“Bellissima” di Luchino Visconti

(Italia, 1951)

Nel 1951 in Italia la televisione non era ancora arrivata, il mezzo di comunicazione di massa più seguito e idolatrato era il cinema. I giornali erano certo letti e seguiti da molti, ma la soglia di alfabetizzazione era ancora molto bassa e così la carta stampata era ad uso e consumo, comunque, di una piccola parte elitaria della società.

Anche per questo la radio, fin dai suoi albori, vista la sua facile e diretta accessibilità, aveva affascinato e ammaliato milioni di ascoltatori in tutto lo stivale. L’arrivo del cinema muto, e ancora più quello del sonoro, avevano cambiato in maniera irreversibile la cultura, la moda e gli usi quotidiani di tutti, cosa che sarebbe riuscita a fare, qualche decennio dopo, solo la televisione.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il nostro Paese, da perdente, era materialmente e moralmente prostrato. L’arrivo, soprattutto dall’altra parte dell’oceano, di pellicole spettacolari con l’ostentata opulenza dei musical e delle sophisticated comedy, accesero in molti il miraggio di una vita migliore, senza più privazioni e umiliazioni.       

Ad aumentare queste speranze c’era anche il successo immediato e clamoroso che un film poteva regalare a una sconosciuta o a uno sconosciuto, volti preferiti dal Neorealismo. Una semplice commessa o un modesto operaio, grazie alla partecipazione anche in un ruolo marginale ad una pellicola campione d’incassi, si ritrovava in pochi giorni sulla bocca di tutti con contratti faraonici per altri film e pubblicità.

Ma, come cita il vecchio detto: “Non è tutto oro ciò che luccica”, e così gli “eletti” che diventavano famosi nel giro di un film, fin troppo spesso dovevano constatare sulla loro pelle che il successo, così come la bella vita, più rapidamente arrivava, e più rapidamente poteva andarsene, lasciando macerie materiali e soprattutto emotive spesso inguaribili. Nonostante ciò, negli studi di Cinecittà, si accalcavano frotte di persone per fare un provino, soprattutto madri con figlie e figli piccoli o adolescenti.

La leggenda vuole che ad ispirare Zavattini per il soggetto di questo film fu proprio un episodio accaduto ad Alessandro Blasetti che dovette “fare i conti” con una madre che a tutti i costi voleva fargli prendere la sua piccola figlia nel film che stava per iniziare perché …bellissima. A scrivere la sceneggiatura sono poi due pilastri del nostro cinema immortale, oltre a Visconti la firmano Suso Cecchi D’Amico e Francesco Rosi, che farà anche la sua prima esperienza come aiuto regista.

La storia di Maddalena Cecconi che cerca in ogni modo di far prendere a Blasetti la sua piccola figlia Maria, interpretata da Tina Apicella, è una delle più struggenti e dolorose della storia del cinema. Questo grazie certo alla sceneggiatura, ma soprattutto alla stratosferica interpretazione dell’immensa Anna Magnani che dona a Maddalena un’umanità unica e forse irripetibile.

La bravura di Visconti, che era reduce del clamoroso insuccesso del suo “La terra trema”, fu quella di lasciare la Magnani libera di recitare quasi a braccio un ruolo che le apparteneva fin sotto la pelle, sapendo sapientemente ritrarla con un’eleganza e uno stile che solo lui possedeva. I due avrebbero dovuto lavorare insieme già in “Ossessione” del 1943, esordio dietro la macchina da presa dello stesso Visconti, ma la gravidanza della Magnani fece assegnare la parte a Clara Calamai. Nel cast deve essere ricordato anche un bravissimo Walter Chiari nei panni dell’ambiguo Alberto Annovazzi, forse il suo ruolo più odioso di sempre.

La modernità di questo capolavoro sta anche nelle sequenze girate in esterno a Cinecittà che ricordano fin troppo quelle attuali di persone che cercano di partecipare o partecipano a noti programmi televisivi che si realizzano proprio in quegli studi, e che hanno spesso la stessa espressione volitiva e speranzosa di Maddalena Cecconi.

All’uscita nelle nostre sale “Bellissima” però non fu accolto caldamente dal pubblico che evidentemente ci si riconosceva fin troppo. Fu all’estero, prima a Parigi e poi a New York, che venne acclamata come vera e propria opera d’arte, consacrando definitivamente Anna Magnani a stella di prima grandezza del cinema mondiale.     

Un capolavoro assoluto e immortale. 

Per la chicca: nelle sequenze iniziali lo speaker che annuncia il casting per il nuovo film di Blasetti è un giovanissimo ma già gagliardo Corrado Mantoni, con la sua indimenticabile voce.

