Con questa pellicola il grande François Truffaut chiude il ciclo dedicato ad Antoine Doinel, il suo alter ego cinematografico, nato quasi vent’anni prima con lo splendido “I 400 colpi”.
Doinel (interpretato ovviamente e come in tutti i film del maestro francese da Jean-Pierre Léaud) e Christine (Claude Jade) divorziano consensualmente dopo cinque anni di matrimonio. Sono i primi a Parigi a poterlo fare con la nuova legge che rende tutto più rapido quando i coniugi scelgono di separarsi consensualmente.
Antoine ha da tempo una relazione con Sabine (Dorothée), ma la sera stessa in cui il giudice emana la sentenza di divorzio, l’uomo incontra casualmente Colette, una sua ex fiamma. Attraverso flashback (costituiti da brevi sequenze di tutti i film e i cortometraggi che Truffaut ha realizzato con Doinel protagonista) riviviamo la storia fra Antoine e Colette, e soprattutto il rapporto profondo ma assai complicato dello stesso Antoine con tutte le donne, a partire da quello con la madre.
Scritto da Truffaut insieme a Suzanne Schiffman (collaboratrice storica del regista), Marie-France Pisier (che in vari film dedicati a Doinel interpreta Colette) e Jean Aurel, “L’amore fugge” come tutti i film del grande cineasta francese prende dritto al cuore. Tocca le corde dell’animo umano parlandoci dell’amore. Non di quello dorato e onirico, ma dell’amore vero, egocentrico, viziato ma sempre e comunque sincero. Una sorta di rilettura struggente di “Alfredo Alfredo” del maestro Germi.
Da ricordare anche la canzone che apre e chiude il film: “L’amour en fuite”, scritta da Laurent Voulzy e Alain Souchon, e interpretata dallo stesso Souchon.
Scritto da Samuel Beckett e diretto da Alan Schneider (regista teatrale di fama mondiale, fra i più capaci di portare sul palco le opere dei grandi autori contemporanei così come quelle dello stesso Beckett), questo splendido cortometraggio ha come protagonista Buster Keaton.
Il premio Nobel per la Letteratura scrive questa sceneggiatura apparentemente assai semplice ma che in realtà ci mostra tutto il conflitto interiore, e soprattutto spirituale, che Beckett ha raccontato come pochi altri.
O (interpretato da un Buster Keaton eccezionale) cerca in tutti i modi di sfuggire allo sguardo di chiunque possa vederlo. Non importa se sia un essere umano o un pacifico animale, O non vuole essere percepito in alcun modo. Ma è possibile farlo? Davvero possiamo riuscire a sfuggire lo sguardo profondo degli altri…
22 minuti di profonde emozioni, che solo due grandi artisti come Beckett e Keaton possono dare. Emozioni forti e violente, così come il vero cinema e il vero teatro devono donare.
Per quanto riguarda Buster Keaton, questo cortometraggio è l’ennesima prova della sua grande e immortale arte, e di come un grande attore comico possa diventare un grande attore drammatico, mentre sembra molto più raro il contrario.
Questo film, da molti considerato uno dei migliori – se non il migliore – del grande Brian De Palma, è allo stesso tempo uno dei più riusciti e coinvolgenti omaggi al maestro del brivido – e non solo… – Alfred Hitchcock.
Kate Miller (una splendida e davvero seducente Angie Dickinson) è una casalinga di mezza età, frustrata dal rapporto col suo secondo marito. Il primo, molti anni prima, è morto in Vietnam e le ha lasciato Peter (Keith Gordon) un adolescenze solitario e molto nerd. Per superare la proprie insicurezze è in cura dal Dott. Robert Elliott (un sempre bravo Michael Caine) e proprio dopo una seduta con lui, Kate cede alle lusinghe di uno sconosciuto e – per la prima volta in vita sua – vive un’avventura extraconiugale.
