiede in prestito. Intanto, una mattina incontra casualmente un gatto che la porta in un particolarissimo negozio di antiquariato dove è esposta, tra le altre cose originali, una statuetta rappresentante un gatto antropomorfo che si chiama Baron. La strana magia che ruota intorno al gatto cambierà la sua esistenza facendole decidere di diventare scrittrice e permettendole di incontrare il nipote dell’antiquario…
Stupenda pellicola di formazione su un’età così particolare. Da ricordare anche la canzone “Take Me Home, Country Road” di John Denver che la stessa Shizuku tenta più volte di tradurre e adattare in giapponese.
Nel 2002 viene realizzato sempre dallo Studio Ghibli lo spin-off “La ricompensa del gatto” ispirato al gatto Baron di questo film.
Ecco un classico dei classici, una delle pietre miliari della cinematografia mondiale che a quasi sessant’anni è ancora fresco e divertente come un bambino.
Poco dopo l’uscita nelle librerie del romanzo “I cento e una dalmata“ scritto da Dodie Smith nel 1956, quel gran genio di Walt Disney ne acquistò i diritti per la riduzione cinematografica. A scrivere la sceneggiatura chiamò il suo collaboratore di fiducia Bill Peet, che migliorò notevolmente il romanzo, come ammise la stessa Smith.
Per realizzare il lungometraggio poi venne sviluppata la tecnica della xerografia che consentì a Disney e ai suoi collaboratori di risparmiare tempo – quasi la metà – e denaro, visto che i costi di quella tradizionale avevano portato lo stesso Disney a pensare di chiudere il reparto animazione.
E, come capitò proprio alle soglie dell’avvento dell’animazione digitale, quando una grave crisi sembrava dover investire inesorabilmente la Disney, Wolfgang Reitherman Hamilton Luske e Clyde Geronimi riuscirono a realizzare un capolavoro assoluto che ancora oggi vanta milioni di fan di tutte le generazioni.
Se la storia dei cuccioli di Pongo e Peggy, che vengono rapiti per rischiare di diventare una pelliccia, ancora ci emoziona, quella che davvero è entrata a far parte dell’immaginario collettivo è lei, la cattiva per eccellenza: sua perfidia e malvagità pura Miss Crudelia De Mon!
Se è vero che ogni storia che funziona ha cattivo che funziona, “La carica dei 101” ci regala una delle cattive più cattive di tutte, più della regina di Biancaneve, degna di salire sul podio dei più cattivi di tutti i tempi accanto a quel Lord Darth Vader che ancora ci intimorisce. Insomma, una cattiva da capolavoro.
Tim Burton è davvero un geniaccio visionario, e ha iniziato la sua carriera come disegnatore e animatore per la Disney. Cresciuto guardando i più classici B movie anni Cinquanta e Sessanta, shakera in maniera sublime queste sue due anime, regalandoci spesso pellicole indimenticabili come questa “La sposa cadavere” girata in stop-motion.
Proprio le sue due anime vengono richiamate simbolicamente all’inizio del film, quando sui titoli di testa appare un gatto del tutto simile a Vincent, il protagonista del suo primo cortometraggio datato 1982. Così come quando Victor e Victoria si incontrano per la prima volta, lui suona un pianoforte marca “Harryhausen”, marca che è un omaggio al genio degli effetti speciali e dei mostri cinematografici più inquietanti dei film anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta Ray Harryhausen.
Per scrivere la sceneggiatura John August, Pamela Pettler e Caroline Thompson si basano sui personaggi creati dallo stesso Burton assieme a Carlo Grangel (disegnatore e animatore di film come “Madagascar”, “Kung Fu Panda”, “Bee Movie” e “Hotel Transylvania”) che a loro volta prendono spunto da un racconto folkloristico della cultura ebraica del Seicento.
I Van Dort possiedono una pescheria grazie alla quale sono diventati la famiglia più ricca del paese. L’unica cosa che gli manca è far dimenticare le umili origini dalle quali la signora e il signor Van Dort provengono. Gli Everglot, invece, sono la famiglia più blasonata del paese, ma che però è ormai sul lastrico. Per assecondare le rispettive esigenze, le due famiglie organizzano un matrimonio combinato fra i rispettivi figli unici: Victor Van Dort (che nella versione originale è doppiato da Johnny Depp) e Victoria Everglot (Emily Watson).