Per la chicca seconda: in un ruolo secondario, la moglie del fotografo a cui si rivolge Maddalena per le immagini di Maria da presentare al provino, c’è Lola Braccini, grande attrice di teatro – la vera passione di Visconti – che divenne poi un’ottima doppiatrice e che presterà magistralmente la sua voce a grandi attrici straniere fra cui Margaret Rutherford nei film in cui impersona Miss Jane Marple.

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“Il pianeta delle scimmie” di Franklin J. Schaffner

(USA, 1967)

Cult indiscusso della fantascienza, e non solo quella cinematografica, degli anni Sessanta.

Tratto dal’omonimo romanzo del francese Pierre Boulle (1912-1994) – che nel 1952 aveva pubblicato il libro di grande successo “Il ponte sul fiume Kwai” che ispirò il famosissimo adattamento cinematografico diretto da David Lean nel 1957 con, fra gli altri, Alec Guinness e William Holden – che venne pubblicato per la prima volta nel 1963, e due anni dopo nel nostro Paese col titolo “Viaggio a Soror”, opera che molti considerano ispirata a “Gorilla Sapiens (Genus Homo)” scritto dagli statunitensi Lyon Sprague de Camp e Peter Schuyler Miller nel 1941.

Il romanzo di Sprague de Camp e Schuyler Miller (che a sua volta si ispira indiscutibilmente allo splendido “La macchina del tempo” del maestro Herbert George Wells) però, non parla di viaggi nello spazio, ma di un gruppo di esseri umani che a causa di un incidente rimane intrappolato in un tunnel stradale. Grazie ad una sostanza chimica gli esseri umani cadono in un lungo letargo che li blocca nel tunnel per milioni di anni. Al loro risveglio il gruppo trova la Terra completamente cambiata: ricoperta quasi interamente da interminabili foreste fluviali, è dominata da quattro specie di scimmie intelligenti che sono in lotta fra loro…

Pierre Boulle, invece, nel decennio segnato della febbre per la conquista della Luna e allo stesso tempo dal terrore atomico, sposta la vicenda nello spazio dove una “particolare” coppia di viaggiatori interstellari trova una bottiglia con un messaggio che racconta l’incredibile viaggio sul pianeta Soror fatto dall’esploratore stellare Ulisse Mérou…

Nel 1967 la 20th Century Fox decide di realizzarne l’adattamento cinematografico e chiama due grandi esperti per scrivere la sceneggiatura: Michael Wilson (già premio Oscar per lo script de “Il ponte sul fiume Kwai”) e il grande Rod Serling, che con la sua serie immortale “Ai confini della realtà” ha cambiato per sempre il mondo di fare fantascienza. E la mano di Serling si vede tutta in quasi ogni fotogramma della pellicola, che abbandona alcuni snodi narrativi del romanzo originale – come ad esempio il finale che invece rispetterà quasi alla lettera Tim Burton nel suo “Il pianeta delle scimmie” del 2001 – per parlare dei temi bollenti nell’Occidente del momento: la piaga infame dell’intolleranza e del razzismo, e l’ombra tetra e oppressiva dell’olocausto atomico, che non sembrano poi così lontani l’uno dall’altro.

La regia viene affidata a Franklin J. Schaffner (che poi dirigerà pellicole come “Patton. Generale d’acciaio”, “Papillon” e “I ragazzi venuti dal Brasile”) che riesce a girare scene e sequenze d’azione davvero di primo livello, considerando i mezzi allora a disposizione, soprattutto quelli per realizzare gli effetti speciali.

Così ci troviamo a bordo della nave spaziale Icarus (nome che ce la dice lunga…) il cui equipaggio è composto da George Taylor (Charlton Heston) Landon (Robert Gunner), Dodge (Jeff Burton) e Stewart. La missione è quella di viaggiare nel cosmo per raggiungere un nuovo pianeta da popolare e colonizzare. Secondo la teoria della relatività del tempo, i sei mesi passati dal gruppo sulla Icarus – la cui velocità sfiora quella della luce – equivalgono a numerose decine di anni sulla Terra. I quattro, intanto, si ibernano per compiere un lungo viaggio nello spazio e raggiungere il pianeta simile alla Terra, loro obiettivo. 

Durante il viaggio però, la navicella naufraga su un pianeta ammarando in un lago salato nel centro di un deserto. Taylor, Landon e Dodge si svegliano in tempo per salvarsi e constatare che la cabina di Stewart era difettosa e che la donna è morta nel sonno ormai da molto tempo.

Raggiunta la riva, i tre astronauti iniziano a camminare nel deserto in cerca di acqua e cibo. Quando le loro riserve stanno per terminare, incontrano una tribù di esseri del tutto simili agli umani, ma senza la parola. Non hanno neanche il tempo di tentare una qualche comunicazione che tutti vengono attaccati da un gruppo di gorilla a cavallo che, con armi e reti, li cattura tutti, uccidendone molti.