La sera stessa, mentre il suo amante sconosciuto dorme, Kate cercando carta e penna per lasciargli un biglietto, scopre che l’uomo ha da poco contratto la sifilide. Sconvolta, esce rapidamente dall’appartamento ma, ancora nell’ascensore, si rende conto di aver lasciato il suo anello di diamanti dall’uomo. Quando le porte dell’ascensore si aprono al piano da dove era salita, Kate viene aggredita da una donna con una folta chioma bionda e con un grande paio di occhiali da sole, che la massacra con un rasoio.
Nella foga della violenza, la bionda non si rende conto che l’ascensore si ferma a un piano dove sulla soglia c’è Liz Blake (Nancy Allen), una giovane e avvenente escort col suo cliente che però fugge subito via. Liz, turbata, non riesce a far altro che raccogliere il rasoio insanguinato.
Alla centrale, il detective Marino (Dennis Franz, che qualche anno dopo diverrà famoso per il ruolo di Andy Sipowicz nella serie tv “NYPD – New York Police Department”) non le crede e, per accettare il suo alibi, pretende che la ragazza porti davanti a lui il suo cliente. La situazione per Liz sembra disperata, ma ad aiutare lei e la Polizia a individuare il vero colpevole ci pensa Peter…
Come sempre De Palma – autore anche del soggetto e della sceneggiatura – mette il cinema nel cinema in questo che, assieme a “Omicidio a luci rosse”, è uno dei suoi più carnali e struggenti film, intriso di una hitchcockiana sensuale morbosità, che richiama “Vertigo” su tutti.
Alla sua uscita accese aspre polemiche per l’inserimento di scene di nudo e sesso che molti trovarono “gratuite” e da film hard. E, soprattutto, scandalizzò allora l’uso – mantenuto riservato fino all’uscita del film – di una controfigura per i primi piani del seno e del sesso della Dickinson. Le polemiche durarono molto sulla stampa americana, tanto di portare provocatoriamente De Palma a girare “Omicidio a luci rosse” nel 1984, ambientato appunto nei set del cinema hard, e con una scena proprio di “doppiaggio” del seno della protagonista.
Polemiche (allora più o meno giustificate, anche se oggi con tutto quello che è passato in mezzo fanno un pò sorridere) a parte, “Vestito per uccidere” è davvero un gran bel film. Bella colonna sonora firmata da Pino Donaggio e scena finale – come quasi tutte quelle firmate da De Palma – da brivido e antologia del cinema.
Come già ricordato più volte, la Francia è il terzo paese al mondo nella produzione di pellicole d’animazione, dopo gli Stati Uniti e il Giappone. La quantità non sempre si lega alla qualità, ma la cinematografia transalpina invece è di diritto sul podio mondiale dei cartoni animati anche per la bellezza delle pellicole che sa creare.
Tutti vorremmo che il mondo dei bambini fosse sempre gioioso, felice ed edulcorato, ma la realtà è purtroppo ben diversa. Come per Icare, un bambino di otto anni, che vive da solo con la mamma alcolista, visto che il padre li ha abbandonati. Un triste giorno, per difendersi da lei completamente ubriaca e in preda all’ira, il piccolo la fa cadere involontariamente dalle scale.
Solo al mondo, Icare viene mandato in una casa-famiglia dove conoscerà bambini suoi coetanei, che hanno avuto genitori “terribili” come i suoi. Grazie alla purezza dei suoi nuovi amici, che come lui hanno dovuto subire il lato più oscuro degli adulti, Icare riuscirà a iniziare una nuova e serena esistenza.
Ispirato all’omonimo romanzo di Gilles Paris, e sceneggiato dallo stesso Claude Barras insieme a Germano Zullo, Morgan Navarro e Céline Sciamma, “La mia vita da zucchina” è davvero uno splendido e coraggioso film, che racconta cose che nessuno vorrebbe sentire – ma che tragicamente esistono – con una delicatezza unica e speciale.
Candidato all’Oscar e al Golden Globe 2017 come miglior film d’animazione.