Ma il carattere timido e impacciato di Victor cozza con la rigida formalità che un evento del genere esige, e così il ragazzo preso dal panico fugge nel bosco. Lì, suo malgrado, risveglierà il cadavere di Emily (Helena Bonham Carter) una giovane donna uccisa il giorno del suo matrimonio…
Come capita spesso, Burton ci racconta una storia dove i mostri più orrendi non sono i cadaveri che riprendono vita, ma i vivi eleganti e di bell’aspetto…
Da vedere.
Per la chicca: il personaggio di Bonejangles, lo scheletro che cantando e ballando accoglie Victor nel regno dei morti, è ispirato al grande Sammy Davis Jr.
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Nella cultura britannica, anche al di là dell’oceano, si parla di disabilità in maniera molto più onesta, rispettosa e sincera, al contrario di come invece spesso e purtroppo ne parliamo generalmente noi. Questo ovviamente vale anche per il cinema, e questo “Non guardarmi: non ti sento” è un ottimo esempio.
Perché se si considera la disabilità un tabù, fra tutti i grandi limiti che si hanno nel cervello, ci sarà anche quello di non riuscire a riderci. Ovviamente intendo ridere non sulla disabilità, ma sui preconcetti e i pregiudizi che questa, nelle menti più ottuse o semplicemente più impaurite, comporta.
Così non si potrà apprezzare questa divertente commedia anni Ottanta, con due mostri sacri della comicità americana come Gene Wilder e Richard Pryor, che parte proprio dai pregiudizi che hanno un non vedente e un non udente sulle loro rispettive disabilità.
Wallace “Wally” Karue (Richard Pryor) ha perso la vista a causa di un ubriaco che lo ha investito e fa di tutto per non sembrarlo. Così si reca al colloquio per un posto di commesso presso l’edicola di David “Dave” Lyons (Gene Wilder), che a causa di una grave forma di scarlattina, nell’arco di alcuni anni, ha perso completamente l’udito.
A cambiare le loro vite ci penseranno l’avvenente Eve (Joan Savarance) e il perfido Kirgo (un giovanissimo e sconosciutissimo Kevin Speacy) due killer senza scrupoli alla ricerca di un’antica e preziosissima moneta…
Scritto da Earl Barret, Arne Sultan e Marvin Worth, e diretto da uno dei grandi artigiani di Hollywood come Arthur Hiller (Oscar umanitario nel 2012), questo “Non guardarmi: non ti sento” ancora diverte, grazie anche ai suoi due straordinari protagonisti.
A proposito di Richard Pryor, è giusto ricordare che ha interpretato questo film un paio di anni dopo che i medici gli diagnosticarono una grave forma di sclerosi multipla, malattia che lo uccise nel 2005. E poi dite che non sapeva affrontare la vita con spirito…
Fra le molte cose belle scritte da Sam Shepard c’è anche il soggetto e poi la sceneggiatura, redatta insieme allo stesso Win Wenders e a Lewis Minor “Kit” Carson, di questo bellissimo “Paris, Texas”, diretto dal regista tedesco nel 1984.
Al confine con il Messico, un vagabondo disidratato viene soccorso da un medico della zona che gli trova in tasca solo un biglietto da visita che riporta il nome Walt Henderson. Il medico, sperando in una sorta di ricompensa, chiama il numero di telefono al quale risponde ovviamente Walt Henderson (Dean Stockwell) che, una volta ascoltata al descrizione del vagabondo, lo riconosce come suo fratello Travis (un bravissimo Harry Dean Stanton) scomparso quattro anni prima.
Walt, che vive a Los Angeles, corre subito e riesce a convincere Travis a seguirlo a casa dove c’è sua moglie e soprattutto Hunter, il figlio di Travis che lui da quattro anni ha accolto dentro casa come fosse il suo.
Il nuovo arrivato destabilizza la famiglia di Walt, e soprattutto Hunter, che decide di andare a Huston insieme al padre per cercare Jane (una indimenticabile Nastassja Kinski), sua madre. A Huston però…
Pellicola memorabile sia per le immagini che per la storia e i dialoghi. Con questo film Wenders si conferma cineasta a livello planetario, così come Shepard scrittore di cinema, e la Kinski icona del cinema con quel suo maglione fucsia scollacciato.
Meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes, e con una colonna sonora davvero di atmosfera, “Paris, Texas” è da tenere nella propria videoteca.
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Il film d’esordio di quello che poi diventerà uno dei registi più rappresentativi del Novecento vanta un cast straordinario che, oltre alla magnetica Jeanne Moreau, annovera alcune delle figure destinate a diventare le più emblematiche del cinema francese: Maurice Ronet, perfetto nella parte dell’amante tormentato, Charles Denner (che François Truffaut sceglierà anni dopo per impersonare il suo alter ego nello splendido “L’uomo che amava le donne”), il possente Lino Ventura e l’elegante Jean-Claude Brialy. Un ensemble che già da solo testimonia l’ambizione e la lucidità con cui il giovane Louis Malle si affaccia alla regia cinematografica.
Per scrivere la sceneggiatura, tratta dal romanzo omonimo di Noël Calef pubblicato appena due anni prima, nel 1956, Malle chiama l’amico personale e scrittore Roger Nimier, figura di spicco della letteratura francese che, a soli ventotto anni, aveva già pubblicato cinque romanzi, fra cui “L’ussaro blu”, divenuto manifesto del movimento letterario degli “ussari” – quella corrente di scrittori cinici e disincantati che reagiva all’impegno esistenzialista con un elegante nichilismo. L’incontro tra la sensibilità di Nimier e la visione di Malle produce una sceneggiatura tesa come una corda di violino, dove il meccanismo del thriller perfetto si inceppa proprio nel momento della sua apparente riuscita.
La trama ruota attorno a Florence Carala, interpretata da una splendida e sensuale come poche Jeanne Moreau, che incarna alla perfezione la femme fatale moderna, inquieta e carnale, e Julien Tavernier (Maurice Ronet), legati da una relazione clandestina impossibile da vivere alla luce del sole. Simon Carala (Jean Wall), marito molto più anziano di Florence, è uno degli uomini più potenti e influenti del Paese, una figura ingombrante che impedisce ai due amanti di coronare il loro sogno. Ma l’amore e il desiderio, uniti alla prospettiva delle consistenti sostanze dello stesso Carala, spingono Florence e Julien a elaborare un piano che appare perfetto per eliminare il terzo e ricco incomodo, senza destare il minimo sospetto. Quando però tutto sembra procedere secondo i piani, un dettaglio apparentemente insignificante fa crollare l’intera architettura: Julien rimane bloccato nell’ascensore dell’edificio dove ha appena compiuto l’omicidio, trasformando quella che doveva essere una notte di liberazione in un incubo claustrofobico.
Ed è proprio questa trappola metallica sospesa nel vuoto a diventare il cuore pulsante del film, la metafora perfetta di un destino che si ribalta, di un piano che si sgretola per un particolare trascurato. Mentre Julien lotta contro il panico e l’angoscia nella sua prigione verticale, Florence vaga per le strade notturne di Parigi alla sua disperata ricerca, in una delle sequenze più iconiche della storia del cinema: il suo volto in primo piano, segnato dall’ansia e dal desiderio, accompagnato dalle note malinconiche e ossessive della tromba di Miles Davis, diventa l’emblema stesso del noir esistenziale.
Claustrofobico e disperato noir d’antologia, “Ascensore per il patibolo” presenta sequenze e spunti visivi che hanno fatto scuola, influenzando generazioni di cineasti. La colonna sonora originale firmata ed eseguita da Miles Davis – registrata in una sola notte di improvvisazione mentre il grande trombettista guardava le immagini del film – rappresenta uno dei più alti esempi di simbiosi tra musica jazz e cinema, creando un’atmosfera ipnotica e angosciante che amplifica ogni emozione. Sullo sfondo, una Parigi notturna e carnale, lontana dalle cartoline turistiche, fatta di café deserti, vetrine illuminate, marciapiedi bagnati dalla pioggia e volti anonimi che scivolano nell’ombra.
Il titolo originale francese, “Ascenseur pour l’échafaud”, si riferisce direttamente alla pena capitale: l’échafaud è infatti il patibolo, la ghigliottina che in Francia era prevista per gli assassini. Una condanna che aleggia su tutta la vicenda come un’ombra inevitabile, un destino già scritto. La pena di morte verrà abrogata definitivamente dal Codice Penale francese solo nell’autunno del 1981, per volontà del neo Presidente della Repubblica François Mitterrand, chiudendo così un capitolo oscuro della storia transalpina.