Taylor, prima di essere preso insieme a Landon, viene ferito gravemente alla gola, mentre Dodge rimane ucciso. Quando Taylor riprende i sensi si ritrova in una gabbia guardato a vista da altri gorilla umanoidi – che evidentemente domina il pianeta – alcuni con in mano fruste e bastoni, altri con fogli di carta e penne.

L’astronauta non ci mette molto a capire che gli ultimi due, Zira (Kim Hunter, che nel 1952 vinse l’Oscar per la sua interpretazione di Stella ne “Un tram che si chiama desiderio” diretto da Elia Kazan, ruolo che aveva portato precedentemente in teatro) e Cornelius (Roddy McDowall), sono scienziati e gli altri semplici guardiani. A causa della ferita alla gola Taylor non riesce a parlare, ma Zira intuisce che quell’uomo non è come gli altri e così lo chiama “occhi vivi”. I due scienziati riferiscono del nuovo arrivato al professor Zaius (Maurisce Evans) che, oltre ad essere il responsabile della ricerca scientifica della comunità, è anche uno dei guardiani delle antiche scritture.

E proprio queste, da secoli, dicono che gli esseri umani oltre ad essere estremamente pericolosi non sono in grado di pensare e quindi di parlare, e per questo Zaius osserva e tratta Taylor con infinito disprezzo e sdegno, che forse dissimulano anche della paura…

Il resto è storia del cinema, che trova il suo apice nella scena finale che ancora oggi viene continuamente citata e omaggiata. Ma quello che colpisce sempre dritto al mento è la denuncia senza sconti che questa pellicola fa urlando contro il razzismo e la discriminazione, tema molto caro dal grande Rod Serling.

Il biondo, aitante e dagli occhi azzurri Charlton Heston viene picchiato e tenuto al guinzaglio da dei gorilla: cosa intollerabile per la parte più reazionaria, razzista e conservatrice dell’allora società benpensante americana, e non solo. E allo stesso tempo Serling ci ricorda che il peggior nemico dell’uomo …è se stesso.

Per comprendere al meglio la mano di Rod Serling in questo film basta andarsi a rivedere l’indimenticabile episodio “Gente come noi” della prima stagione di “Ai confini della realtà”, andato in onda nel marzo del 1960, con protagonista, guarda caso, lo stesso Roddy McDowall.

Immortale.  

“The Tomorrow Man” di Noble Jones

(USA, 2019)

Ed Hemsler (un bravissimo John Lithgow) è uno pensionato “che è nella parte sbagliata dei sessant’anni” – come dice lui – e vive in una piccola cittadina della provincia americana. Suo figlio abita a circa un’ora di auto da lui, con moglie e figlia adolescente, ed è a lui che fa l’unica telefonata quotidiana.

Il resto della giornata Ed lo passa a guardare il telegiornale, con le sue catastrofiche notizie dal mondo, e a finire di preparare il suo rifugio, segreto e personale, per quando arriverà la fine. Perché Ed ne è ormai certo: l’apocalisse, in qualsiasi forma si presenterà, è vicina.

Per questa sua ossessione, è molto oculato e previdente nella spesa che fa settimanalmente nel grande supermercato della zona. E un giorno, proprio girando fra gli scaffali, nota una donna che come lui acquista prodotti particolari e specifici, che sembrano essere adatti ad affrontare una calamità imminente.

Ed si fa coraggio, le dolorose ferite dell’abbandono della sua ex moglie ancora non sono tutte definitivamente rimarginate, e l’avvicina. La donna si chiama Ronnie (Blythe Danner) …e non si sente affatto nella parte “sbagliata” dei sessant’anni.

Nonostante le differenze di carattere i due iniziano a frequentarsi e Ed rimarrà sempre più affascinato dalla donna che scoprirà non essere ossessionata come lui della prossima fine del mondo, ma una “semplice” conservatrice seriale da quando sua figlia e poi suo marito sono mancati.

Ed e Ronnie decideranno così da affrontare le proprie più oscure e profonde paure, ma…

Originale commedia sentimentale scritta e diretta da Noble Jones, dedicata all’amore senza età e senza pregiudizi, ambientata ai giorni nostri, prima però che qualcuno avesse potuto solo immaginare cosa sarebbe accaduto con lo scoppio della pandemia… o forse no?

“Figli e amanti” di Jack Cardiff

(UK, 1960)

Lo splendido e intramontabile romanzo “Figli e amanti”, firmato da David Herbert Lawrence e pubblicato per la prima volta nel 1913, trova un ottimo adattamento cinematografico diretto da Jack Cardiff e scritto da David Lambert e T.E.B. Clarke.