LA RIVOLUZIONE E’ UN ATTO DI VIOLENZA. (MAO TZE TUNG)”
Così inizia uno dei capolavori indiscussi del cinema mondiale, che più passa il tempo e più diventa bello e affascinante: “Giù la testa” del maestro Sergio Leone.
Messico 1913. Nonostante il Paese sia nel pieno della rivoluzione che vede fra i suoi protagonisti Pancho Villa ed Emiliano Zapata, il peone Juan Miranda (un grande Rod Steiger) pensa solo a sfamare se stesso, i suoi numerosi figli e suo padre. E ci riesce facendo l’unica cosa che il mondo gli consente di fare: rapinare e rubare. Il suo sogno è, infatti, la famosa Banca di Mesa Verde dove sono rinchiuse, secondo lui, montagne d’oro che però sembrano davvero inaccessibili.
Ma sulla sua strada incappa in John H. “Sean” Mallory (James Coburn) che scopre essere un esule irlandese, legato all’IRA, ed esperto di dinamite e nitroglicerina. E così Mesa Verde e la sua banca non sembrano più un miraggio così lontano per Juan. Sfruttando la sua fame atavica, Mallory tirerà nella causa rivoluzionaria il peone suo malgrado che…
Scritto da Sergio Donati, Luciano Vincenzoni e lo stesso Leone “Giù la testa “ emoziona ancora in ogni suo fotogramma, e ci ricorda che cosa è stata la nostra cinematografia. Come tutte le sue opere, anche questa ci rendere orgogliosi di essere italiani e connazionali di Leone, genio assoluto, che ha rivoluzionato il cinema contemporaneo. Se poi ci vogliamo chiedere dove è finito o chi sono gli eredi di quel genio, beh gente, è un altro paio di maniche…
Ovviamente non si può tralasciare la strepitosa colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone che richiama al nome irlandese di uno dei due protagonisti.
E pensare che buona parte della critica “ufficiale” di allora lo criticò aspramente, perché osava criticare il ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione, attraverso la figura ambigua del Dott. Villega, interpretato magistralmente da Romolo Valli. Ma gli edonistici anni Ottanta e Novanta hanno – fortunatamente – scolorito le penne degli “esperti di partito” per rivelarci la triste verità e quanto Leone aveva preannunciato decenni prima.
Per la chicca: Leone avrebbe voluto intitolare il film: “Giù la testa coglione” ma la censura lo impedì, cosa che raccontata oggi mette davvero in imbarazzo. Infine, deve essere ricordato anche Carlo Romano, grande doppiatore italiano, che presta in maniera sublime la voce a Rod Steiger.
La mano del maestro Don Siegel si sente e si vede tutta, in questo classico noir anni Quaranta. L’intrigo complicato c’è, la bella femme fatale pure, ma soprattutto c’è quell’elemento che lo distingue dalla maggior parte degli altri film contemporanei di genere: l’ironia.
C’è un momento, verso la metà di “Il tesoro di Vera Cruz”, in cui Robert Mitchum, pistola in pugno, occhi socchiusi e sigaretta sospesa da qualche parte tra le labbra e il nulla, recapita una battuta da commedia brillante con la stessa naturalezza con cui un altro attore chiederebbe un caffè al bar. Attorno a lui, polvere rossa, cactus storti e il sole messicano che non perdona nessuno. Eppure quella battuta potrebbe tranquillamente funzionare in un salotto di Manhattan, con un bicchiere di champagne al posto della Colt. Ecco, in quel preciso momento si capisce tutto di questo piccolo grande film, e si capisce soprattutto perché Don Siegel, già allora, era un maestro.
Siegel aveva alle spalle una carriera ancora giovane ma già solidissima, costruita sulla capacità di fare cinema di genere con una consapevolezza e un’ironia – appunto! – che i suoi contemporanei spesso non potevano permettersi o semplicemente non si sognavano. “The Big Steal” — che i nostri distributori, con l’inventiva geografica che li ha sempre contraddistinti, hanno ribattezzato “Il tesoro di Vera Cruz”, aggiungendo un tesoro che nel film non esiste e storpiando per buona misura il nome della città, già da decenni scritto tutto attaccato: Veracruz — arriva nel 1949 e porta già impressa tutta la sua firma.