Malle confeziona un’opera che è al tempo stesso un thriller perfetto e una riflessione esistenziale sul caso, sul destino e sulla fragilità dei piani umani di fronte all’imprevedibilità della vita.
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Basandosi sul racconto “La leggenda della valle addormenta” di Washington Irving (scrittore statunitense nato a New York nel 1783, morto nel 1859, e sepolto nel cimitero di Sleepy Hollow, davvero!) Tim Burton ripropone in maniera fantasticamente visionaria una delle leggende più tradizionali della cultura americana, quella di Ichabod Crane e del mitico cavaliere senza testa (che Walt Disney invece raccontò con tutti altri toni nel 1949). Proprio dallo scritto di Irving, infatti, Kevin Yagher (maestro degli effetti speciali) e Andrew Kevin Walker scrivono il soggetto e Walker da solo poi la sceneggiatura di questo film, forse il più gotico di Burton.
New York 1799, il giovane detective della Polizia Ichabod Crane (Johnny Depp) a causa dei suoi metodi empirici e innovativi che aborrano la tortura, viene mandato a Sleepy Hollow, un piccolo paesino di agricoltori, dove un fantomatico cavaliere senza testa ha ucciso e decapitato già tre persone.
Il giovane Ichabod a Sleepy Hollow oltre a risolvere il caso troverà molte cose, come l’amore, ma soprattutto ritroverà una parte di se stesso che credeva perduta…
Con il 99% dei set artificiali, “La leggenda di Sleepy Hollow” è uno dei film più riusciti di Tim Burton, con un Depp d’annata così come un diabolico Christopher Walken che indossa i panni sanguinari del cavaliere senza testa.
Ma Burton, che cura l’aspetto visivo dei suoi film in ogni particolare, è attento anche a quello artistico e così affianca ai due protagonist Depp e Christina Ricci, una serie di attori di teatro britannici molti bravi e famosi come Michael Gambon, Miranda Richardson e Richard Griffiths.
Attori di indiscusso talento tanto da partecipare anche alla saga cinematografica di Harry Potter: il primo nei panni di Albus Silente (dopo la morte di Richard Harris), la seconda in quelli di Rita Skeeter e il terzo in quelli di zio Vernon.
Il passaggio dall’infanzia alla pubertà, e poi alla vera e propria adolescenza, non è mai facile. Come non è mai semplice raccontarlo. Ma Michel Gondry, regista visionario (la cui opera più nota è “Se mi lasci ti cancello”) ci riesce molto bene.
Daniel (Ange Dargert) è un ragazzino introverso e solitario, che nasconde il suo viso ancora acerbo dietro una folta chioma. La sua più grande passione è disegnare, ma a casa e a scuola sono davvero in pochi a comprenderla. Se in famiglia è schiacciato dai suoi due fratelli maggiori e da una madre (Audrey Tautou) patologicamente apprensiva ma allo stesso tempo indifferente, a scuola è soprannominato Microbo. Quando però nella sua classe arriva Théo (Théophile Baquet), appena trasferitosi con la famiglia in città, le cose cambiano.
Fra i due nasce subito un forte legame, anche se Théo è considerato da tutti un tipo strano, e viene soprannominato Gasolina, per l’odore di benzina che emanano le sue mani. Infatti è figlio di un antiquario, che in realtà assomiglia molto più a un robivecchi, e passa il suo tempo fuori della scuola a costruire e inventare strani macchinari usando il materiale di scarto dell’attività paterna.
Per reagire alle rispettive famiglie che in modi differenti li ignorano, e soprattutto all’angoscia che provoca il crescere, i due decidono di costruire un piccolo veicolo a motore, camuffato da casetta da giardino, con il quale attraversare il Paese e visitare il Massiccio Centrale, dove Théo passò una vacanza in colonia. Ma il viaggio, come il crescere, comporterà forti emozioni, dolori e sorprese…
Gondry ci racconta tutto questo con una sensibilità e un realismo misto a una sconfinata fantasia davvero particolari, che a tratti ricordano i grandi maestri del genere come Vittorio De Sica e François Truffaut.