La famiglia Morel vive nei pressi della cittadina inglese di Notthingham, non lontano da una vecchia miniera dove lavorano o hanno lavorato tutti i maschi di casa, a partire dal capo famiglia Walter Morel (Trevor Howard). William Morel (William Lucas), il figlio maggiore, dopo i primi anni si è trasferito a Londra dove ha trovato un posto come commesso, tutto pur di non scendere più nel pozzo oscuro della miniera, in cui invece continua a lavorare Walter assieme al secondo genito Arthur (Sean Barrett).

Paul (Dean Stockwell) è il più piccolo e presto anche lui scenderà nel pozzo, ma sua madre Gertrude (una bravissima Wendy Hiller) si oppone con tutte le forze al marito: almeno lui non dovrà fare la fine degli altri passando la propria esistenza “sottoterra”. Quando un’esplosione nella miniera uccide Arthur, sua madre convince definitivamente il padre a lasciar fare a Paul il contabile in un laboratorio di indumenti femminili di Nottingham.

Paul ha però una grande passione e un grande sogno: fare il pittore, e così riesce a trovare il coraggio di esporre un suo quadro, che raffigura il padre appena uscito dalla miniera, in un’esposizione a Nottingham.

La cosa ha risvolti inaspettati visto che un mercante d’arte nota il dipinto e, dopo averlo pagato venti sterline, offre al ragazzo di andare con lui a Londra per studiare e diventare un pittore professionista. Ma Paul non se la sente di abbandonare sua madre, visto il rapporto stretto e viscerale che ha con lei, e così rinuncia a partire. Intanto, nel negozio dove ha iniziato a lavorare, il giovane conosce Clara Dawes (Mary Ure), una lavorante che appartiene alle suffragette, e che si è da poco separata da un altro lavorante del laboratorio.

Fra i due inizia una tenera relazione, ma Paul non riesce a concedersi completamente alla donna, così come era accaduto in precedenza con la giovane Miriam (Heater Sears). Nella sua testa, ma soprattutto nel suo cuore, c’è spazio solo per sua madre che in lui cerca quel rapporto emotivo che Walter non potrà mai darle…

Non sono poche le differenze fra la sceneggiatura di questa pellicola e il libro originale, a partire per esempio dal numero dei figli Morel, ma Cardiff realizza un’opera a sestante che però mantiene lo spirito del rapporto morboso e opprimente fra una madre e i suoi figli, così superbamente raccontato da Lawrence. Certo, il romanzo ha una potenza narrativa ineguagliabile, e questa pellicola ha dovuto fare i conti con la censura morale dell’epoca in cui venne realizzata, motivo per il quale il dramma interiore di Paul è sicuramente più smussato e sotto inteso, rispetto allo scritto a cui è ispirato.

Basta pensare che nella versione italiana venne tagliata la scena in cui Paul e Clara sono in vacanza in una camera d’albergo in riva al mare d’inverno, perché il loro dialogo era troppo esplicito e diretto, riferendosi direttamente al rapporto ingerente con sua madre, e di come questo influenzasse anche la loro vita sessuale.

Purtroppo i rapporti squilibrati fra genitori e figli esistono ancora, così come esistono ancora genitori che nei loro figli vorrebbero trovare quelle soddisfazioni morali o materiali che non hanno avuto nella propria esistenza. Per questo l’opera di Lawrence, così come questo film, rimangono sempre molto attuali.

Da ricordare, oltre a tutto l’ottimo cast, anche la fotografia diretta da Freddie Francis, che si aggiudicherà, fra gli altri premi, anche l’Oscar.

“Mr. Harrigan’s Phone” di John Lee Hancock

(USA, 2022)

Primo adattamento dell’omonimo racconto “Il telefono del Signor Harrigan” di Stephen King, che apre la raccolta “Se scorre il sangue”, pubblicata dal Re nel 2020.

2003, in una cittadina del Maine il piccolo Craig ha dovuto accompagnare al cimitero – …suo malgrado – il feretro di sua madre prematuramente scomparsa. A tenergli la mano c’era suo padre con il quale, disperato, è tornato a casa.

Poco tempo dopo, dalla grande casa in cima alla collina dove finisce la strada in cui abita, arriva una singolare proposta. Il facoltoso signor Harrigan (un inquietante e sempre bravo Donald Sutherland), che da New York si è appena trasferito lì, avendo dei seri problemi di artrite alle mani e per assecondare la sua passione per la lettura, gli chiede di leggere per lui. Così, per pochi dollari all’ora, Craig inizia quasi ogni pomeriggio a salire fino a casa del Signor Harrigan per leggere ad alta voce.