La storia parte con la classica entrata del protagonista su un bastimento che approda nel porto di Veracruz. A bordo c’è il tenente Douglas Anderson, interpretato da un Robert Mitchum in forma smagliante, tutto mascella, voce bassa e sguardo da chi ne ha viste troppe. Ad accoglierlo non c’è nessuna banda musicale: c’è il capitano Vincent Blake (William Bendix, efficacissimo nei panni del bullo con la divisa), che lo assale non appena mette piede a bordo. Ne nasce una colluttazione come si deve, e Anderson ha la meglio — rubando documenti e scomparendo nella città come sa fare chi ha imparato presto a non fidarsi di nessuno, tantomeno degli ufficiali superiori.
Nel dedalo di Veracruz, Anderson incrocia Joan Graham, e qui entra in scena Jane Greer, che rende il suo personaggio qualcosa di più sfumato e interessante della classica femme fatale da manuale. Joan ha un conto aperto con un certo Jim Fisher (Patric Knowles): l’uomo le ha promesso il matrimonio, si è preso duemila dollari e si è volatilizzato. Anderson invece insegue Fisher per ben altri motivi: accusa quell’individuo di aver sottratto un milione di dollari dalle casse dell’esercito americano, facendo ricadere la colpa su di lui. Con Blake che gli soffia sul collo, il tempo stringe. Ma in questo film, come in tutti i noir che si rispettano, la verità è sempre un’altra cosa rispetto a quella che sembra, e le apparenze sono la materia prima con cui il genere costruisce le sue trappole migliori.
Quello che distingue “Il tesoro di Vera Cruz” dalla media dei noir contemporanei non è tanto la trama — intricata quanto basta, mai esasperata — né la fotografia, né la regia, per quanto tutte e tre queste componenti funzionino benissimo. Ciò che lo rende davvero speciale è quel registro ibrido e irresistibile, quell’ironia pungente che trasuda da ogni scena come il sudore sotto il sole implacabile del Messico. Le battute hanno il ritmo e il tono della sophisticated comedy, il genere cinematografico che negli anni Trenta e Quaranta aveva nel dialogo brillante la sua ragione di vita. Ma qui quelle battute vengono pronunciate in mezzo al nulla desertico, tra inseguimenti in jeep su strade sterrate, sparatorie improvvise e personaggi che non si fidano l’uno dell’altro nemmeno per un secondo. Il contrasto è straniante, divertente e cinematograficamente preciso: Siegel sa esattamente quello che sta facendo, e la sensazione è che lo stia facendo anche con un certo godimento.
Mitchum, dal canto suo, è perfetto per questo doppio registro. È uno di quegli attori che riescono a essere contemporaneamente seri e ironici senza che il risultato sembri mai forzato, e in questo film quella caratteristica è messa a frutto in maniera quasi chirurgica. Anche il rapporto che si sviluppa tra Anderson e Joan Graham ha quel sapore acidulo e brillante della coppia da commedia che si scontra e si provoca mentre il mondo le crolla addosso.
La sceneggiatura porta la firma di Daniel Mainwaring — lo stesso che qualche anno dopo avrebbe scritto il soggetto di “L’invasione degli ultracorpi“, altro titolo destinato a entrare nell’olimpo del cinema di genere americano — e di Gerald Drayson Adams, a partire dal racconto “The Road to Carmichael’s” di Richard Wormser. Il lavoro sui dialoghi è solido, il ritmo non cala mai, e i colpi di scena vengono serviti con il tempismo giusto, senza esibizionismi inutili.