Nei cinque anni trascorsi, Craig (Jeaden Martell, che partecipa anche alla nuova versione cinematografica di “It” del 2019) e Harrigan sono diventati amici e, fra un grande classico della letteratura mondiale e l’altro, si confrontano scambiandosi idee e riflessioni. Il ragazzo non riesce a comprendere come l’anziano posso rifiutare, nonostante i grandi mezzi, tutta la tecnologia che il progresso offre, non possedendo alcun televisore, ma solo una vecchia radio dove ascolta la sua tanto amata musica country.

Eppure, nella dimora di Harrigan, arrivano quotidianamente i più importanti giornali economici del Paese, e non solo, perché li suo ospite, ha scoperto Craig nel corso del tempo, è stato uno dei più scaltri e implacabili assi della finanza della Borsa di New York.   

Siamo agli albori della rivoluzione che gli smartphone porteranno in tutto il globo che, in pochi anni, cambierà lo stile di vita di tutti noi. Anche Craig, quindi, anela il suo primo Iphone e quando il padre, per il suo compleanno gliene regala uno, si sente in paradiso. Vorrebbe condividere la sua gioia con Harrigan, ma l’anziano gli confida di essere molto scettico e prevenuto su questi nuovi “aggeggi”.

Fra le consuetudini di Harrigan c’è quella di regalare per le ricorrenze dei “gratta e vinci” alle persone che lavorano per lui, cosa che naturalmente comprende anche Craig. E proprio il “gratta e vinci” regalatogli consente a Craig di riscuotere 3.000 dollari. Con una parte della somma il ragazzo decide di regalare un Iphone ad Harrigan, che però ne rimane perplesso.

Solo quando Craig gli mostra come è possibile collegarsi in tempo reale col mondo là fuori, come per esempio con la Borsa di New York, l’asso della finanza cambia opinione. Negli incontri successivi Harrigan, che ha preso sempre più dimestichezza con il suo cellulare, confida al giovane tutte le sue perplessità sugli smartphone, oggetti che in mano alle persone sbagliate possono diventare davvero molto pericolosi. Craig, che reputa le riflessioni del suo anziano amico esagerate, sorride divertito.           

Non troppo tempo dopo, un pomeriggio, il ragazzo trova l’anziano morto a causa di un attacco cardiaco nel suo salone, con in mano ancora il cellulare attivo. Craig deve affrontare così un nuovo lutto, e nel momento dell’ultimo saluto, senza che nessuno lo veda, per calmare il suo dolore infila nella tasca della giacca con cui l’anziano è stato vestito il cellulare che gli ha regalato, acceso.

Passano i giorni e il ragazzo scopre che Harrigan gli ha lasciato un lauto fondo fiduciario per consentirgli di fare tranquillamente l’università. Ma la sicurezza economica a volte non basta a tutelare dagli eventi più duri e spiacevoli che la vita ci riserva. Così Craig deve affrontare da solo il bullismo violento di Kenny Yankovich (Cyrus Arnold), irrisolto e scostante compagno di scuola che è convinto che sia stato lui ad informare i professori della sua attività di spacciatore.

Dolorante e preso dallo sconforto, Craig fa il numero di Harrigan che incredibilmente trova attivo, nonostante l’uomo sia stato seppellito già da qualche tempo. Quando parte la segreteria gli lascia istintivamente un messaggio raccontandogli le violenze di Yankovich.

Il giorno dopo Craig viene informato che il suo aguzzino è morto cadendo violentemente a terra, mentre tentava di scappare di casa…

Con una sceneggiatura, scritta dallo stesso Hancock, questa pellicola riporta in maniera quasi integra il suo spirito graffiante e angosciante del racconto originale. Così come lo scritto di King, anche questo film è un’ottima metafora dei pericoli che un uso sconsiderato, superficiale e aggressivo del cellulare – che in pochi istanti ci consente di collegarci al mondo intero – può provocare.

La pandemia e i fatti di cronaca quotidiani ci ricordano quanto questo aspetto oscuro del nostro cellulare sia reale. D’altronde, lo dice anche il grande Vasco Rossi: “Al diavolo non si vende …si regala”.

“Dolce veleno” di Noel Black

(USA, 1968)

Nel 1966 Stephen Geller (classe 1940) pubblica il suo primo romanzo, il thriller noir “She Let Him Continue”, che riscuote un discreto successo di pubblico e critica. Il libro racconta, in maniera originale, la storia di Dennis, un giovane che ha passato molti anni in un riformatorio per aver dato fuoco alla casa in cui abitava, uccidendo involontariamente la zia che lo ospitava.

Due anni dopo Noel Black dirige l’adattamento cinematografico la cui sceneggiatura è firmata da Lorenzo Semple Jr., fra i più capaci autori del periodo e autore di script di pellicole come: “Papillon” (1973) di Franklin J. Schaffner che scrive assieme a Dalton Trumbo, “Perché un assassino” (1974) di Alan J. Pakula, “Detective Harper: acqua alla gola” (1975) di Stuart Rosenberg e “I tre giorni del condor” (1975) diretto da Sidney Pollack, per il quale vince l’Oscar.

Dennis Pitt (un bravo e ambiguo Anthony Perkins) esce finalmente dal riformatorio dove ha passato la gran parte dell’adolescenza e la maturità da poco raggiunta. A 15 anni ha incendiato la casa in cui viveva assieme alla zia, che è rimasta vittima del rogo.

Il dottor Morton Azenaur (John Randolph) che è il direttore dell’istituto nel quale Dennis è stato rinchiuso, oltre a comunicargli le ferree regole della sua nuova libertà – che è ovviamente vigilata – gli ricorda che fuori da quelle mura la sua incontenibile fantasia difficilmente verrà apprezzata.

Anche se Azenaur gli ha trovato un posto in una falegnameria nei dintorni dell’istituto, Dennis preferisce trasferirsi a Winslow, una piccola cittadina della provincia americana, dove trova lavoro in uno stabilimento chimico.

Pitt non sopporta come la fabbrica scarichi impunemente i suoi rifiuti nel grande fiume della città e così decide di boicottarla, nonostante il suo burbero capo Bud Munsch (Dick O’Neill) lo tenga costantemente d’occhio. Intanto, un pomeriggio, nel parco pubblico Dennis osserva l’esibizione delle majorette della cittadina e rimane incantato dalla porta bandiera, la giovane e prorompente liceale Sue Ann Stepanek (Tuesday Weld).

Decide così di avvicinarla, fingendosi un agente della CIA in incognito, pronto a sferrare un attacco alla fabbrica nella quale lavora. Sue Ann rimane affascinata da Dennis, credendogli subito e assecondandolo senza remore, ma…

Originale thriller noir che ci racconta come sia difficile uscire dalla gabbia che, nel bene e soprattutto nel male, la società ci impone e ci mette addosso, e per questo alla fine siamo fin troppo vulnerabili alle manipolazioni altrui.

Grazie anche all’ottima interpretazione dei due protagonisti Anthony Perkins e Tuesday Weld, oltre alla sceneggiatura di Semple Jr., questa pellicola è un piccolo e sfizioso gioiellino noir che resiste al tempo.

Per la chicca: il dolce veleno del titolo – che è quello anche della versione originale “Pretty Poison” – si lega ad una delle scene finali del film.

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“L’appartamento” di Billy Wilder

(USA, 1960)

C.C. Baxter (uno straordinario Jack Lemmon) è uno degli oltre trentamila dipendenti della compagnia assicurativa che ha la sua sede in uno dei grattacieli più grandi nel centro di Manhattan. Per evitare inutili e prolissi affollamenti, per tutti i numerosissimi impiegati – che superano in numero gli abitanti di Gallarate… – gli orari di entrata e di uscita sono scaglionati.

Nonostante questo, e perché alla propria anonima scrivania si può lavorare e basta in piena solitudine, uno dei maggiori punti d’incontro fra i dipendenti sono gli ascensori stessi, manovrati da un apposito personale. Baxter, quando ci riesce, preferisce sempre prendere quello alla cui pulsantiera c’è Fran Kubelik (Shirley MacLaine) per la quale non nasconde un debole.

Ma oltre Miss Kubelik, Baxter ha altri importanti progetti, come quello di diventare il prima possibile dirigente. Avendo intuito che le sue capacità probabilmente potrebbero non bastare, Baxter ha trovato, quasi per caso, una strada alternativa.

Visto che non è sposato e vive da solo, presta il suo piccolo appartamento in affitto ad alcuni dirigenti che lì possono consumare i propri incontri extraconiugali. I problemi inizieranno quando l’alto dirigente Jeff D. Sheldrake (Fred MacMurray) gli chiederà l’appartamento per i suoi incontri clandestini proprio con Miss Kubelik…

Billy Wilder scrive, assieme a I.A.L. Diamond, e poi dirige una delle commedie sentimentali più divertenti e al tempo stesse graffianti della seconda metà del Novecento. Perché il grande cineasta punta il dito sull’esasperante omologazione che la nuova rivoluzione industriale del secondo dopoguerra provoca negli individui, che diventano dei semplici e scoloriti numeri di matricola, appartenenti a mastodontiche società i cui vertici sono distanti e sconosciuti da tutti.

Questo calzante punto di vista, tema centrale dell’economia occidentale degli anni Cinquanta e Sessanta, accomuna questo film al toccante “I giganti uccidono” diretto da Fielder Cook nel 1956, che già nel decennio precedente lo anticipava.