“Il tesoro di Vera Cruz” è un film che non ha mai goduto della fama che merita, probabilmente perché si colloca in quella zona di confine tra generi che all’epoca poteva disorientare e che ancora oggi rende difficile etichettarlo con precisione. Non è un noir puro, non è una commedia, non è un film d’azione: è tutte e tre le cose assieme, cucite con la mano sicura di un regista che aveva capito, prima di molti altri, che i generi sono strumenti, non gabbie. Per chi ama il cinema americano degli anni Quaranta, è una di quelle visioni che lasciano il segno.
Imperdibile.
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C’è chi pensa di essere perfetto, c’è chi cerca di sembrare perfetto, e c’è chi è sicuro di non essere perfetto. A quest’ultima categoria appartiene April, la protagonsita di questa bella pellicola diretta da Helen Hunt.
April (la stessa Hunt) è una brava insegnante delle elementari. Alla soglia dei quarant’anni si sposa col collega Ben (Matthew Broderick). Nonostante i tentativi, April non riesce a rimanere incinta. Sua madre le consiglia vivamente l’adozione, così come ha fatto lei, visto che April è stata adottata. Ma la donna si rifiuta categoricamente: proverà in tutti i modi a diventare una madre “biologica”.
Alla vigilia del primo anniversaro di matrimonio, Ben la lascia e April, al lavoro, conosce casualmente Frank (Colin Firth) il padre di un suo alunno. Poche ore dopo sua madre, aggravatasi, muore. La sua vita subisce così una violenta scossa e quando le cose sembrano tornare a calmarsi, la star del talk show matttutino locale Bernice Graves (Bette Midler) bussa alla sua porta con una notizia alquanto destabilizzante…
Scritto da Helen Hunt, Alice Arlner, Victor Levin (già produttore della serie tv “Innamorati pazzi” che portò la Hunt al successo) e tratto dal romanzo di Elinor Lipman, “Quando tutto cambia” ci parla con eleganza e sincerità di come il modo in cui affrontiamo la vita è determinante per la forma che questa poi prenderà. Davvero un bel film.
Per la chicca: piccolo cameo di Tim Robbins come ospite del talk show.
Nel 1975 arriva nelle sale cinematografiche la trasposizione del libro scritto da Paolo Villaggio – nato come una lunga serie di articoli comici – “Fantozzi”. Il successo è clamoroso, tanto da far mettere in lavorazione quasi subito un sequel. Villaggio era già famoso come comico in televisione, ma la pellicola lo consacra definitivamente fra le icone della commedia italiana.
Fantozzi Ragionier Ugo è infatti degno di Bruno Cortona de “Il sorpasso” o di Silvio Magnozzi di “Una vita difficile”, perché immortala con micidiale cattiveria l’italiano medio e la sua vita quotidiana legata a piccoli privilegi e grandi soprusi.
Grazie anche all’interpretazione dello stesso Villaggio e dei grandi caratteristi che Salce sceglie come comprimari – tra cui merita di essere ricordato Gigi Reder nei panni di Filini dell’Ufficio Sinistri – “Fantozzi” diventa una figura centrale del nostro immaginario.
Si possono scrivere pagine e pagine sulle battute o le gag più divertenti dei numerosi film, anche se secondo me il primo e soprattutto “Il secondo tragico Fantozzi” rimangono inarrivabili.
Sono quasi cinquant’anni, esimio Fantozzi Ragionier Ugo, che tutti la prendono in giro e la deridono, ma poi il nostro Paese reale si ritrova molto peggio del suo immaginario.
E si ricordi, egregio, che qui c’è gente che ridevano!
La grande Elaine May dirige questa cattivissima commedia la cui sceneggiatura è scritta da Neil Simon, tratta dal racconto di Bruce Jay Friedman “A Change of Plan”.