Sempre come ispirazione, lo stesso Wilder dichiarò più di una volta che, fra le varie pellicole, quella che gli aveva fatto venire l’idea del soggetto era stata soprattutto la splendida “Breve incontro” diretta da David Lean nel 1945, in cui i protagonisti hanno un incontro fugace in un appartamento “prestato” da un collega di lui. 

In originale il soggetto Wilder lo aveva pensato per una commedia teatrale, ma agli inizi degli anni Sessanta era impossibile ricreare in teatro una scenografia così imponente per degli uffici quasi senza fine. Su questo lo stesso Wilder dichiarò, inoltre, che per rendere sconfinato e impersonale il luogo di lavoro di C.C. Baxter, durante le riprese vennero usati specchi, mobili di dimensioni ridotte e persone affette da nanismo.  

La redenzione di C.C. Baxter ha a sua volta ha ispirato molte pellicole, fra le quali spicca senza dubbio “Harry ti presento Sally” diretta da Rob Reiner nel 1989, la cui scena finale calca di fatto, con canzone di fine anno e corsa verso l’amore della propria vita, quella di questo film.

La pellicola riscuote un grande successo di pubblico e vince premi in tutto il mondo: alla Mostra del Cinema di Venezia Shirley MacLaine vince la Coppa Volpi per la sua interpretazione, così come il Golden Globe assieme a Lemmon. In USA il film colleziona 10 candidature agli Oscar aggiudicandosene 5: miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e migliore scenografia in bianco e nero.

Infine, non si possono non ricordare, nella nostra versione, i grandi artisti che donarono le voci ai protagonisti quando il film approdò nelle nostre sale, a partire da Giuseppe Rinaldi che doppia magistralmente Lemmon/C.C. Baxter il cui soprannome in italiano è “Ciccibello” mentre in originale è “Bud”, Maria Pia Di Meo che doppia MacLaine/Kubelik e l’immortale Emilio Cigoli che dona la voce a MacMurray/Shaldrake.      

Da vedere a intervalli regolari.  

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“Buon compleanno Mr. Grape” di Lasse Hallström

(USA, 1993)

Peter Hedges (classe 1962) pubblica nel 1991 il romanzo “What’s Eating Gilbert Grape” che racconta, in maniera molto particolare, la drammatica storia di una famiglia della provincia rurale americana.

Due anni dopo Lasse Hallström, regista svedese ma ormai stabilitosi a Hollywood (dove ha firmato pellicole come “Chocolat” o “Le regole della casa del sidro”) dirige il suo adattamento cinematografico, la cui sceneggiatura è firmata dallo stesso Hedges.

Nella piccola cittadina di Eldora, nello stato dell’Iowa, tutti si conoscono da sempre. Ma la famiglia più chiacchierata è senza dubbio quella dei Grape, che vivono in una vecchia e malandata casa di campagna.

Il motivo è soprattutto la tragedia, consumatasi 17 anni prima, e le sue tristi conseguenze. Il signor Grape, infatti, si è impiccato nello scantinato della casa. La scomparsa del marito ha portato la signora Grape (Darlene Cates) a rifiutarsi di uscire di casa per rimanere tutto il giorno e tutta la notte seduta sul divano per vedere la televisione e per mangiare voracemente, ingrassando sempre di più.

I cinque figli, nonostante la giovane età, sono stati così costretti ad occuparsi della madre e gli uni degli altri. Il maggiore Gilbert (Johnny Depp), per portare i soldi a casa ha abbandonato gli studi per fare l’inserviente presso il grande negozio di alimentari di Eldora, dove si occupa anche delle consegne domiciliari.

Oltre che della madre e delle sue due sorelle, Amy (Laura Harrington) ed Ellen (Mary Kate Schellhardt), Gilbert si sente responsabile soprattutto di Arnie (uno stratosferico Leonardo DiCaprio) suo fratello minore, affetto da un ritardo cognitivo, che ha una incontenibile passione per l’alta cisterna dell’acquedotto della città.

Fra i pochi che aiutano Gilbert c’è il suo amico Tucker Van Dyke (John C. Reilly), ottimo carpentiere, che cerca in ogni modo di tenere in piedi la vecchia casa. Nel mondo di Gilbert ha un ruolo importante anche la signora Carver (Mary Steenburgen), assidua cliente del negozio di alimentari, che vuole regolarmente le consegne a casa visto che ha una relazione extraconiugale con lo stesso Gilbert.

Annualmente a Eldora passa una carovana di camper, cosa che rappresenta un vero e proprio evento per Arnie. Proprio accompagnando il fratello sulla statale per vedere la lunga fila di veicoli, Gilbert incontra Becky (Juliette Lewis) una ragazza che gira il Paese nel camper della nonna…

Insolita e struggente pellicola intimista, ottimamente diretta, che ci parla di come l’amore, quello vero, sia fondamentale nella vita. In un mondo fatto troppo spesso di egoismo, vigliaccheria e cattiveria, solo chi è veramente disposto ad amare e farsi amare, sapendo anche lasciare andare le cose – anche quelle più devastanti – forse alla fine può sopravvivere.