Lenny Cantrow (un grande Charles Grodin, fra i più bravi attori comici americani che parteciperà poi a commedie campioni d’incassi come “Il paradiso può attendere”, “La signora in rosso” e “Prima di mezzanotte”) è un uomo deciso e volitivo. Così, poco dopo aver conosciuto Lila (Jeannie Berlin) decide di sposarla. Ma l’impulsività, spesso, è una cattiva consigliera. Appena partito per il viaggio di nozze, e inaugurata così ufficiliamente la loro intimità, Lenny infatti inzia a trovare insopportabili sempre più cose della nuova signora Cantrow.
Il primo giorno a Miami Beach, meta della loro Luna di Miele, Lenny incontra casualmente la giovane e avvenente Kelly Corcoran (Cibyl Shepherd). Visto che poi Lila si scotta sotto al sole ed è costretta a rimanere in camera per qualche giorno, Lenny ne aprofitta per corteggiarla.
A quello che sarebbe dovuto essere il quinto giorno del suo viaggio di nozze, Lenny decide di divorziare. L’ostacolo più grande però non è Lila, ma Mr. Corcoran (Eddie Albert), il padre di Kelly, un ricco squalo della finanza che non intende minimamente concedere a uno come Cantrow la sua unica figlia…
Grande e graffiante commedia sui lati più miseri di un uomo di successo, che rompe molti tabù sul vero, nudo e crudo, rapporto fra i due sessi.
Candidato a due Oscar: miglior attrice non protagonista a Jeannie Berlin (figlia nella vita reale di Elaine May), e miglior attore non protagonista al bravissimo Eddie Albert. Il film è stato inserito nelle 100 commedie americane più belle di tutti i tempi dall’American Film Institute.
“Il rompicuori”, nonostante i decenni passati dalla sua realizzazione, è ancora una deliziosa commedia da godere fino all’ultimo fotogramma.
Per la chicca: nel 2007 Peter e Bobby Farrelly girano il remake con Ben Stiller intitolato “Lo spaccacuori”.
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Questo è il primo lungometraggio diretto dal grande Don Siegel.
La Seconda Guerra Mondiale è appena finita e, per cercare di tornare alla normalità il più presto possibile, si adatta per il grande schermo il romanzo giallo “Il grande mistero di Bow”, scritto dall’inglese Israel Zangwill nel 1890.
Ma tutta la pellicola, anche se parla di eventi consumatisi nel secolo precedente, è impregnata di un grave e opprimente senso di colpa. Chi è giustiziato, ma anche chi giustizia, non è senza peccato e così, proprio come alla fine di una guerra devastante e sanguinaria come fu quella del 1939-1945, anche alla fine de “La morte viene da Scotland Yard” nessuno trionfa davvero.
Londra, 1890. Il Sovrintendente di Scotland Yard George Edward Grodman (Sidney Greenstreet, fra i volti più rappresentativi del grande noir americano) ha condotto una difficile inchiesta per trovare l’assassino della ricca signora Constant, uccisa barbaramente nella sua casa. I pochi indizi hanno portato a un manovale indigente, che non è riuscito a fornire un vero alibi. Poche ore dopo l’esecuzione dell’uomo nel carcere di New Gate, a Scotland Yard arrivano le prove indiscutibili della sua innocenza. Grodman viene sollevato dal suo incarico e al suo posto viene nominato John R. Buckley (Georges Coulouris), da sempre suo antagonista.
Grodman si ritira a vita privata. Proprio davanti alla sua abitazione però vive Arthur Kendall, nipote della Costant e suo unico erede. La notte in cui anche questo verrà trovato pugnalato nella sua stanza chiusa dall’interno, per Buckley inizieranno i veri problemi…
Bellissimo esempio di noir in costume e d’atmosfera. Se il romanzo di Zangwill fu fra quelli che di fatto crearono – dopo gli scritti del grande Edgar Allan Poe – il genere cosiddetto del mistero della camera chiusa, ovvero di un enigma poliziesco apparentemente irrisolvibile, il film del maestro Siegel invece punta più sui caratteri e sui sentimenti, ovviamente anche quelli più bassi e miseri, dei suoi protagonisti.
Da vedere.
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