Con un ottimo cast composto da bravissimi giovani attori allora poco conosciuti – ad esclusione di Depp già abbastanza famoso – che però nel corso degli anni sono diventati delle vere icone di Hollywood, questo fil merita sempre di essere visto.

Su tutti però deve essere sottolineata la superba interpretazione di Leonardo DiCaprio che riceve, giustamente, la candidatura all’Oscar come migliore attore non protagonista, che però inspiegabilmente poi non vince.

“Maria e l’amore” di Lauriane Escaffre e Yvo Muller

(Francia, 2022)

Maria (una bravissima Karin Viard) è una donna di mezz’età che lavora come addetta alle pulizie. E’ sposata da molti anni con Philippe (Philippe Ucham) con il quale ha avuto Charlotte (Pauline Clément), la loro unica figlia.

Il rapporto con Charlotte però si è bruscamente interrotto quando la ragazza, qualche mese prima, ha deciso di andare a vivere con il migliore amico e coetaneo del padre. Indignato e scandalizzato, Philippe, ha deciso di chiudere tutti i canali di comunicazione con la figlia ed il suo ex amico, costringendo suo malgrado Maria a fare lo stesso.

Fra i lavori che la sua agenzia le trova, Maria inizia quello per le pulizie presso la storica Accademia delle Belle Arti di Parigi. L’ambiente è molto particolare e Maria all’inizio si sente letteralmente un pesce fuor d’acqua. La responsabile amministrativa dell’istituto Florence Desnoyers (la stessa regista e sceneggiatrice Lauriane Escaffre) le indica come referente per qualsiasi problematica il custode dell’edificio Hubert (Grégory Gadelbois), figlio della storica precedente custode dell’Accademia.

L’atmosfera, il contatto diretto con gli studenti e, soprattutto, con le loro opere risveglia in Maria una parte emotiva che credeva sopita per sempre. Per aiutare una studentessa a terminare la prova per un esame, Maria passa la notte a lavorare assieme a Hubert. Fra i due nasce un’affinità che turba Maria, che ogni volta che rientra a casa, la trova sempre più “stretta” e “povera” emotivamente.

Così la donna decide di mettere da parte le opinioni del marito e tentare di riallacciare i rapporti con la figlia, decidendo, inoltre, di posare senza veli per gli studenti…

Lauriane Escaffre e Yvo Muller scrivono e dirigono una deliziosa commedia sentimentale centrata su una donna che ha passato la propria esistenza convinta di non meritare niente di più ma che, grazie all’amore per l’arte e a quello l’arte suscita negli individui disposti a viverla senza remore o fronzoli radical chic, comprende finalmente se stessa.

Un piccolo gioiellino che ci riconcilia con il mondo.

“Orion e il buio” di Sean Charmatz

(USA/Francia, 2024)

Tratto dal libro illustrato “Orion and the Dark” firmato da Emma Yarlett e pubblicato nel 2014, questo sfizioso film d’animazione ci parla dell’atavica paura del buoi che tutti gli essere umani, prima o poi, hanno almeno una volta provato nella loro esistenza.

E’ fondamentale sottolineare come la sceneggiatura è stata firmata da Charlie Kaufman, visionario e geniale scrittore di Hollywood, che ha al suo attivo script di film come “Se mi lasci ti cancello” di Michel Gondry o “Essere John Malkovich” di Spike Jonze o il romanzo “Formichità“.

Perché il viaggio nelle sue paure che compie il piccolo Orion – ed assieme a lui noi spettatori – è fantastico ma anche spiazzante e affatto lineare, proprio nella maniera che ama Kaufman. Perché una notte, stanco di essere biasimato e insultato il Buio, proprio lui, si ferma nella stanza di Orion che, terrorizzato, si appresta a passare l’ennesima notte insonne in preda alle sue innumerevoli paure, su cui svetta quella per l’oscurità.

E così il Buio gli propone di seguirlo per 24 ore e assistere a tutte le cose belle che compie nel suo infinito giro intorno al mondo, lasciandosi sempre la luce alle spalle. Ma Orion, che accetta quasi a forza, non è un bambino qualsiasi, e così i suoi dubbi e le sue angosce rischieranno di influenzare anche il Buio e i suoi antichi collaboratori…

Sfiziosa e divertente commedia d’animazione che ci parla del bene e del male, e di come sia importante conoscere ed accettare i propri limiti, e di come nella vita siano importanti le cose belle e quelle meno belle, che hanno il fondamentale compito di ricordarci quanto siano importanti le prime.